Dopo che le milizie huthi dello Yemen hanno attaccato Israele, il 28 marzo, ci si chiede che conseguenze avrà la loro entrata in guerra.

La risposta dipende dalle prossime mosse del gruppo, alleato dell’Iran: lancerà missili e droni da grande distanza contro Israele o sfrutterà la vicinanza allo stretto di Bab el Mandeb per bloccare l’accesso al mar Rosso, come ha fatto l’Iran con lo stretto di Hormuz? Se dovesse scegliere la seconda opzione, il blocco del traffico marittimo nei due passaggi sarebbe devastante.

Gli huthi, un gruppo armato sciita che nutre una profonda ostilità per Israele e governa ampie aree dello Yemen (compresa la capitale Sanaa), hanno una struttura complessa, capace di resistere e rispondere alle difficoltà. Finora non hanno combattuto direttamente al fianco dell’Iran, anche se secondo le Nazioni Unite molti dei loro armamenti arrivano da Teheran. Nel maggio 2025 hanno concordato un cessate il fuoco con gli Stati Uniti grazie alla mediazione dell’Oman, mettendo fine agli attacchi contro le navi statunitensi nello stretto di Bab el Mandeb, in corso dall’ottobre 2023. La tregua arrivava dopo che i bombardamenti di Washington avevano causato danni pesanti ai lanciamissili degli huthi (il gruppo ha ribadito che il cessate il fuoco non si applicava a Israele, e ha continuato ad attaccarlo).

A facilitare la tregua c’era stato anche il desiderio dell’Iran di accumulare un capitale politico in vista della trattativa con gli Stati Uniti sul nucleare, nella primavera 2025. A ottobre il gruppo ha esteso l’accordo a Israele, quando Tel Aviv ha accettato di interrompere i bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Mesi prima, durante la guerra dei dodici giorni, l’organizzazione sciita aveva inoltre scelto di non intervenire mentre Israele e Stati Uniti attaccavano Teheran. Lentamente le grandi compagnie di trasporti come Maersk hanno ripreso il traffico attraverso il mar Rosso.

Lo stretto di Bab el Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa, è sempre stato vulnerabile agli attacchi degli huthi, realizzati con droni e piccole imbarcazioni. Secondo Farea al Muslimi, specialista del centro studi Chatham house, un’alterazione prolungata del traffico nello stretto provocherebbe un aumento dei costi di spedizione e del prezzo del petrolio, alzando la pressione su un’economia globale già indebolita dalla situazione sullo stretto di Hormuz. Ma Al Muslimi spiega che a lungo andare la popolazione dello Yemen potrebbe convincersi che gli huthi dipendono troppo da Teheran.

Anche per questo il gruppo potrebbe preferire una strategia prudente, magari per ottenere soldi dall’Arabia Saudita. Nel sud dello Yemen per il momento i sauditi hanno ridimensionato la causa separatista portata avanti dal Consiglio di transizione del sud (Stc). Gli Emirati Arabi Uniti, che all’inizio dell’anno avevano sostenuto l’Stc, hanno lasciato lo Yemen. Questo significa che sarà l’Arabia Saudita a determinare il futuro dello Yemen, un compito estremamente complesso che richiederà trattative non solo con gli ex sostenitori dell’Stc ma anche con gli huthi. Formalmente l’Stc è stato smantellato, ma in realtà è ancora attivo e spera in un fallimento del governo del sud riconosciuto dalle Nazioni Unite, ribadendo che la sua causa è più forte che mai. Riyadh non può permettersi di combattere su troppi fronti, quindi se necessario cercherà di trovare un accordo con gli huthi e di minimizzare la minaccia di attacchi nel mar Rosso.

L’Arabia Saudita sta versando denaro al nuovo governo nel sud e gli huthi nel nord potrebbero volere una parte di queste risorse in cambio della rinuncia a combattere di nuovo contro il sud o a destabilizzare il mar Rosso.

Resta il fatto che il vero potere degli huthi sta nella possibilità di bloccare le navi mercantili, non nel lancio di missili contro Israele. Comunque vada, è probabile che il risultato finale sia un ulteriore allontanamento dello Yemen dalla pace, dopo oltre un decennio di guerra civile. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati