Giovedì 19 luglio. Dover
Siamo tenuti a distanza dagli altri viaggiatori. Ci portano in una specie di recinto ad aspettare il traghetto per Calais, la prima tappa del viaggio anarchico verso le manifestazioni contro il G8: trecento persone che, grazie all’arsenale del movimento (cellulari e posta elettronica) sono riuscite a mobilitarsi in poche ore per prendere un treno che fino a 13 ore prima era ufficialmente vietato. Fra loro c’è una segretaria di Manchester ultracinquantenne che non è mai stata a una manifestazione ma “non ne può veramente più”. John, che ha 18 anni, si è appena diplomato con il massimo dei voti in una scuola vicino a dove sono cresciuta. C’è anche Brian, il prete pacifista, e Doris, una pensionata di 82 anni. Diverse età, diversi accenti. Questa non è una ribellione borghese, non è un ritrovo di anarchici chic: questa è gente unita da un ideale, non dalla coscienza di classe.
Calais
Appena arriviamo, panico: corre voce che il grosso del nostro gruppo sia ancora fermo al controllo passaporti e non farà in tempo a comprare da mangiare per tutti prima della partenza del treno. Così andiamo noi, e ne compriamo per trecento. Nel corridoio scoppia una discussione sugli organismi geneticamente modificati. Un difensore delle biotecnologie a bordo di un treno antiglobalizzazione! Quanto meno inaspettato.
Sul treno
Un gruppo di circa ottanta persone discute gli obiettivi. Sembra che ce ne sia solo uno: abbattere le barriere della zona rossa. Queste barriere sono diventate il simbolo dei problemi che dividono chi ha da chi non ha. Capisco il loro valore simbolico, ma non sono sicura che abbatterle sia così importante. Anche il tono generale della riunione mi sembra inquietante: c’è chi parla di una jihad come risposta alla violenza commessa da chi ha il potere contro chi è privo di tutto. Gli effetti dei gas lacrimogeni sono una grossa preoccupazione per maggior parte dei presenti, che non li ha mai provati. Abbiamo soltanto cinque o sei veterani delle proteste. “È come avere del pepe in gola o del peperoncino negli occhi”, ci spiegano. “Andate avanti senza fermarvi e pensate a perché siete qui. Ricordatevi qual è la missione”.
Una ragazza sui 16 anni che viaggia con la madre soffre d’asma. Può usare l’inalatore quando sparano i lacrimogeni? No, dice un reduce di Praga e Seattle. “Ti farebbe solo entrare più gas nei polmoni”. Sappiamo che la polizia italiana ha le pallottole di gomma. La settimana scorsa qualcuno ha scritto che useranno anche armi vere. Il movimento non ha bisogno di martiri, ma ho paura che con tutta questa frenesia finiremo con l’averli.
Venerdì 20. Genova
Arriviamo proprio mentre scoppia la violenza. Mi sento in gola il vapore dei lacrimogeni. Ci sono nuvole di fumo nero e gli elicotteri volteggiano sulla nostra testa. Non sono disposta a morire per questa causa. Le strade sono stranamente vuote. Sono qui per documentare le proteste non violente, ma non ci sono state. Viene assaltato un negozio dopo l’altro. Mi siedo in mezzo alla strada per riordinare le idee. Cammino per chilometri e chilometri in cerca delle manifestazioni non violente che sicuramente si stanno svolgendo da qualche altra parte.
Al mio ritorno in albergo, guardo le immagini in televisione: automobili bruciate e negozi ridotti in frantumi. Vengo a sapere del manifestante morto e vedo la sua foto: il sangue nero quasi come il passamontagna. Sono immagini di guerra. Vedo le barriere, vedo un uomo a petto nudo che danza mentre un idrante lo colpisce alle spalle. Vedo tante e tante immagini della polizia che prende a calci e pugni manifestanti che non stanno lanciando niente e che apparentemente non fanno niente. Vedo la sequenza al rallentatore di un poliziotto che colpisce con un pugno la faccia di un giovane manifestante.
Il mio telefono comincia a squillare e sento altre storie di guerra dai miei compagni di viaggio. Mi affaccio alla finestra. Un vecchio grinzoso è in piedi sul balcone di casa sua. Riesco a sentire la televisione, che è sintonizzata sullo stesso notiziario. Alza la testa per guardare l’elicottero che gira sopra di noi. Non sa di essere osservato. Si fa il segno della croce e si asciuga lentamente una lacrima. Che vuole questo movimento? Cos’è diventata questa giornata?
Sabato 21
Sono di nuovo sulle strade con centinaia di migliaia di altre persone. Rullano i tamburi, suonano i fischietti. Si dice che il G8 sia stato sospeso. Tripudio generale. Il ragazzo morto è dimenticato. Poi c’è un movimento improvviso mentre la folla cambia direzione. La gente comincia a correre verso di me. I lacrimogeni mi riempiono gli occhi. Scappo in un vicoletto. Lontana dalla folla mi rendo conto di quanto sia difficile definire questo movimento. I suoi fini, i suoi obiettivi e la sua stessa natura continuano a cambiare. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati