Nelle università statunitensi è arrivato il momento dell’anno in cui si consegnano i diplomi di laurea. E questo significa che in tutto il paese persone ricche e famose pronunciano discorsi pomposi davanti a platee di studenti con toga e tocco, assonnati, schiacciati dai debiti studenteschi e preoccupati di entrare in un mercato del lavoro bloccato.

Ma quest’anno c’è una novità. Molti studenti non vedono l’ora di sommergere di fischi chiunque osi anche solo sussurrare le parole “intelligenza artificiale” (ia). La prima volta è successo a una cerimonia di laurea alla University of Central Florida, dove ha preso la parola Gloria Caulfield, vicepresidente dell’azienda immobiliare Tavistock Development Company. Pochi minuti dopo aver cominciato il suo discorso, Caulfield ha lanciato l’allarme su un “profondo cambiamento” alle porte. “L’avvento dell’intelligenza artificiale sarà la prossima grande rivoluzione industriale”, ha detto.

A quel punto sono partiti i fischi, cresciuti di volume così rapidamente che Caufield, spiazzata, ha chiesto ad alta voce: “Che succede?”. Quando ha aggiunto che “solo pochi anni fa l’ia non era un fattore nella nostra vita”, sono improvvisamente arrivati gli applausi, che però hanno nuovamente lasciato spazio alle rumorose proteste quando Caufield ha detto che “le possibilità legate all’ia sono nel palmo della nostra mano”.

Dopo Caulfield è toccato a Scott Borchetta, amministratore delegato della Big Machine Records e scopritore di Taylor Swift. Il 10 maggio ha fatto un intervento alla Middle Tennessee state university in cui ha paragonato l’ia “a uno strumento musicale promettente, nuovo di zecca e ancora nella sua confezione”, aggiungendo che il software sta “riscrivendo la produzione musicale in tempo reale” (è vero). Le parole di Borchetta hanno suscitato le proteste dei neolaureati, a cui il produttore ha risposto: “Fatevene una ragione”.

Nomi sbagliati

Il 15 maggio la contestazione ha colpito anche Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, che ha tenuto un discorso davanti agli studenti dell’università dell’Arizona. Quando ha citato il numero di Time dedicato agli “architetti dell’ia”, la platea ha reagito con un lungo e rumoroso dissenso che è andato avanti per il resto della sua digressione sull’intelligenza artificiale. Nella stessa giornata al Glendale community college di Phoenix il compito di annunciare il nome dei neolaureati è stato affidato a un assistente vocale di ia. Il software ha sbagliato la pronuncia e l’ordine dei nomi di molti ragazzi, costringendo gli amministratori a interrompere l’evento e a ricominciare da capo con un presentatore in carne e ossa.

Il tempismo e la risonanza online di queste proteste non sono casuali. Gli studenti che si laureano ora hanno avuto anni per valutare l’impatto dell’ia sulla loro vita e sulle loro prospettive. Molti laureati del 2026 sono entrati nei campus nell’autunno 2022, mentre ChatGpt portava l’intelligenza artificiale nella vita quotidiana delle persone. Da allora i ragazzi sono stati bombardati da una promozione ininterrotta dell’ia sui social media, in tv e all’università. Hanno osservato i suoi effetti dannosi sul mercato del lavoro, sulle città dove sono cresciuti, sul clima, sul pensiero critico e sulla fiducia negli altri, a fronte di presunti benefici che oggi sembrano lontani. Forse sono furiosi per questo e sfogano la loro rabbia in un momento di massima catarsi, quello in cui si preparano a lasciare l’università, e in cui sono costretti a sorbirsi l’ennesimo panegirico dell’ia da un adulto.

Un po’ di umanità

La promessa dorata dei paladini dell’ia è stata pubblicizzata in ogni modo: un’utopia automatizzata libera dal peso del lavoro e dello stress grazie a un software geniale che curerà i tumori e permetterà a ognuno di noi di rimodellare il mondo a piacimento. Ma finora gli studenti hanno vissuto un’esperienza diversa.

Molti associano l’ia ai droni che hanno bombardato Gaza; per chi si prepara a entrare nel marcato del lavoro è sinonimo di algoritmi e colloqui virtuali per i pochi posti ancora possibili, la cui unica alternativa sono lavori terribili e precari nella moderazione dei contenuti; per le donne e gli studenti transgender, in particolare, l’ia può significare essere infastiditi da persone inquietanti che potrebbero usare le foto scattate di nascosto con degli occhiali _smart _per creare _deepfake _pornografici. Per molti ragazzi e ragazze che escono dai corsi di scienza e tecnologia, lavorare nel campo dell’intelligenza artificiale vuol dire sottostare ai capricci di persone esaltate e senza scrupoli come Elon Musk, Sam Altman e Mark Zuckerberg, prima di essere comunque licenziati.

Naturalmente questo sentimento non è condiviso da tutti nel mondo universitario. A parte alcune eccezioni, una quota consistente di studenti di tutte le discipline ha ammesso di aver ampiamente usato ChatGpt nei loro percorsi di studio. Nel passato recente ci sono state molte cerimonie di laurea in cui i riferimenti all’intelligenza artificiale non hanno scatenato reazioni di protesta. Tuttavia, molti sondaggi condotti ultimamente da rispettati istituti (Gallup, Quinnipiac, Sine institute) sono arrivati a conclusioni identiche: gli studenti statunitensi considerano sempre di più l’ia come un ostacolo per il loro benessere futuro, un male necessario che esiste e dev’essere affrontato più che uno strumento che può essere usato per aumentare la produttività.

Paradossalmente, tra le persone che sembrano capire tutto questo c’è proprio Eric Schmidt. Dopo aver detto che presto l’intelligenza artificiale sarà dovunque, dagli ospedali ai rapporti personali, ha aggiunto: “So come vi sentite, e vi capisco”, ha dichiarato mentre i fischi aumentavano. “Nella vostra generazione circola la paura che il futuro sia già scritto, che le macchine stiano arrivando, che i posti di lavoro stiano sparendo, che il clima sia al collasso, che la politica sia ormai un conflitto continuo e che voi erediterete un caos di cui non siete responsabili”.

In effetti non fa una piega. Ma subito dopo, come prevedibile, Schmidt ha cambiato di nuovo tono invitando i ragazzi a prendere il controllo di questi cambiamenti epocali. Facile a dirsi (Schmidt non è nuovo a questi vaneggiamenti superficiali: nel 2024 aveva dichiarato che gli esseri umani non avrebbero mai “sistemato” il clima e che preferiva scommettere sul fatto che l’ia potesse “risolvere il problema, piuttosto che imporre limiti alla tecnologia”).

In tutto questo sembra esserci almeno un dirigente di primo piano capace di cogliere la dinamica in corso e di attirarsi in qualche modo le simpatie degli studenti. A metà maggio Ed Bastian, l’amministratore delegato della compagnia aerea Delta, ha ammesso davanti ai laureati della Emory university di Atlanta di aver usato l’ia generativa per scrivere il suo discorso, per poi stracciarlo a causa della totale “mancanza di anima e calore” del testo ottenuto. Questa parabola di redenzione ha suscitato gli applausi della platea.

A quanto pare i ragazzi statunitensi sono ancora capaci di apprezzare una figura autorevole che sostiene la necessità di mantenere un approccio umano. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati