E poi la polizia ha cominciato a fare ordine. mentre i proprietari dei bar riaprivano i loro locali e i netturbini spazzavano via i resti di una giornata di scontri, gli agenti che erano stati dispiegati per fronteggiare i manifestanti contrari al G8 si sono messi al lavoro. Una squadra è scesa lungo via Cesare Battisti picchiando tutti quelli che trovava sulla sua strada. Poi si sono diretti verso la scuola dove alloggiavano centinaia di manifestanti, tra cui Norman Blair, un londinese di 38 anni. Era appena passata la mezzanotte. La polizia non ha bussato. Era l’ora della vendetta.
Hanno sfondato i cancelli con un mezzo blindato. Il primo a finire sotto tiro è stato Mark Covell, un giornalista di 33 anni, che in quel momento si trovava fuori dall’edificio. Ha cercato di scappare, ma non aveva più scampo.
Richard Moth e Nicola Doherty, due assistenti sociali londinesi, erano appena tornati alla scuola quando sono cominciate le aggressioni. L’edificio era stato trasformato in dormitorio per tutta la durata del G8 dal Genoa Social Forum, uno dei principali organizzatori della protesta.
I due avevano deciso di unire i sacchi a pelo e di mettersi a letto. Mentre tornava dal bagno, Richard, 32 anni, ha sentito del movimento. Lui e Nicola hanno seguito gli altri manifestanti che stavano correndo su per le scale. Ma era troppo tardi. La polizia era già entrata.
I due si sono accovacciati al suolo, Richard cercava di proteggere Nicola con il suo corpo. “Sentivo solo un colpo dopo l’altro”, ricorda lei. “Sono stato colpito dappertutto”, aggiunge Richard, “non ricordo dove, era tutto molto confuso”. “Il sangue di Richard ha cominciato a colarmi addosso”, dice Nicola. “Sentivo l’uomo accanto a me gridare: ‘Per favore, basta!’”.
Barelle di cartone
Poi è arrivata una seconda ondata di poliziotti. Un agente ha tirato fuori un coltello. “Lo ha puntato contro la testa dell’uomo accanto a me e gli ha tagliato i capelli”, ricorda Nicola. “Poi lo ha puntato contro la mia testa. Ho chiuso gli occhi. Non so se mi ha tagliato dei capelli o no. È arrivato un altro poliziotto e mi ha colpito alla schiena. Si è piegato in avanti, mi ha accarezzato il braccio e ha detto ‘Ahia!’ per prendermi in giro”.
I poliziotti facevano piovere colpi sui contestatori terrorizzati mentre li spingevano tutti verso l’atrio della scuola. “Si sentiva l’odio, il veleno che avevano dentro”, dice Norman Blair, e gli occhi gli si riempiono di lacrime di rabbia mentre racconta come lui e il suo amico Dan McQuillan sono stati picchiati a sangue dalla polizia italiana, a Genova, la notte di sabato 21 luglio. “Dan perdeva sangue a fiotti, sembrava gelatina. Era allucinante”.
I manifestanti sono stati fatti inginocchiare con le mani in alto mentre il sangue formava delle pozze intorno a loro. Gli infermieri, pietrificati, hanno finito quasi subito il materiale indispensabile per curare i feriti. Il personale delle ambulanze è stato costretto a usare delle scatole di cartone per fare stecche per le fratture. Barelle improvvisate con sacchi a pelo e tappetini venivano utilizzate per trascinare in strada le persone che avevano perso conoscenza. Un agente di polizia, preoccupato perché almeno due persone sembravano essere in coma, pare sia stato rassicurato da un superiore: “Non ti preoccupare, siamo coperti”. Ma la parte più agghiacciante delle traversie dei manifestanti doveva ancora venire. Sono stati caricati nei cellulari della polizia e portati al centro di detenzione di Bolzaneto. Norman lo ha definito “il tipo di posto dove capisci che succedono cose terribili”.
E le cose terribili sono successe. Sono cominciate le torture psicologiche. Gli arrestati, anche quelli che avevano un braccio o una gamba rotti, sono stati lasciati a gambe divaricate contro una parete per ore mentre venivano insultati. Gli hanno sputato addosso, urinato addosso e non hanno permesso loro di andare in bagno. Alcuni sono stati costretti a cantare canzoni fasciste. “Sentivo tutti che gridavano e una donna che ripeteva: ‘Per favore aiutatemi, per favore aiutatemi!’”, ricorda Norman.
A ognuno dei prigionieri è stato chiesto in un inglese stentato: “Chi è il tuo governo?”. Norman ha pensato che intendessero chiedergli di che nazionalità fosse, ma poi ha sentito le risposte degli altri. Imitando il suo vicino, ha risposto in italiano: “La polizia”. Qualsiasi altra risposta avrebbe quasi sicuramente significato un’altra scarica di botte.
Per ventiquattr’ore i prigionieri sono stati tenuti svegli dalla polizia che gridava o li costringeva a stare in piedi. Alcuni hanno cominciato ad avere allucinazioni per mancanza di sonno e cibo. Richard racconta che un manifestante tedesco si è visto confiscare i vestiti ed è stato costretto a restare seduto nudo, fatta eccezione per un grembiule di plastica. “Quando volevamo andare in bagno dovevamo aspettare. Poi ci portavano, con la testa abbassata e tirandoci per i capelli. Dovevamo passare davanti a file di poliziotti che dicevano parole come ‘Auschwitz’ e ‘svastica’. Io sono passato davanti a una stanza sulla cui porta a vetri era stata messa una coperta”.
Anche Nicola è stata testimone di maltrattamenti simili. “Alle donne tagliavano i capelli. Sembrava che le guardie pensassero che avremmo potuto usarli per impiccarci. Una ragazza curda che era stata già torturata in una prigione turca stava diventando isterica. Le hanno anche negato la medicina che doveva prendere tutti i giorni”. A una delle compagne di Nicola, una ragazza tedesca di nome Daphne, hanno rotto il naso mentre la portavano fuori dalla scuola. Un poliziotto le ha dato una manganellata in faccia mentre lei aveva le mani dietro la testa.
Quando è arrivato al carcere di Pavia, lunedì 23 mattina, Norman era semplicemente felice di essere ancora vivo. “Ma sapevo che poteva ancora succedere qualsiasi cosa. E pensavo: ‘Potrei restare in una prigione italiana per cinque anni ’”. A questo punto, nessuno degli arrestati inglesi era ancora riuscito a mettersi in contatto con le proprie autorità consolari. A casa, parenti e amici alla ricerca disperata di informazioni non avevano ricevuto nessuna comunicazione dai canali ufficiali. La fidanzata di Norman, Melanie Cooper, è riuscita a fargli arrivare un telegramma con il nome di un avvocato qualche ora prima che lo rilasciassero.
Mercoledì 25 i sospetti sono stati finalmente portati davanti a un magistrato. Si sono sentiti dire che il loro arresto era illegale. E che, anche se non erano stati accusati di alcun reato, nessuno di loro sarebbe potuto tornare in Italia per cinque anni. Ma finalmente erano liberi.
Anche se il personale del consolato britannico è andato a prenderli in prigione e li ha scortati all’aeroporto, i contestatori inglesi hanno dovuto pagarsi il biglietto per tornare a casa. Tutte le cose che avevano con loro al momento dell’arresto erano state confiscate, compresi, in alcuni casi, passaporti e carte di credito. Avevano solo i vestiti che indossavano o qualcosa che gli era stato regalato da qualche italiano gentile.
Nonostante il ministro degli Esteri Jack Straw si sia impegnato a pretendere dalle autorità italiane una spiegazione esauriente di quanto è successo la scorsa settimana, ancora sabato 28 nessuno del ministero degli Esteri o della polizia britannica aveva contattato i quattro reduci di Genova per chiedergli una dichiarazione.
Pronti alla rissa
La violenza era inevitabile fin dall’inizio del vertice. Entrambe le parti erano preparate, e se l’aspettavano. I poliziotti morivano dalla voglia di combattere. Il venerdì mattina, prima che venisse lanciato il primo mattone, il manifestante inglese Andy Hay ha visto un veicolo della polizia passare accanto al punto del corteo pacifico in cui si trovava. Un agente si è sporto dal finestrino e ha fatto con la mano il segno di una pistola. “La polizia era pronta alla rissa”, dice Hay. I preparativi per la battaglia erano cominciati da mesi. Quando la folla dei manifestanti è arrivata a Genova, giovedì 26, la città era già sotto assedio. Era stata divisa in una “zona gialla” e una “zona rossa” più interna, intorno alla sede del vertice dei G8. La polizia doveva cercare di tenere i manifestanti fuori da entrambe, potendo contare sulle massicce fortificazioni della zona rossa, se i limiti della gialla fossero stati superati.
A un costo di circa 250 miliardi di lire (129 milioni di euro), più di 20mila agenti di polizia, dell’Esercito e della Marina erano stati messi in stato di allerta. Erano state erette delle barriere d’acciaio nei 240 punti di accesso alla zona rossa. Anche gli incidenti avvenuti un mese prima in Svezia, dove erano stati feriti tre manifestanti, avevano fatto salire la tensione. Lunedì i Gom, un’unità speciale della polizia italiana, erano arrivati da Roma alla caserma genovese di Bolzaneto. Avevano trasformato una palestra in un improvvisato “centro di identificazione”. È qui che sarebbero stati portati gli “agitatori” arrestati durante il raid alla scuola per essere brutalmente interrogati.
Ma se le difese avevano un’aria medievale, l’esercito invasore che cercava di romperle non si presentava molto diversamente. Venerdì mattina erano già arrivate in città decine di migliaia di persone, sindacalisti e anarchici, nonne e adolescenti. Mescolato a questi gruppi pacifici c’era il black bloc, un nucleo amorfo di forse duemila attivisti provenienti soprattutto da Italia e Germania, decisi alla devastazione. Il loro unico scopo era quello di fare danni, anche se sapevano che questo avrebbe provocato la reazione della polizia. Nonostante le buone intenzioni dei molti, grazie al comportamento di quei pochi il caos era assicurato.
Nessuno è in grado di dire con sicurezza quando siano cominciati gli incidenti. Forse intorno a mezzogiorno: mentre migliaia di manifestanti affollavano le strade ballando, agitando striscioni e cantando, gli anarchici del black bloc si sono scontrati con la polizia a nord della zona rossa. Per qualche minuto decine di dimostranti, con i vestiti neri e le maschere antigas che costituiscono il loro segno di riconoscimento, hanno assalito una filiale del Credito Italiano.
La risposta della polizia è stata immediata, brutale e estesa a tutta la città. Il manifestante londinese Alfred Scott, 25 anni, stava sfilando a est della zona rossa quando ha notato del fumo in direzione nord. Poi un elicottero ha cominciato a sorvolare il corteo. Senza che ci fosse un solo poliziotto antisommossa in vista, dall’elicottero hanno cominciato a cadere strani oggetti che lasciavano una scia bianca mentre scendevano: li stavano bombardando con i lacrimogeni. “La metà di noi non aveva niente per proteggersi. È stato il caos”. Le squadre antisommossa sono arrivate quasi subito. In una serie di scene che si sono ripetute per tutta la città, hanno attaccato i manifestanti con scariche di gas e manganellate. I manifestanti hanno risposto lanciando mattoni, bastoni e ciottoli divelti dalle antiche e tortuose stradine. La battaglia di Genova era cominciata.
La guerriglia ha coinvolto l’intero centro della città. Gli attivisti del black bloc si sono divisi in gruppi, alcuni decisi a violare la zona rossa, mentre altri prendevano di mira edifici e altre proprietà. Hanno attaccato banche, automobili, negozi e perfino un carcere. I combattimenti sono stati più accesi nella zona intorno alla stazione di Brignole, a est del Palazzo Ducale dove erano riuniti i leader del G8. Per mezz’ora i manifestanti hanno occupato e saccheggiato un ufficio postale. La polizia ha sparato dei colpi d’avvertimento in aria.
Qualche ora dopo hanno cominciato a sparare sul serio. Vicino a piazza Alimonda, Carlo Giuliani si è lanciato in avanti con un estintore in mano per attaccare un fuoristrada dei Carabinieri che era stato circondato dai dimostranti. Dal suo interno, un agente siciliano di leva di vent’anni, Mario Placanica, ha puntato la pistola e ha sparato. Giuliani è caduto, ferito a morte. Preso dal panico, l’autista ha fatto marcia indietro sul suo corpo. Alcuni manifestanti volevano accorrere per aiutarlo, ma sono stati messi in fuga dai lacrimogeni.
Attraverso internet e la radio, la notizia ha fatto il giro del mondo in pochi minuti. La tensione della protesta antiglobalizzazione aveva fatto un nuovo balzo in avanti. Adesso i manifestanti avevano un martire. Quella notte, mentre calava una calma inquietante, la sensazione generale era di incredulità. Ma anche di sospetto. Giravano voci sull’esistenza di agenti provocatori che avevano scatenato le violenze, di attivisti del black bloc visti scendere dalle macchine della polizia, di attivisti di destra italiani o stranieri che si erano infiltrati nei loro ranghi.
Per contrastare l’ondata di violenza il Genoa Social Forum, un gruppo che riunisce 700 organizzazioni, ha indetto una marcia pacifica per il sabato mattina. Le violenze devono finire, diceva. Ma mentre i fiori si accumulavano sul punto coperto di sangue dove era morto Giuliani, migliaia di persone continuavano ad arrivare in città.
Settemila bottiglie di vino
Il sabato, a Genova il sole sorgeva in un cielo limpido. A metà mattinata per le strade c’erano già circa centomila persone. Convergevano verso la zona rossa. Battaglioni di poliziotti le stavano aspettando. All’inizio i manifestanti – molti dei quali gridavano in coro “Assassini” – hanno accettato pacificamente di essere allontanati. Ma non tutti: diverse migliaia di loro si sono rifiutate di muoversi. Di nuovo la reazione è stata immediata. Nonostante la morte del giorno precedente, la polizia ha reagito in modo ancora più violento. Decine di manifestanti hanno raccontato che i candelotti di gas lacrimogeno gli venivano lanciati direttamente addosso.
I pestaggi erano casuali e violenti. Giornalisti, passanti, manifestanti, pacifici o violenti, tutti erano visti dagli agenti impazziti come legittimi bersagli. “Chiunque si ritrovasse isolato era nei guai. È stato un incubo”, racconta Sue, un’insegnante londinese arrivata quella mattina. La zona gialla è stata subito invasa, ma quella rossa è rimasta inviolata. Gli unici che sono riusciti a superarla sono stati i candelotti lacrimogeni rilanciati dai manifestanti contro la polizia.
All’interno c’era una calma surreale. Mentre la violenza imperversava, i leader del G8 con il loro seguito continuavano la loro riunione indisturbati, scegliendo uno spuntino tra 170 diversi tipi di formaggio, 54 varietà di pane e una cantina di settemila bottiglie di vino.
All’esterno, tra il fumo e le scene di violenza, gli scontri sono finiti all’imbrunire, lasciandosi alle spalle uno scenario apocalittico. Lungo corso Torino, la strada principale percorsa dal corteo di protesta, macerie e auto bruciate segnavano i luoghi degli scontri. Bancomat saccheggiati, divelti dai muri delle banche, giacevano sui marciapiedi.
Il futuro della protesta
Il vertice si è concluso in gran fretta. Un finanziamento speciale per combattere l’Aids in Africa è stato approvato, ma nessuno stava ascoltando. Sembrava ora di tornare a casa. Tuttavia, mentre molti dei manifestanti malmenati si preparavano a partire, è stato impartito l’ordine del raid all’edificio che ospitava il Genoa Social Forum. Per due giorni Genova era stata teatro dei più violenti tumulti mai visti in Europa occidentale negli ultimi decenni. Ora la polizia aveva bisogno di sferrare il colpo finale.
Quando sarà la prossima volta? È una domanda che si pongono sia i manifestanti sia i capi di governo. Probabilmente toccherà a Washington: alla fine di settembre ci sarà un incontro del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, e sembra probabile che si ripeteranno i disordini di Seattle del 1999.
Polemiche in Svezia dopo le violenze al G8. Il commissario Lennart Pettersson, della Direzione nazionale della polizia svedese, era a Genova insieme al capo della polizia criminale, Lars Nylén. Entrambi i dirigenti sono convinti che i loro colleghi italiani non abbiano provocato i manifestanti e non abbiano reagito in maniera particolarmente violenta: “La polizia italiana si è dimostrata ben organizzata. Non hanno neanche avuto bisogno di usare i manganelli durante gli scontri. Certo, è possibile che ci siano stati dei casi isolati in cui le cose sono andate in un altro modo”. Daniel Sestrajcic, consigliere municipale a Malmö, era a Genova e non condivide questa analisi: “Sono stati veramente brutali. Molti manifestanti sono stati picchiati selvaggiamente”. Nel giugno scorso i vertici della polizia svedese erano stati accusati di aver reagito con eccessiva violenza dopo che, durante il vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue a Göteborg, gli agenti avevano sparato contro i manifestanti ferendone tre. Lotta Folker, Svenska Dagbladet, Svezia
È improbabile che i poliziotti americani, ai quali dopo Seattle è stato affibbiato il nomignolo di “robocop”, siano più tolleranti dei loro colleghi italiani. Le manifestazioni di protesta potrebbero essere le più grandi che siano mai state inscenate negli Stati Uniti dai tempi della guerra del Vietnam. L’eco degli avvenimenti di Genova sta ancora risuonando in tutto il pianeta. Aspramente criticato dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, il nuovo primo ministro di destra Silvio Berlusconi si è presentato in Senato con una faccia terrea. Non mostrava quella sicurezza di sé che di solito lo contraddistingue. La sera prima Canale 5, una delle televisioni di proprietà del primo ministro, aveva mostrato immagini inedite del raid della polizia. Il debutto di Berlusconi sulla scena mondiale è stato un bagno di sangue, e così sarà ricordato per sempre.
Amnesty International è decisa a condurre un’inchiesta sul comportamento della polizia italiana. Ha le prove concrete degli abusi commessi. Il capo della sezione greca dell’organizzazione è stato pestato dalla polizia al porto di Ancona. Ma dopo la morte di Giuliani, la posta in gioco delle proteste contro la globalizzazione è salita. Secondo alcuni, il movimento è a un bivio.
Molti dei suoi membri più “moderati” forse non vorranno più rischiare la vita nelle strade. “Sarà necessario aprire un ampio dibattito sulle strategie”, sostiene Susan George, autrice di diversi libri sulla globalizzazione. “Molte persone hanno ancora voglia di partecipare. Dobbiamo trovare un modo per continuare senza martiri, ma se lo Stato vuole la violenza, l’avrà”.
Ma nonostante i dubbi, molti attivisti sono stati galvanizzati dall’esperienza di Genova. La morte di Giuliani ha rafforzato la loro convinzione di base: lo Stato ha paura di loro. Per queste persone la lotta è appena cominciata. Jonathan Neale, di Globalise Resistance, ha detto chiaramente che cosa questo significa per lui. “Non possono batterci con la repressione. A Genova, mentre ci attaccavano, gridavamo in coro: “Stiamo vincendo noi. Non lo dimenticate”.
Anziché scoraggiare i manifestanti coinvolti negli episodi di violenza, il comportamento della polizia italiana ha già dato il via a una nuova serie di manifestazioni di solidarietà. “Molti pensano che questo ci abbia rafforzati”, dice Norman Blair. “Abbiamo visto uno Stato di polizia all’opera e siamo sopravvissuti”.
Gli attivisti più convinti del movimento sono chiaramente più decisi che mai. Il rischio di altri morti è diventato accettabile. È improbabile che la sanguinosa morte di Giuliani sia l’ultima. “È una guerra”, conclude Scott. “E in guerra la gente muore”. ◆ bt
Per capire meglio cosa è successo a Genova si possono leggere:
• Salvatore Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale (Feltrinelli 2000, 32.000 lire)
• Associazione Antigone, Il carcere trasparente. Primo rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione (Castelvecchi 2000, 36.000 lire)
• Autori vari, Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza (Deriveapprodi 1999, 20.000 lire)
• Alessandra D’Asaro, Filippo Nanni e Gerardo Greco, Sopravvivere al G8. La sfida dei ribelli al mercato mondiale (Editori Riuniti 2001, 16.000 lire)
• Autori vari, La rete di Lilliput. Alleanze, obiettivi, strategie (Emi 2001, 20.000 lire)
• Alberto Melucci, Diventare persone. Conflitti e nuova cittadinanza nella società globale (Edizioni Gruppo Abele 2000, 20.000 lire)
• José Bové e François Dufour, Il mondo non è in vendita. Agricoltori contro la globalizzazione alimentare (Feltrinelli 2001, 22.000 lire)
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati