Al tramonto le famiglie si affollano sul lungomare di Bengasi. Il Mediterraneo è calmo: i bambini si avventurano tra gli scogli e gli adolescenti si fanno dei selfie davanti al faro di Sidi Kreibich, ristrutturato di recente. Poco più in là, ai tavolini dei caffè, gruppi di amici e, con discrezione, alcune coppie bevono cappuccini e succhi di mango.

Bengasi, la “capitale” della Cirenaica, la parte est della Libia, è immersa in una strana normalità che fa quasi dimenticare le violenze e le divisioni politiche che hanno lacerato il paese dopo la caduta del dittatore Muammar Gheddafi nel 2011. “Bengasi sta molto meglio”, commenta Amal el Gharbi, seduta su una panchina davanti alle altalene su cui giocano i cinque figli. Il marito Reda, con una tazza di caffè in mano, parla invece della “sicurezza ritrovata” come di un bene che è stato confiscato per troppo tempo.

Certo, se ripensano alla situazione economica, che era “molto meglio prima della rivoluzione”, non nascondono l’amarezza. Ma per ora la situazione è stabile abbastanza da soddisfare i due genitori, che hanno dato alla luce il primo figlio nel 2014, in piena guerra civile. “Oggi c’è un ambiente sicuro in cui far crescere i bambini”, spiega il padre.

Dinastia nascente

Proprio da questa città nel 2011 era partita un’insurrezione popolare sulla scia delle “primavere” di Tunisia ed Egitto, che il 17 febbraio si era trasformata in una rivolta armata di fronte alla violenta repressione messa in atto dalle forze di Gheddafi. Sostenuti dall’intervento della Nato, i ribelli avevano conquistato Tripoli in agosto, poi avevano catturato e ucciso Gheddafi il 20 ottobre nella sua roccaforte di Sirte: una fine simbolica per una dittatura durata 42 anni, ma anche il preludio alla divisione del paese.

Quindici anni dopo il maresciallo Khalifa Haftar, che si è imposto come “uomo forte” di Bengasi, è riuscito a riportare la calma nella città martoriata. Al termine degli scontri con i gruppi jihadisti e con le forze legate al governo rivale di Tripoli, nella Libia occidentale, Haftar controlla direttamente o attraverso i suoi alleati circa tre quarti del paese: l’intera Cirenaica (est) e parte del Fezzan (sud), un’area che si estende fino ai confini con Egitto, Sudan, Ciad, Niger e Algeria. Si è anche impadronito della maggior parte delle ricchezze di questo eldorado petrolifero. Nei territori che domina, il generale è onnipresente. Il suo ritratto è sistemato in piccole cornici o campeggia sui grandi cartelloni negli edifici e negli spazi pubblici. Con aria solenne, il comandante supremo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Eln) saluta i visitatori sul piazzale dell’aeroporto internazionale di Bengasi in uniforme verde con i galloni dorati, baffi e capelli bianchi ben pettinati. Alle rotatorie dei piccoli paesi e delle grandi città – da Tobruk ad Al Bayda, da Derna a Kufra – sorveglia gli automobilisti di passaggio, con gli occhi nascosti da occhiali da sole. Sempre più spesso lo si vede in secondo piano, dietro ai figli Saddam, Belqasim e Khaled, primi segnali di una dinastia in via di consolidamento.

Quello di Haftar è un regime isolato, uno stato non ufficiale e non riconosciuto dalla comunità internazionale. Non si può entrare nella Libia orientale senza un invito delle autorità locali, un documento privo di intestazione che varie compagnie aeree faticano a riconoscere come visto valido. Ma Bengasi, capitale di fatto di questa parte del paese che si è separata da Tripoli e che dal 2022 ha un governo parallelo, è presidiata da forze di sicurezza efficienti.

La città ha una lunga storia alle spalle. Per rendersene conto basta attraversare la strada costiera e superare le grandi palizzate blu che delimitano Sidi Kreibich, ex quartiere commerciale ridotto a un dedalo di viuzze polverose tra le macerie, reliquie della guerra.

“Prima della rivoluzione era un posto meraviglioso, pieno di gente”, ricorda Youssef al Sahli, 24 anni, ai piedi di un palazzo sfregiato da un lanciarazzi. Evoca con nostalgia le prime manifestazioni del 2011, a cui partecipava insieme al padre, davanti al vicino commissariato di polizia. Ma poi è arrivata la delusione. “I libici hanno cominciato ad ammazzarsi tra loro per il controllo del paese”, riassume con un sospiro.

Dopo la caduta di Gheddafi la città ribelle è finita nelle mani dei miliziani del Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi – affiliati prima ad Al Qaeda e successivamente al gruppo Stato islamico – che hanno instaurato un clima di terrore fino al 2017, moltiplicando le uccisioni arbitrarie di intellettuali, attivisti, poliziotti e giudici. “Sono morte tante persone”, si rammarica con voce sommessa Al Sahli. “Tutto il sangue versato non è servito a nulla. Quelli della mia generazione non hanno potuto concentrarsi sugli studi. M’intristisce il pensiero di tutti questi anni perduti”. E aggiunge, con un misto di fatalismo e speranza: “Per fortuna abbiamo ritrovato una certa stabilità”.

Sempre all’assalto

Nel 2014 il maresciallo Khalifa Haftar, rientrato in Libia dopo vent’anni di esilio negli Stati Uniti, si è presentato come il “salvatore” della nazione di fronte al pericolo jihadista. Ex ufficiale vicino a Gheddafi, che lo aveva allontanato dopo il disastro militare in Ciad nel 1987, ha collaborato brevemente con il comando militare della ribellione prima di mettersi a capo di una coalizione militare, l’Eln, che aveva il sostegno della camera dei rappresentanti con sede a Tobruk.

A capo di queste truppe, ha conquistato la sua regione d’origine sconfiggendo i “terroristi” – termine con cui definiva tutti i suoi nemici, jihadisti o progressisti – con una campagna militare, l’Operazione karama (dignità), che si è conclusa con successo nel 2017. Il quartiere di Sidi Kreibich, ultimo bastione jihadista, è stato distrutto nell’offensiva finale.

Questa operazione ha garantito al maresciallo una grande popolarità tra la popolazione della Libia orientale, ma anche la crescente ostilità dei suoi oppositori nella parte occidentale del paese, in particolare a Misurata.

Nel 2019, forte dei suoi successi militari, Haftar ha lanciato le sue truppe all’assalto dell’ovest. L’offensiva sulla capitale, sostenuta da paesi stranieri come Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia, è stata però respinta dalle forze del governo di Tripoli, assistite dalla Turchia, i cui droni Bayraktar hanno ribaltato le sorti della battaglia.

Con il cessate il fuoco del 23 ottobre 2020, che da allora continua a essere sostanzialmente rispettato, le relazioni tra i due blocchi politico-militari si sono stabilizzate, aprendo la strada a una pace molto relativa.

“La famiglia Haftar non ha mai rinunciato all’idea di governare anche Tripoli”, sostiene Jalel Harchaoui, ricercatore del Royal united services institute, un centro studi con sede a Londra. “Ma non ha fretta perché sa che lo status quo gioca a suo favore. La situazione è del tutto asimmetrica”.

Dopo il fallimento della marcia su Tripoli, Haftar ha continuato a rafforzare le sue posizione nell’est e nel sud, senza tollerare nessuna forma di opposizione. Il suo arsenale militare si è arricchito grazie a carichi di armi che arrivano regolarmente nei porti di Bengasi e Tobruk, in violazione dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite nel 2011. Gliele forniscono alleati vecchi e nuovi, come la Bielorussia, il Pakistan e o di recente anche la Turchia, che inizialmente appoggiava le autorità di Tripoli.

Haftar ha formato numerose brigate, spesso con ex miliziani integrati nel suo esercito. “Anche se è stato sconfitto a ovest, ha potuto estendere il suo controllo a sud. La presenza militare in Cirenaica e nel Fezzan gli dà una forza politica che le cancellerie arabe e occidentali non possono ignorare”, nota una fonte diplomatica libica.

Bengasi, 13 dicembre 2025. Quel giorno in città si sono svolte le prime elezioni amministrative in undici anni (Adrienne Surprenant, Myop per Le Monde)

Puntando sulla solidità del suo potere, che deriva da un apparato militare disciplinato – al contrario di quello della Tripolitania –, il clan Haftar ha moltiplicato le iniziative per consolidare la sua legittimità. Sul piano economico le autorità di Bengasi hanno organizzato una serie di grandi incontri con aziende specializzate in lavori pubblici e con investitori occidentali per promuovere l’interesse verso il paese.

Bengasi si è trasformata in una specie di grande vetrina. Intorno ai sette laghi del centro città, si vedono gru che costruiscono giorno e notte nuove infrastrutture. “Centri medici, ospedali, strade, ponti, un nuovo aeroporto, edifici residenziali, stadi, porti”, elenca Ageila Elabbar, responsabile della cooperazione internazionale del Fondo libico per lo sviluppo e la ricostruzione. Dal suo ufficio al quindicesimo piano del grattacielo Zahu tower, scruta l’orizzonte dando le spalle a un ritratto del suo capo, Belqasim Haftar, uno dei figli del maresciallo, con il caschetto in testa e il gilet fluorescente. Ingegnere, Belqasim si distingue dai fratelli, che hanno fatto carriera nelle forze armate, ma esercita lo stesso un’influenza determinante, supervisionando i grandi cantieri lanciati dal padre.

“Gli ultimi quarant’anni sono stati segnati da gravi disuguaglianze. Gheddafi s’interessava solo all’ovest. La Libia sta vivendo una crescita molto rapida. Abbiamo studiato tutti i grandi esempi internazionali di sviluppo”, sottolinea Elabbar, citando i modelli di Singapore e Dubai.

Cantieri ovunque

Le ambizioni di Haftar non si riducono a quelle di una città-stato. Uscendo dal centro in direzione est, lungo la “strada internazionale” che in futuro porterà in Egitto per favorire gli scambi commerciali, le nuove costruzioni sono visibili ovunque. La città portuale di Derna, nella regione montuosa del Jebel akhdar, nel settembre 2023 era stata distrutta dall’alluvione causata dalla rottura di due dighe dopo il passaggio del ciclone Daniel. Oggi è stata totalmente ricostruita dal Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione, creato proprio in quell’occasione. Due anni dopo si fatica a credere che in una sola notte quella catastrofe abbia causato quasi 7.500 morti, secondo il bilancio fornito da Elabbar.

La ferita lasciata dalla colata di fango è stata suturata con il cemento, ricreando un letto artificiale del fiume, oggi attraversato da ponti. Sono stati ricostruiti anche i quartieri adiacenti, spazzati via dalle intemperie. Da questa città i cantieri si sono poi diffusi nel resto del territorio. Oggi il fondo dichiara di gestire 2.200 progetti in tutto il paese, con un budget di 69 miliardi di dinari (circa 9,4 miliardi di euro). “Queste somme vengono spese in modo poco trasparente”, si preoccupa un cittadino di Bengasi che chiede di restare anonimo. “Nessuno sa come siano assegnati gli appalti e i costi non sono mai resi pubblici”.

Nonostante le accuse di corruzione, il fondo è riuscito, grazie alle sue azioni di lobbying, ad attirare aziende straniere che avevano abbandonato la Libia perché poco sicura. “Alcuni paesi ci hanno aiutato a tirarne dentro altri, come la Francia, che ha convinto molti governi europei dell’interesse del fondo”, si compiace Elabbar, assicurando di non avere abbastanza tempo per rispondere a tutte le richieste che riceve.

Per promuovere la sua immagine Bengasi attira, a colpi di milioni di dollari, squadre di calcio come l’Atletico Madrid o l’Inter per partite amichevoli, e star come il pugile statunitense Mike Tyson o l’ex calciatore brasiliano Ronaldinho, che girano per la città facendosi dei selfie.

Il primo fornitore dell’Italia
Da quali paesi arriva il greggio importato dall’Italia, %, 2025  (Unione energie per la mobilità)

Ma questa politica prosciuga le finanze pubbliche. I proventi del petrolio, che assicurano quasi il 90 per cento delle entrate, non riescono a compensare le spese. E la banca centrale libica ha dovuto svalutare il dinaro due volte negli ultimi dodici mesi.

“Da un lato registriamo una forte crescita, in particolare nel settore edile, il che è positivo”, osserva a Bengasi Ahmed Moussa, che fa parte del consiglio degli imprenditori libici. “Ma dall’altro la svalutazione della moneta penalizza tutti, soprattutto i più vulnerabili. Con due governi, non c’è nessuna forma di controllo sulle spese”.

Con il consolidamento del modello Haftar, si allontana la prospettiva di un processo che riunifichi il paese e porti all’organizzazione di nuove elezioni, nonostante gli sforzi della Missione di supporto delle Nazioni Unite. “La popolazione è pronta per andare a votare, le autorità no”, dice Emad al Sayeh, presidente della commissione elettorale nazionale, con sede a Tripoli. Per lui la ricetta è semplice: “Serve un governo unico, una riforma dell’amministrazione e una modifica della legge elettorale. Ma nessuna di queste misure è stata adottata”.

Il miraggio delle elezioni

Nel 2021 Haftar si è candidato alle presidenziali, che sono state poi rinviate a tempo indeterminato a causa dei disaccordi tra i vari schieramenti politici. Non si sa se in caso di nuove elezioni sarebbe di nuovo disposto a candidarsi. A Bengasi si fanno molte congetture sulla sua salute, che a 82 anni è ritenuta fragile. Nell’agosto 2025 il maresciallo ha creato la figura di vicecomandante dell’Eln, affidandolo al figlio minore Saddam. Una scelta che ha tutta l’aria di un passaggio di testimone.

Saddam Haftar, 35 anni, non ha però una buona reputazione. Alla fine del 2022 le truppe della brigata Tariq ibn Ziyad, da lui comandata, sono state accusate da Amnesty international di aver commesso un “lungo elenco di orrori”, comprese “esecuzioni extragiudiziali, torture, sparizioni forzate, stupri e altre violenze sessuali”. Inoltre, secondo un rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia del dicembre 2024, il figlio del maresciallo controlla indirettamente la Arkenu, un’azienda che ha esportato l’equivalente di 505 milioni di euro di petrolio al di fuori dei circuiti ufficiali.

Salito di grado negli ultimi anni, a volte Saddam sostituisce il padre durante le visite all’estero, viaggiando in jet privato come un capo di stato e moltiplicando gli incontri a Parigi, Abu Dhabi, Niamey e Ankara. In Cirenaica gli attribuiscono ambizioni presidenziali.

“Se un giorno ci saranno le elezioni, sarà lui il candidato”, assicura una fonte vicina al suo entourage. Anche uno dei suoi fratelli, Khaled Haftar, promosso nell’estate del 2025 a capo di stato maggiore dell’Eln, potrebbe aspirare alla successione.

Il modello Haftar sopravviverà al padre? “La situazione rischia di complicarsi alla sua morte”, stima il politologo Harchaoui. “Prima di tutto perché tra i fratelli la successione non è così ovvia come sembra. Poi perché non ci sarà un trasferimento automatico di legittimità dal padre ai figli”. La ritrovata sicurezza di Bengasi resta una conquista ancora fragile. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati