Vista dal ripido pendio, la valle è un vero paradiso. Ti scappa un sospiro di gioia, non puoi farne a meno. Ma cosa significa “paradiso”? La natura senza tracce umane, mi viene da dire. Prima del peccato originale, prima della razionalità, dei trattori, dell’ordine, dei concimi chimici e dei pesticidi.

“Quelli della commissione parlamentare per l’ambiente stavano proprio lì”, dice entusiasta Peder Størup indicando una piccola radura. Sembra che nella sua tenuta ci siano passati tutti: le persone che gestiscono i grandi fondi per l’ambiente attivi a livello internazionale, i dirigenti delle organizzazioni ambientaliste, i sindaci, i politici. Perché Størup ha fatto qualcosa di raro, decisamente audace e improvvisamente molto richiesto.

“Venticinque anni fa questa valle era tutta coltivata, con uso di funghicidi e altri prodotti chimici”, racconta. “Producevamo soprattutto colza, se non ricordo male. Oggi qui ci sono specie vegetali di ogni tipo”. Quando usa la prima persona plurale, Størup intende lui stesso e i suoi genitori. È cresciuto in questa fattoria di Skellerup, vicino a Silkeborg, dove il padre e prima ancora il nonno allevavano maiali, come tanti altri in Danimarca.

Durante la nostra visita il padre è al lavoro al tornio nel laboratorio di ceramica e ascolta musica classica ad alto volume. Ogni giorno va con la moglie a vedere come sono cambiati i loro vecchi campi. Niente è come prima. Nella valle ci sono migliaia di orchidee. Quando fioriscono l’ambretta e la campanula, arrivano api di ogni genere: andrene, melitte e tante altre. Størup fa sembrare questa trasformazione estremamente semplice. Forse perché ha davvero trovato la ricetta per far rivivere la natura. Le farfalle sono arrivate quando sono cominciate a crescere le loro piante preferite: veccia dolce, viola, trifoglio rosso, ginestrino.

Strisciando a terra passiamo tra i fili del recinto elettrico che fa da cornice alla missione di Peder Størup: trasformare campi arati in spazi ricchi di biodiversità in tempi brevissimi. In Danimarca – il paese che, con il Belgio, è ultimo in Europa per biodiversità – la sua competenza è molto richiesta. Il recinto custodisce una piccola mandria di cavalli islandesi. Sono l’unica cosa da ammirare. E sono anche il segreto di Størup.

Tutto è cominciato un autunno di diversi anni fa. Suo padre aveva comprato un carico di mangime per i cavalli che allevavano in comune. “Dobbiamo dividere la fattura”, aveva detto al figlio.

“E se non gli dessimo niente da mangiare?”, aveva risposto lui. “In fondo sembra che non se la passino male”.

“Dobbiamo comunque mettere da parte un po’ di mangime in caso venga la neve”, aveva obiettato scettico il padre.

Di solito chi alleva cavalli gli dà il mangime dall’autunno fino alla primavera, quando nei campi ricomincia a crescere l’erba. Quella volta, però, padre e figlio hanno deciso che i cavalli si procurassero il cibo da soli. Gli effetti sull’ambiente si sono visti subito. La natura è rifiorita. Sono arrivati scarabei, farfalle, api e vespe, comprese alcune specie rare o in via d’estinzione.

Liberi e selvaggi

“Uri, bisonti, alci e cavalli selvatici: tutti hanno avuto un ruolo nello sviluppo evolutivo delle altre specie. Mangiano, smuovono la terra, abbattono alberi e aprono radure. I boschi dove vivono non sono mai luoghi del tutto chiusi e bui”, dice Skørup mentre c’inoltriamo nel suo “esperimento”, oltre il recinto e verso la foresta.

Quella volta padre e figlio hanno lasciato che i cavalli si procurassero il cibo da soli. Gli effetti sull’ambiente si sono visti subito

Di tanto in tanto si china per mostrarci gli scarabei e i coleotteri presenti nello sterco di cavallo. Poi un formicaio coperto di vegetazione. Le tracce del passaggio delle api nella sabbia vicino alla pozza d’acqua. E ancora, le erbe aromatiche, le piante, gli alberi, i funghi. Tutto quello che cresce quando l’essere umano si limita a scavare una pozza per l’acqua e lascia liberi gli animali.

In passato i biologi pensavano che, per ottenere risultati simili, fosse sufficiente lasciare gli animali allo stato brado durante l’estate. In realtà, perché possano modificare l’ambiente serve molto più tempo.

Thyge Nygaard, consulente per le politiche agricole della Danmarks Naturfredningsforening (la società danese per la conservazione della natura), mi ha spiegato che i cavalli selvatici devono rimanere all’aperto tutto l’anno, senza ricevere cibo dalle persone: d’estate mangiano erba, foglie e germogli, d’inverno cortecce e rami degli alberi.

Oggi i biologi chiedono allo stato di lasciare liberi gli animali nelle foreste demaniali e di riscattare i terreni agricoli minacciati dalle attività umane nelle valli e lungo fiumi e fiordi. L’obiettivo è far tornare centomila ettari di terreno allo stato selvatico, recintando grandi appezzamenti – per esempio tutto il parco nazionale di Thy, nella penisola dello Jutland – e consentendo a bisonti, cervi, alci, cavalli selvatici, castori e lupi di vivere allo stato brado.

Ed è qui che entra in gioco Peder Størup: è stato lui il primo allevatore a decidere che i suoi cavalli dovevano procurarsi il cibo da soli anche d’inverno. “Non tanto per fargli godere la vita liberamente, anche se in fondo pure questa è una cosa positiva, quanto per permettere che la natura segua il suo corso”, spiega.

Da sempre amante della natura, Størup faceva il fotografo pubblicitario a Aarhus quando, tra il 2007 e il 2008, l’Unione europea abolì il ricorso al cosiddetto set-aside, un regime agricolo che prevedeva di escludere dalla produzione delle quote di territorio e lasciarle a riposo per periodi più o meno lunghi. Dall’oggi al domani le aree lungo il fiume Gudenå, rimaste allo stato naturale per decenni, diventarono coltivabili. “La decisione era stata presa per aiutare gli agricoltori. Nessuno, però, si era chiesto se fosse davvero la scelta giusta. Eppure i problemi ambientali erano già noti. I trattori si misero subito in moto e in un paio d’anni intere zone selvatiche furono cancellate”, racconta Størup. Fu quel provvedimento a farlo diventare un attivista. Poco dopo creò il sito naturbeskyttelse.dk e cominciò a documentare con fotografie aeree la conversione in campi coltivati di terreni che avrebbero dovuto essere protetti. “Sui siti web delle istituzioni certe aree erano marcate come sotto tutela, poi andavi a controllare di persona e scoprivi che erano tutti terreni usati per l’agricoltura. Non capivo come fosse possibile”, dice Størup.

Come diretta conseguenza del lavoro di documentazione di Størup, l’allora ministro dell’ambiente, Troels Lund Poulsen, avviò un’indagine per scoprire cosa era successo alle aree protette e per trovare strumenti che le tutelassero.

**Nel bosco **

La famiglia Størup ha 27 ettari di terreni divisi in due aree dove i visitatori possono vedere di persona come la natura si trasforma: da una parte c’è la valle, tornata allo stato selvaggio in venticinque anni; dall’altra ci sono i campi di fronte alla fattoria, lasciati allo stato naturale da dodici anni. Entriamo da questo lato. Una puledra nera ci viene incontro curiosa. Sembra una cosa perfettamente naturale. Størup tiene i suoi cavalli in un modo che farebbe rabbrividire chi li alleva in maniera tradizionale. “Quando abbiamo cominciato questo esperimento, mio padre aveva lasciato un po’ di mangime sulla neve. Ma ci siamo subito accorti che i cavalli scavavano e mangiavano quello che c’era sotto. Si dice che siano erbivori, ma è sbagliato: i cavalli mangiano di tutto! Erba, piante aromatiche, piante di cardi e ortiche, perfino cespugli e rami del diametro di qualche centimetro. Non lo fanno per fame, ma per variare la dieta”, racconta Størup. “Anche d’estate, con tutta l’erba che hanno a disposizione, aggiungono sempre qualcosa di più consistente”.

La mandria di Størup vive praticamente allo stato brado. Con il tempo gli animali hanno imparato a conoscere la zona, e oggi sono più attivi e creativi nella ricerca del cibo. Per undici mesi all’anno evitano di mangiare certe piante, come l’artemisia e il cardo, poi improvvisamente ci si tuffano e le divorano. Evidentemente in quella fase le piante hanno un sapore particolare.

In certi periodi cercano soprattutto l’abete rosso, ma di solito si cibano di querce, faggi, pruni, betulle e biancospini. Negli anni non hanno avuto bisogno di integratori minerali o di cure vermifughe: non hanno mai mostrato segni di malessere. All’inizio della primavera, quando c’è meno da mangiare, buttano la testa nei corsi d’acqua e nei laghi e mordono i primi germogli comparsi sul fondo. Mangiano le radici del tarassaco e dell’acetosella. Sono a loro agio sui terreni bagnati e su quelli secchi, sui prati, nel bosco e nelle radure. Le uniche due condizione indispensabili sono l’accesso a una ricca scelta di nutrimenti e la disponibilità di uno spazio abbastanza grande in cui muoversi. In cambio, nel giro di dodici anni possono far ritornare in un determinato territorio diverse specie vegetali a rischio di estinzione.

Da sapere
L’abbraccio di Pechino

◆ All’inizio di novembre il ministero cinese per le risorse idriche ha annunciato che d’ora in poi fornirà le informazioni raccolte dalle due stazioni idrologiche di Yunjinghong e Manwan, nello Yunnan, ai paesi della Mekong river commission (Mrc), l’organizzazione per la cooperazione regionale dei paesi del basso Mekong. Finora la Cina condivideva le informazioni solo durante la stagione delle alluvioni, da giugno a ottobre. Ma per migliorare il monitoraggio delle acque e la previsione dei disastri naturali nei paesi dove scorre il fiume saranno comunicati due volte al giorno anche i dati sul livello del fiume e sulle precipitazioni. L’accordo tra la Cina e l’Mrc arriva pochi mesi dopo il rapporto finanziato dal governo statunitense che attribuisce a Pechino la responsabilità della devastante siccità del basso Mekong nel 2019. ◆ A settembre gli Stati Uniti hanno lanciato la Us-Mekong partnership con il Laos, il Vietnam, la Cambogia, la Birmania e la Thailandia. La partnership, che estende la Lower Mekong initiative del 2009, servirà a rafforzare l’autonomia, l’indipendenza economica e lo sviluppo sostenibile dei paesi del Mekong. L’accordo prevede un finanziamento aggiuntivo di 150 milioni di dollari per alleviare gli effetti della pandemia sull’economia, contrastare il crimine transnazionale e il traffico di esseri umani, sviluppare i mercati energetici e le misure per prevenire la siccità e a estendere le esercitazioni di soccorso in caso di calamità. Ma che possa essere una valida alternativa agli importanti investimenti cinesi e agli scambi commerciali con Pechino è da vedere. Il fondo speciale per la cooperazione del Lancang Mekong rende difficile per i paesi del sudest asiatico allontanarsi dalla Cina.


“Ho partecipato a conferenze sull’uso degli animali per la protezione e la cura della natura, e ho parlato con diversi ricercatori, ma nelle foto che mi hanno mostrato c’erano campi senza fiori, che sembravano rasati dalle pecore. Nella nostra fattoria abbiamo un’esplosione di fiori”, racconta Størup. “Ho incontrato persone convinte che i cavalli non servano per la tutela dell’ambiente, perché divorano tutto quello che hanno a tiro. Quando gli ho chiesto quanti ne avessero, ho scoperto che erano cinque volte di più di quelli che le dimensioni dei campi potevano sostenere. Bisogna cominciare con pochissimi animali, altrimenti il nutrimento non è sufficiente”.

Bastano pochi cavalli. Uno ogni tre ettari, spiega Størup. In questo modo presto tutto si copre di erba fitta, di macchia e infine di bosco. Se invece gli animali sono troppi, mangiano i fiori prima che le api e le farfalle possano prendere il polline e il nettare. “Fosse per me, i buoi e i cavalli starebbero nei boschi il più possibile. In fondo gli animali selvatici sono troppo teneri con gli alberi, e tendono a passare troppo tempo nei campi coltivati”, aggiunge Størup.

Mentre camminiamo nella valle, vediamo i risultati della sua strategia. N0n imitarla sarebbe davvero stupido. Størup ha coinvolto sette, otto proprietari di terreni vicini ai suoi e ha ottenuto i finanziamenti del Fondo danese per la natura per costruire uno steccato e recintare altri 45 ettari. Ma è solo l’inizio. Sono le basi da cui partirà la grande trasformazione dell’agricoltura danese. Nei prossimi tre anni 15mila ettari di campi coltivati saranno riportati al loro stato originario. E l’organizzazione degli agricoltori, il Consiglio danese per l’agricoltura e l’alimentazione e la società danese per la conservazione della natura hanno già proposto di trasformare altri centomila ettari. Størup sostiene il progetto con tutto se stesso. Le specie a rischio avranno più spazio e, grazie all’accorpamento dei terreni, sarà possibile reintrodurre nel paese i grandi erbivori. Ma bisognerà decidere dove e come agire: “Dobbiamo cominciare nelle zone in cui la natura c’è già e le specie minacciate resistono ancora. I mangimi e i pesticidi usati in agricoltura devono essere tenuti il più lontano possibile. Gli animali devono avere ampi spazi vicini. È importante, perché molti di loro sono poco mobili”.

Da sapere
Cos’è il rewilding

◆ Il rewilding (rinselvatichimento) è la pratica di riportare allo stato originario ampi territori modificati dall’intervento umano, attraverso la reintroduzione di animali selvatici – soprattutto predatori ed erbivori di grande taglia – lasciati allo stato brado. Il concetto è stato definito scientificamente nel 1998 dai biologi della conservazione statunitensi Michael Soulé e Reed Noss, e da allora si è sviluppato in diverse direzioni. Il rewilding può aiutare a mitigare gli effetti del riscaldamento globale, creare ecosistemi sostenibili, tutelare specie a rischio di estinzione e aumentare la biodiversità. Secondo uno studio del settimanale Nature, riportare allo stato naturale il 15 per cento delle terre su cui ci sono stati interventi umani servirebbe a evitare il 60 per cento delle estinzioni previste e a catturare 299 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, equivalenti al 30 per cento dell’aumento della CO2 nell’atmosfera dai tempi della rivoluzione industriale.


La valle della famiglia Størup era molto difficile da coltivare: troppo secca da una parte, troppo umida dall’altra. Ora, quando piove a dirotto, i campi si allagano, ma non è un problema. Gli alberi cadono nel fiume Gudenå. Niente viene abbattuto o rimosso.

Proseguiamo lungo il fiume che serpeggia e gorgoglia. I cavalli fanno ordine a modo loro, creando spazi per le piante che amano la luce.

Una volta sono venute in visita delle persone del Fondo per la natura Aage V. Jensen. Era un meraviglioso giorno d’estate, il sole scaldava la valle e le farfalle si alzavano in volo formando delle nuvole colorate, per poi posarsi sulle dita degli ospiti, intenti a scattarsi dei selfie. “E tutto questo nel nostro piccolo paradiso”, ricorda Størup.

Dopo la fattoria

“Sono cresciuto in una fattoria e so bene cosa serve per far funzionare un’azienda: la razionalità, per ottenere il miglior rendimento possibile; le leggi, che ti obbligano ad agire nel modo corretto; e una banca, che t’impone di fare attenzione alla gestione economica. La parte finanziaria è essenziale se si vuole gestire bene un’impresa. Può capitare di doversi spingere fino al limite, e qualche volta anche di doverlo superare. Oppure si può guardare il bilancio, stabilire quanta terra si può tenere non coltivata, e capire se si riescono a ottenere delle sovvenzioni”.

Quando il padre di Peder Størup stava per andare in pensione, ha venduto alcuni terreni per estinguere il mutuo. Sul resto della proprietà voleva solo natura. E ha deciso di non vendere altra terra, rinunciando a duecentomila euro.

“È stato un rifiuto che però ha fruttato qualcosa di più prezioso dei soldi. Mio padre oggi ha 83 anni e vive in mezzo alla natura, invece di starsene chiuso nei cinquanta metri quadrati di giardino di una casetta a schiera. Chi ha fatto il contadino, in posti del genere diventa subito vecchio. Ma tutti possono trasformare i propri terreni in natura selvaggia, nessuna legge lo impedisce”, dice Størup.

Resta la questione delle recinzioni: alcune persone temono che gli steccati costruiti per delimitare i terreni rinselvatichiti impediscano l’accesso alla natura. Altri, invece, hanno paura di trovarsi di fronte ad animali allo stato brado. E c’è anche chi teme entrambe le cose. “In un paese come la Danimarca per far tornare i grandi animali nella natura le recinzioni sono necessarie. Bisogna però ridurre il numero degli spazi più piccoli e costruirne di molto ampi. Possibilmente con i cancelli a battente”, aggiunge Størup. I suoi cavalli non devono “essere alla mano”, come si dice degli animali abituati alla presenza umana. E non devono essere nutriti dai visitatori. Størup vorrebbe scriverlo su un cartello: “Se tu cominci a dar da mangiare ai cavalli e loro cominciano a chiederlo, noi saremo costretti a ucciderli”. ◆ pbsc

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati