Quando i libri si occuperanno di questo turbolento periodo della storia spagnola, dedicheranno senz’altro un’attenzione speciale al fenomeno Podemos. Che piaccia o meno, questo gruppo, ormai strutturato come un partito ma nato dall’attivismo della piazza e dall’impegno spontaneo, è l’unico elemento nuovo che la società ha portato nell’immobile sistema politico spagnolo negli ultimi anni. In poco più di cinque anni, Podemos ha scosso il rigido schema socioeconomico nato nel segno della costituzione del 1978, ha portato nel dibattito pubblico gli aspetti meno “cattolici” della transizione alla democrazia avviata dopo la morte del dittatore Francisco Franco e ha messo la sinistra spagnola davanti alle sue numerose contraddizioni. In questo breve periodo Podemos ha vissuto una profonda trasformazione, passando dalle assemblee di piazza e dal populismo senza fronzoli così in voga di questi tempi ai morbidi tappeti su cui cammina il potere, che il movimento ha smesso di combattere per entrare a farne parte.
Unidas podemos (Up) – come si chiama oggi dopo aver assorbito quel che restava del Partito comunista spagnolo, confluito nella sigla di Izquierda unida (Iu) – è una componente essenziale della coalizione che governa la Spagna. Il leader del partito Pablo Iglesias (41 anni) è il vicepresidente del governo guidato da Pedro Sánchez, del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe). Nel consiglio dei ministri siedono quattro dei principali esponenti del partito (tra cui la compagna di Iglesias) con incarichi di rilevanza sociale. Up è presente nelle istituzioni chiave dello stato, come il consiglio di sicurezza nazionale, e assolve con lealtà (anche se probabilmente senza troppo entusiasmo) gli obblighi che il suo status gli impone, come i rapporti con la monarchia (che combatte con convinzione) e con il re Felipe VI. Iglesias guida il partito con pugno di ferro, mettendo a tacere qualsiasi contestazione. Per le sue attività Up dispone di decine di milioni di euro di fondi pubblici legati ai voti ricevuti alle elezioni dal 2014. E non è esente dai mali endemici dei partiti tradizionali spagnoli: i sospetti di finanziamenti illeciti e il ricorso alla giustizia per risolvere i conflitti interni.
Sono passati solo nove anni, eppure sembra che la nascita del movimento degli indignados, il 15 maggio del 2011, risalga alla notte dei tempi. Era stato un effetto della grave crisi del 2008, che aveva fatto perdere il lavoro a milioni di spagnoli spingendoli ai margini della società.
Chiamata alle armi
Quel sorprendente 15 maggio, che riempì di accampamenti la Puerta del Sol a Madrid e altre decine di piazze, prima in Spagna e poi nel resto del mondo, era l’embrione di un movimento che avrebbe segnato la vita politica spagnola. I giovani e meno giovani che parteciparono a quel dibattito permanente non sopportavano più gli eccessi del bipartitismo, della corruzione, dell’oscurantismo istituzionale e della rigidità di un sistema modellato da un’oligarchia politica, finanziaria e corporativa che controllava tutto. Alcuni giovani professori della facoltà di scienze politiche dell’università Complutense di Madrid avevano già notato quei sintomi. Così avevano formato Contrapoder, un’associazione informale che aveva l’obiettivo di analizzare la realtà seguendo la metodologia marxista.
L’associazione avrebbe dovuto limitarsi alle valutazioni teoriche, ma il 15 maggio era una tentazione difficile da ignorare. Era una chiamata alle armi, lo spunto perfetto per convertire la trasformazione della società in un obiettivo raggiungibile al di là di tutte le analisi accademiche. “Sí se puede” (Sì si può) era il motto di queste prime riunioni tra professori, in seguito trasformato in parola d’ordine collettiva. Il primo Podemos è nato al teatro del Barrio di Madrid il 17 gennaio del 2014, con un manifesto firmato da trenta militanti provenienti soprattutto da ambienti universitari. L’obiettivo era chiaro: rompere il bipartitismo che imperava in Spagna e fornire agli indignados uno strumento per affermarsi.
John Carlin, scrittore ispano-britannico che studia il fenomeno fin dalle sue origini, ha descritto le basi di questo entusiastico gruppo iniziale: “Non ci sono ideologie, programmi e nemmeno promesse. C’è una narrativa, una storia comprensibile, un messaggio breve che entra in un tweet e un appello emotivo”. Dal nucleo fondatore è subito emerso Pablo Iglesias, riconoscibile dalla coda di cavallo da musicista rock degli anni sessanta e con una retorica impeccabile. Nelle prime fotografie ufficiali di Podemos, accanto a lui c’erano Íñigo Errejón, Luis Alegre, Juan Carlos Monedero e Carolina Bescansa. Errejón, l’ideologo più raffinato, ha formulato i princìpi del movimento: “Sinistra e destra sono metafore, sono solo nomi. Noi rappresentiamo il sentimento comune di un’identità trasversale e popolare contro l’oligarchia”. Gli obiettivi? Democratizzare il potere e ridare moralità alla vita pubblica, in mano a una “casta corrotta”. L’identikit di questa “casta” era chiaro: un insieme di élite politiche, sociali ed economiche che dominano la Spagna dalla borsa, dalle istituzioni finanziarie, dalle grandi aziende, dai circoli di una nuova aristocrazia arricchitasi in modo improvviso e spesso oscuro e dai mezzi d’informazione asserviti.
“Non esiste un capitalismo dal volto umano”, sottolineava Juan Carlos Monedero. Iglesias sembrava avere le idee chiare: “L’obiettivo è vincere”. Nelle ansie più riformiste che rivoluzionarie di quei primi entusiasti c’era già un obiettivo: sostituire il Psoe come punto di riferimento della sinistra spagnola. I metodi erano semplici, almeno in apparenza: riaffermazione delle idee repubblicane, appello a una crociata morale, calcolata confusione ideologica e ambiguità nelle proposte programmatiche, soprattutto in campo economico.
Podemos ha avuto subito successo. Alla prima prova elettorale, le europee del 2014, ha ottenuto cinque eurodeputati (compreso Iglesias). A dicembre del 2015 ha conquistato 69 seggi in parlamento. Alle due elezioni del 2019, dopo la caduta del governo di Mariano Rajoy (Partito popolare) nel 2018, era già cominciata la flessione: da 71 deputati è passato a 35. Up ha perso 68 seggi nei parlamenti regionali, cinque eurodeputati e molti sindaci e consiglieri comunali, e gran parte del suo potere sul territorio a causa di feroci lotte interne. Oggi il partito punta a mantenere il 12 per cento dei voti conquistato a novembre del 2019.
In quel periodo si profilava la possibilità di una coalizione con il Psoe, che si è concretizzata a sorpresa all’inizio del 2020. Carolina Bescansa, ormai lontana dalle strutture del potere di Podemos, ha commentato: “Non è un problema se perdi il potere elettorale ma ottieni quello istituzionale”.
Manuel Monereo, un altro ex dirigente del partito, è più critico: “La crisi elettorale di Up è dovuta alla perdita del contatto con il conflitto sociale. Si è allontanato sempre di più dal conflitto e dalle lotte delle masse, trasformandosi in un altro ingranaggio della macchina politica”.
Sotto assedio
“Nel momento in cui dovessimo somigliare anche lontanamente alla casta, spariremmo”, diceva Iglesias nel 2014 con la massima convinzione. Allora il leader criticava “i politici che vivono nelle ville, che non sanno cosa significa prendere un autobus, che non vanno al supermercato”. Ora la coppia formata da Iglesias e da Irene Montero, ministra per l’uguaglianza, vive in una villa di 270 metri quadri comprata nel 2017 e valutata 700mila euro, con un terreno di duemila metri quadri in una zona residenziale a 45 chilometri da Madrid. I due hanno acceso un mutuo trentennale da 1.750 euro al mese. Questo radicale cambiamento di vita ha scandalizzato i sostenitori del partito, al punto che Iglesias ha dovuto sottoporre l’acquisto della sua casa al giudizio dei militanti attraverso un voto telematico. Alla fine ha ottenuto l’approvazione, ma un terzo dei votanti ha chiesto le sue dimissioni.
Iglesias e Montero guadagnano circa 200mila euro all’anno in quanto esponenti del governo, parlamentari e dirigenti del partito. Sono obbligati a versare nelle casse di Up una parte dei redditi, il cui ammontare non è stato divulgato. Si spostano a bordo di auto ufficiali, accompagnati da una scorta. La guardia civil sorveglia costantemente la casa della coppia a Galapagar, contenendo a fatica l’assedio quotidiano dei manifestanti di estrema destra. “Non ci fermeremo fino a quando quei due non andranno via dalla Spagna”, promette Cristina Gómez, rappresentante locale del partito Vox e loro vicina di casa.
In estate la coppia e i tre figli hanno subìto un attacco simile a Felgueras, un piccolo centro sulla costa delle Asturie dove erano in vacanza, e che alla fine sono stati costretti ad abbandonare a causa delle minacciose proteste dei vicini. Qualcuno aveva scritto “ratto con la coda di cavallo” su un muro vicino alla casa dove alloggiavano. In quell’occasione la ministra della difesa Margarita Robles, indipendente, ha ricordato a Iglesias cosa aveva detto quando i militanti di Podemos avevano assediato il vicepresidente del Partito popolare: “Gli escrache (i presidi davanti alle case) sono uno sciroppo democratico”.
Controllo totale
Il segretario generale di Up si è affermato come leader unico (anche se contestato) dell’organizzazione, imponendo una struttura verticale che molti militanti considerano pericolosa. Nell’ultima assemblea cittadina, a maggio, Iglesias è stato rieletto con il 92 per cento dei voti, una percentuale che tuttavia non nasconde la scarsissima partecipazione: appena l’11 per cento degli iscritti su un totale di 500mila. Iglesias ha chiesto e ottenuto che fosse annullato il limite dei mandati per i leader del partito, così come l’obbligo per i dirigenti di non superare un reddito mensile pari a tre volte il salario minimo, che in Spagna è di 950 euro.
L’assemblearismo popolare che aveva caratterizzato inizialmente il processo decisionale di Podemos si è trasformato in una direzione monolitica e chiusa, in cui il dissenso è punito con l’ostracismo. Tutto è in mano alla cupola nazionale, dalle liste elettorali alle comunicazioni sui social network.
L’assemblearismo popolare che aveva caratterizzato Podemos si è trasformato in una direzione monolitica e chiusa
Del quintetto che compare nella prima foto dell’organizzazione, solo Iglesias fa ancora parte del direttivo. Gli altri si sono dedicati ad altri progetti. L’ideologo Errejón ha fondato un partito locale a Madrid. I leader delle formazioni originarie più a sinistra hanno preso le distanze dalla disciplina del gruppo. È il caso di Teresa Rodríguez, della corrente Anticapitalistas, che con la sua defezione ha indebolito Up in Andalusia. In altre regioni dove all’inizio erano state formate alleanze basate sulle prime idee di Podemos, la mancanza di un dibattito interno ha fatto calare il sostegno ai gruppi locali, che hanno subìto pesanti sconfitte elettorali. È successo in Galizia e nel Paese Basco. Solo in Catalogna il partito ha ancora una presenza solida, grazie alle sue posizioni repubblicane (molto ben viste dagli indipendentisti) e alla forza di En comú, la lista che appoggia la sindaca di Barcellona Ada Colau.
Nonostante queste difficoltà, Iglesias è soddisfatto dei risultati. Up è un elemento essenziale del governo di un paese di 47 milioni di abitanti, che fa parte dell’Unione europea ed è riconosciuto come interlocutore principale in zone del mondo come l’America Latina. Quella con il Psoe è la prima coalizione a governare la Spagna dal 1936. Alberto Garzón è il primo comunista a sedere nel consiglio dei ministri dalla fine della seconda repubblica nel 1936. Ma la partecipazione al governo di Unidas podemos coincide con un’altra novità assoluta: una frammentazione parlamentare senza precedenti. Oggi qualsiasi iniziativa legislativa ha bisogno del sostegno di almeno dieci partiti. Le trattative sono estenuanti.
Un matrimonio difficile
Il percorso della coalizione formata da Psoe e Podemos all’inizio dell’anno, superando la ritrosia di Sánchez a firmare un patto “che non lo facesse dormire la notte”, è tutt’altro che semplice. Chi conosce Iglesias e Sánchez dice che non c’è la minima sintonia personale tra i due, ma questo non gli impedisce di mantenere la concordia necessaria per restare al potere. La coalizione funziona, nonostante molte ed evidenti divergenze. “Parliamo con lingue diverse, ma diciamo le stesse cose”, ha spiegato Iglesias. Due esempi: le trattative sulla legge di bilancio e la posizione ufficiale dell’esecutivo rispetto all’istituzione monarchica. Scartata fin dall’inizio un’ipotetica collaborazione del Partito popolare per l’approvazione del bilancio, il Psoe ha cercato appoggi dove possibile, trovando una stampella nel partito liberale di centrodestra Ciudadanos e nei suoi dieci seggi. Up e Iglesias hanno condannato questa collaborazione e hanno chiesto a Sánchez di concordare il bilancio con i partiti indipendentisti catalani Erc e JxCat e con Bildu, erede politico dei terroristi dell’Eta. Questi gruppi avevano già appoggiato la complicata nomina di Sánchez in cambio di varie concessioni, offrendo al Partito popolare argomenti per rifiutare qualunque collaborazione con “i partiti che vogliono distruggere la Spagna”.
Non sono pochi i leader di Podemos che rinnegano il coinvolgimento del partito nell’attività di governo. Manuel Camargo, portavoce degli Anticapitalistas in Andalusia, sottolinea con rammarico che “si è passati da lottare contro la classe politica e l’élite economica a diventare una parte della prima senza intaccare i privilegi della seconda”. Ramón Espinar, leader del partito a Madrid fino a gennaio, afferma che sono state “stravolte le basi dell’etica politica su cui è stato creato Podemos”. Ancora più categorico è Miguel Urbán, eurodeputato di Up ma ormai considerato un dissidente: “L’ingresso dei ministri di Up in un governo progressista neoliberista, monopolizzato dal Psoe, piuttosto che indebolire l’attuale regime politico presuppone un’integrazione nel regime stesso e l’idea che la gestione del potere sia l’unico orizzonte possibile”.
◆ Un sondaggio realizzato a ottobre per conto della Plataforma de medios independientes, composta da 16 mezzi d’informazione tra cui Público, Ctxt ed El Salto, mostra che in un ipotetico referendum sulla forma dello stato più del 40 per cento degli spagnoli voterebbe per la repubblica e meno del 35 per cento per la monarchia. L’inchiesta, realizzata su un campione di tremila persone di età superiore a 16 anni, conferma il forte sostegno alla repubblica in Catalogna e nel Paese Basco, dove otterrebbe i voti di circa due terzi dei cittadini, mentre la monarchia vincerebbe in Andalusia e a Madrid. La questione divide gli spagnoli anche dal punto di vista generazionale – con i giovani prevalentemente a favore della repubblica e gli anziani attaccati alla monarchia – e soprattutto politico: più del 90 per cento degli elettori di Podemos e il 55 per cento di quelli del Partito socialista voterebbe per la repubblica, mentre quelli dei partiti conservatori sono favorevoli alla monarchia. Un altro sondaggio commissionato pochi mesi fa dal quotidiano conservatore Abc aveva ottenuto un risultato opposto, con il 56 per cento del campione a favore della monarchia e il 33,5 della repubblica. Oltre all’orientamento politico dei committenti, a spiegare la differenza potrebbero contribuire le recenti vicende di Juan Carlos, padre del re Felipe VI. Ad agosto l’ex sovrano, già coinvolto in diversi scandali durante il suo regno, si è rifugiato ad Abu Dhabi dopo l’apertura di un’inchiesta su un versamento di cento milioni di dollari in suo favore da parte di un fondo vicino alla monarchia saudita. Gli investigatori sospettano che si tratti di una tangente legata a una serie di appalti. Il 6 novembre le autorità spagnole hanno annunciato di aver aperto un’altra inchiesta a carico di Juan Carlos in seguito a una segnalazione dell’agenzia contro il riciclaggio di denaro.
La monarchia è un altro tema estremamente delicato. I socialisti considerano il rispetto della struttura costituzionale approvata nel 1978 un pilastro della propria posizione politica. La costituzione del 1978 ha consacrato la monarchia parlamentare come forma di stato. Up contesta questa idea e non nega che il suo obiettivo politico a medio termine sia l’abolizione della monarchia, dal momento che “le generazioni più giovani non hanno votato la costituzione e non capiscono perché non si possa eleggere il capo dello stato”. I sondaggi condotti regolarmente dal partito mostrano che l’opposizione alla monarchia è condivisa da gran parte del suo elettorato, soprattutto dopo gli scandali finanziari che hanno coinvolto il re precedente, Juan Carlos I.
I leader di Podemos attaccano costantemente l’istituzione: sottolineano la “mancanza di neutralità” di Felipe VI in alcuni discorsi, chiedono con insistenza (finora senza successo) la creazione di una commissione parlamentare per indagare sui conti di Juan Carlos e non escludono di convocare il re davanti al parlamento per chiedergli spiegazioni sulla condotta del padre. L’ultimo scontro tra Iglesias e Sánchez è avvenuto quando Juan Carlos ha deciso di espatriare. Il leader di Podemos ha accusato il primo ministro di averlo tenuto all’oscuro per proteggere la fuga dell’ex sovrano.
Il recente consiglio civico statale, principale organo collettivo di Up tra un’assemblea e l’altra, ha chiarito che l’“obiettivo fondamentale” del partito è “lavorare per avanzare verso un orizzonte repubblicano che approfondisca la democrazia”. I leader socialisti che non gradiscono troppo la presenza di Up nel governo ritengono che la campagna antimonarchica di Podemos sia solo una “cortina di fumo” per nascondere i problemi giudiziari del partito.
Il pericolo maggiore per Up e per il suo leader potrebbe essere la recente decisione del giudice del cosiddetto caso Dina, che ha chiesto al tribunale supremo di indagare su Iglesias per violazione della privacy, pirateria informatica e simulazione di reato. Il magistrato Manuel García Castellón ha dovuto rivolgersi al tribunale perché Iglesias gode dell’immunità parlamentare. Se la corte dovesse considerare fondati i sospetti del giudice, chiederà al parlamento l’autorizzazione a procedere contro l’attuale vicepresidente del governo.
Il caso Dina risale al 2015, quando il cellulare di una collaboratrice di Iglesias, Dina Bousselham, fu rubato in un grande magazzino. Poco tempo dopo i contenuti del dispositivo, tra cui alcune informazioni compromettenti, furono pubblicati da diversi siti d’informazione. Un famoso editore di riviste, dopo aver ricevuto la scheda di memoria del telefono, la fece recapitare personalmente a Iglesias, che decise di conservarla, con il pretesto di “proteggere Dina”. In seguito Iglesias ha consegnato la scheda, a quanto pare danneggiata e manipolata, alla sua proprietaria. García Castellón, che inizialmente aveva considerato Iglesias una vittima, oggi ritiene che abbia approfittato del processo per ottenere vantaggi elettorali, tessendo una complessa trama a questo scopo. Nella vicenda sarebbero coinvolti anche elementi di una rete chiamata “polizia patriottica”, un gruppo nascosto nei meandri dello stato il cui proposito sarebbe compromettere l’immagine di Podemos e dei suoi leader.
Il leader del Pp, Pablo Casado, ha chiesto le dimissioni di Iglesias da vicepresidente del governo, invitando Sánchez a “espellerlo” immediatamente. Sánchez invece ha appoggiato pubblicamente il suo alleato. All’interno di Up molti si dicono convinti che il procedimento non avrà alcun seguito e che il tribunale supremo respingerà le richieste di García Castellón.
I rischi della normalità
Resta il fatto che i vertici del partito stanno spendendo molte energie per neutralizzare diverse inchieste giudiziarie. Un ex avvocato di Podemos, José María Calvente, ha accusato i vertici di essersi appropriati di fondi pubblici, aver falsificato documenti e saccheggiato i fondi di emergenza del partito per pagare i dirigenti. La corte dei conti ha rilevato anomalie nella contabilità delle elezioni del 2019, con almeno 400mila euro di spese ingiustificate. Inoltre ci sono sospetti su un possibile finanziamento illecito e forti dubbi sulle transazioni fatte attraverso la società di consulenza latinoamericana Neurona, accusata di aver inviato a Up fatture elevate per servizi mai realizzati.
Sono i rischi della normalizzazione della politica. Podemos è nato come una richiesta di attenzione, come il grido di aiuto di una grossa parte della società, imbarcata in una vecchia nave con lo scafo danneggiato da anni di navigazione tra le tempeste. Aspirava a essere il collante che avrebbe tenuto insieme le assi, ma finora non ha avuto successo. C’è chi ritiene che i suoi esponenti si siano stancati quasi subito di provarci. Lo scrittore Juan José Millás lo spiega in modo semplice: “Podemos è partito con l’intenzione di cambiare il mondo, ma alla fine è stato il mondo a cambiarlo. Ora è solo un dipartimento amministrativo della realtà ufficiale”. ◆ as
Ángel Luis de la Calle è un giornalista spagnolo. Ha lavorato per il quotidiano spagnolo El País e collabora con diversi giornali portoghesi.
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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati