Quando nel 2002 in Cina apparve il virus responsabile della Sindrome respiratoria acuta grave (Sars), potenzialmente mortale, le fabbriche cinesi producevano soprattutto beni a basso costo come magliette o scarpe da ginnastica per i consumatori di tutto il mondo. Diciassette anni dopo, nel paese più popoloso del pianeta si sta diffondendo un altro virus mortale. Ma nel frattempo la Cina ha acquisito un’importanza enorme nell’economia mondiale, e l’epidemia in corso minaccia i grandi capitali.

Molte aziende internazionali che vendono o fabbricano i loro prodotti in Cina stanno già lanciando l’allarme. Apple, Starbucks e Ikea hanno chiuso temporaneamente alcuni punti vendita in Cina. I centri commerciali sono deserti, e crollano le vendite di scarpe Nike, abiti Under Armour e hamburger McDonald’s. Le fabbriche di auto di General Motors e Toyota stanno rallentando la produzione nell’attesa che gli operai tornino dalle vacanze del capodanno cinese, che le autorità hanno deciso di prolungare fino al 9 febbraio per frenare la diffusione del virus. Alcune compagnie aeree – tra cui American Airlines, Delta, United, Lufthansa e British Airways – hanno sospeso i voli per la Cina.

Secondo le previsioni più caute della società di consulenza Oxford Economics sulle conseguenze dell’epidemia di coronavirus, quest’anno la crescita cinese dovrebbe assestarsi intorno al 5,6 per cento, rispetto al 6,1 per cento del 2019. Questo potrebbe provocare una contrazione dello 0,2 per cento della crescita mondiale, portandola al 2,3 per cento, il punto più basso dai tempi della crisi finanziaria scoppiata più di dieci anni fa. Il 3 febbraio, dopo una lunga vacanza, gli investitori cinesi sono tornati in attività per la prima volta da quando si è manifestata la minaccia del coronavirus. Il risultato è stato un calo dell’8 per cento degli scambi azionari.

Al centro della catena

Un altro segnale della preoccupazione sempre più diffusa è che il 2 febbraio le autorità cinesi hanno presentato un piano per iniettare nuovi capitali nell’economia, mettendo a disposizione 22 miliardi di dollari per sostenere i mercati finanziari. Il piano prevede anche regole meno rigide per le aziende cinesi che vogliono prendere in prestito del denaro.

Anche se le fabbriche cinesi continuano a produrre enormi quantità di merci semplici e poco costose come i vestiti e gli oggetti di plastica, da tempo sono diventate leader anche in settori tecnologicamente più evoluti e più redditizi come quello degli smartphone, dei computer e dei componenti per auto. La Cina è diventata un anello importantissimo della catena di approvvigionamento mondiale e i suoi prodotti sono ormai indispensabili alle fabbriche di tutto il pianeta, dal Messico alla Malaysia. La Cina è anche un enorme mercato, con 1,4 miliardi di consumatori interessati a comprare gadget elettronici, vestiti firmati e vacanze a Disneyland. La guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump ha portato a uno sganciamento tra le prime due economie del mondo, Stati Uniti e Cina. Alcune multinazionali hanno provato a evitare i dazi imposti da Washington spostando la produzione in paesi come il Vietnam. Il coronavirus potrebbe accelerare questa tendenza, almeno fino a quando le aziende internazionali resteranno bloccate fuori dalla Cina.

L’epidemia di coronavirus che ha avuto come epicentro Wuhan, una città di undici milioni di abitanti, ha spinto Pechino a mettere in quarantena la metropoli e gran parte della provincia dello Hubei, impedendo la circolazione delle persone. Finora le attività industriali hanno risentito di queste misure solo in parte, perché l’epidemia ha coinciso con le vacanze di capodanno. Ma di certo ne risentirà l’industria del turismo, perché alberghi e ristoranti, in altri anni affollatissimi, in questo periodo sono vuoti. Sono stati cancellati anche concerti ed eventi sportivi, mentre la casa di produzione cinematografica Imax ha già rinviato l’uscita di cinque film in Cina.

A causa dei voli sempre più limitati e delle restrizioni legate all’emergenza sanitaria, le filiali cinesi delle multinazionali dovranno probabilmente lavorare in condizioni difficili. Alcune banche importanti come la Goldman Sachs e la JPMorgan Chase, per esempio, invitano i dipendenti di ritorno dalla Cina a rimanere a casa per due settimane.

Shanghai, Cina, 29 gennaio 2020 (Qilai Shen, Bloomberg/Getty Images)

Nel 2019 la General Motors ha venduto più auto in Cina che negli Stati Uniti. Le fabbriche cinesi del gruppo sono rimaste chiuse una settimana in più del previsto su richiesta del governo, mentre la Ford ha invitato i manager in Cina a lavorare da casa fino a quando le fabbriche resteranno inattive. In una situazione del genere tutte le attività che dipendono dalla Cina per i componenti, dalle fabbriche di auto di Stati Uniti e Messico alle industrie tessili di Bangladesh e Turchia, finiranno per pagarne le conseguenze.

Non solo non si potranno comprare questi prodotti dalla Cina ma, a loro volta, le fabbriche cinesi saranno costrette a ridurre gli ordini di macchinari, componenti e materie prime dall’estero, come i processori taiwanesi e sudcoreani, il rame cileno e canadese, e i macchinari tedeschi e italiani. “Tutto questo rischia di compromettere le filiere produttive a livello globale”, spiega l’economista Rohini Malkani, dell’agenzia di rating Dbrs Morningstar. “Ed è presto per ipotizzare quanto durerà”.

Preoccupazioni simili avevano accompagnato l’epidemia di Sars del 2002 e 2003. All’epoca la Cina era appena entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ottenendo l’accesso ai mercati di tutto il mondo, e sfruttava la sua infinita disponibilità di manodopera a buon mercato per produrre beni di consumo economici. L’economia cinese era incentrata sulle esportazioni, mentre il consumo interno era ancora basso.

Da allora la produzione economica annuale è cresciuta di più di otto volte, passando da 1.700 a 14mila miliardi di dollari secondo i dati della Banca mondiale. La quota cinese del commercio mondiale è più che raddoppiata, passando dal 5,3 per cento del 2003 al 12,8 per cento di oggi, secondo Oxford Economics.

Nello stesso periodo il pil pro capite è passato dai 1.500 dollari del 2003 ai quasi novemila dollari del 2019, rafforzando il potere d’acquisto delle famiglie. “Oggi la Cina realizza quasi un terzo della crescita economica globale, più di Stati Uniti, Europa e Giappone messi insieme”, ha dichiarato di recente Andy Rothman, economista della società d’investimenti Matthews Asia, davanti a una commissione del congresso statunitense. L’industria statunitense dei semiconduttori è particolarmente dipendente dalla Cina, che è sia un centro di produzione sia un mercato. Nel 2019 l’azienda di processori Intel ha guadagnato grazie ai clienti in Cina 20 miliardi di dollari, il 28 per cento dei ricavi complessivi dell’azienda. La Qualcomm, che produce chip per telefoni, ha realizzato il 47 per cento dei guadagni in Cina nel 2019.

Previsioni difficili

Nessuno sa quanto durerà l’epidemia di coronavirus, fino a che punto si diffonderà o quanti saranno i morti. Calcolare i danni che il virus causerà all’economia cinese è impossibile, ma è evidente che l’enorme importanza della Cina nell’economia globale renderà le conseguenze dell’epidemia più gravi di quelle della Sars. “L’effetto sull’economia mondiale sarà molto più forte”, osserva Nicholas R. Lardy, dell’Istituto Peterson di economia internazionale di Washington.

Da sapere
Una frenata per tutti
Variazione del pil conseguente a un rallentamento della crescita della Cina dell’1 per cento, stime, %

Come influirà l’epidemia su una catena produttiva complessa è difficile da prevedere. Un singolo elemento di un prodotto tecnologico come una smart tv può essere formato da decine di componenti più piccoli, a loro volta composti da altri pezzi. Spesso le aziende non sanno neanche chi siano i fornitori dei loro fornitori.

“Se mancano elementi essenziali che sono fabbricati solo in Cina la produzione rischia di bloccarsi del tutto”, spiega Ben May, di Oxford Economics. “Questi problemi si ripresenteranno un po’ ovunque nel mondo”.

Una situazione simile si è creata dopo il terremoto e lo tsunami che nel 2011 hanno colpito il Giappone, devastando il settore manifatturiero. All’epoca molte aziende pensavano di comprare i componenti da diversi fornitori, riuscendo così a difendersi da eventuali carenze. Ma in quell’occasione hanno scoperto che alcuni componenti fondamentali erano prodotti solo in alcune fabbriche specifiche.

Lo stesso potrebbe succedere oggi in Cina, con conseguenze molto gravi. “Stiamo parlando di un’area del paese enorme, di una regione manifatturiera da cui dipende il mondo intero”, spiega Susan Helper, economista dell’università Case Western Reserve.

Di recente l’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, ha comunicato che l’azienda sta limitando al massimo gli spostamenti dei suoi dipendenti verso la Cina, paese dove la Apple assembla gran parte dei suoi prodotti. L’azienda ha fatto sapere che le previsioni sui ricavi del trimestre in corso sono molto incerte.

La catena di supermercati Walmart compra grandi quantità di prodotti dalle fabbriche cinesi e gestisce 430 punti vendita nel paese, anche nelle aree in quarantena. L’azienda ha deciso di ridurre gli orari d’apertura di alcuni negozi.

Il rischio di magazzini vuoti

La Cina è anche il primo produttore di giocattoli al mondo. Alla Fiera internazionale del giocattolo di Norimberga, in Germania, molti fornitori cinesi hanno espresso la loro fiducia in una prossima riapertura delle fabbriche, riferisce Rick Woldenberg, amministratore delegato della Learning Resources, un’azienda dell’Illinois che produce giocattoli e articoli per la scuola. “Ma nessuno ha idea di quanto sia attendibile il loro parere”, aggiunge.

Secondo Woldenberg la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina aveva già spinto il settore a prepararsi a ogni evenienza. A dicembre, quando l’amministrazione Trump ha minacciato di imporre ulteriori dazi del 15 per cento sulle importazioni dalla Cina, molte aziende hanno aumentato gli ordini per giocare d’anticipo. Altre hanno trasferito la produzione in Thailandia e in Vietnam per evitare i dazi. Ma presto i produttori di giocattoli saranno costretti a rifornirsi di nuovo. “Se la situazione continuerà così per altri quattro mesi avremo un grosso problema”, ammette Jim Silver, amministratore delegato di un sito sui giocattoli.

Dopo l’epidemia di Sars la Cina registrò una contrazione economica durata mesi, per poi riprendere a galoppare. Lo stesso potrebbe succedere oggi. L’unica certezza è che comunque andranno le cose in Cina, il resto del mondo ne risentirà. “È chiaro che la Cina è diventata un attore molto più importante nell’economia mondiale”, sottolinea Mazy. “Oggi il paese è molto più coinvolto nella catena produttiva globale, e negli ultimi dieci anni è stato il salvagente dell’economia mondiale”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati