Quando Il gene egoista fu pubblicato, nel 1976, il New York Times scrisse che era “quel tipo di divulgazione scientifica che fa pensare al lettore di essere un genio”. Pochi libri di scienza rivolti al grande pubblico hanno avuto un impatto simile. Come nota Richard Dawkins nell’epilogo dell’edizione per il cinquantesimo anniversario, è piuttosto raro che un saggio continui a essere ristampato a mezzo secolo di distanza, e ancora di più che il suo autore sia ancora in circolazione per aggiornarlo.
Si potrebbe sostenere con buone ragioni che Il gene egoista ha avuto più influenza sulla nostra comprensione dell’evoluzione di qualsiasi altro libro dopo L’origine delle specie di Charles Darwin. Con una prosa irresistibile, mostra come tutto ciò che osserviamo in biologia è spiegabile partendo da una visione della vita incentrata sul gene.
Il comportamento apparentemente altruistico aveva tolto il sonno a Darwin
Eppure, quando fu pubblicato la prima volta, era stato sequenziato solo un piccolo numero di geni; non sapevamo nemmeno quanti ne avessimo e quanti erano condivisi con le altre specie. Con la metafora del “gene egoista” che rimane attualissima, ho voluto capire se a cinquant’anni di distanza è ancora uno strumento utile per comprendere l’evoluzione.
La tesi centrale di Dawkins è che la selezione naturale favorisce l’aumento dei “replicatori” in una popolazione. Con replicatori intende geni costituiti da sequenze di dna. I replicatori costruiscono per sé dei veicoli, macchine che li aiutano a sopravvivere e a diffondersi. “Una scimmia è una macchina che conserva i geni sugli alberi, un pesce è una macchina che li conserva nell’acqua”, scrive Dawkins. Mentre noi (e le scimmie e i pesci) viviamo solo pochi anni o decenni, i geni che trasportiamo vivono forse per milioni di anni. Oppure, come una volta scherzò Dawkins in un limerick:
Un gene egoista vagabondo
disse: “Di corpi ne ho visti un mondo.
Tu ti credi speciale,
ma io sono immortale:
non sei che una macchina in fondo”.
Ecco perché aveva preso in considerazione il suggerimento di intitolare il libro Il gene immortale.
Dawkins non è stato il primo a proporre di guardare l’evoluzione dal punto di vista del gene: l’idea era nata dai ricercatori della “sintesi moderna”, che univa le teorie di Darwin con quelle della genetica. La sua influenza maggiore è stata probabilmente William Hamilton, un biologo dell’università di Oxford.
Il lavoro di Hamilton mostrava che un comportamento apparentemente altruistico o disinteressato può diffondersi se aiuta i parenti a riprodursi. Per esempio, quando una coppia di uccelli come il codibugnolo o il gruccione non riesce a costruire un nido o perde la covata, aiuta fratelli e sorelle ad allevare i loro piccoli.
Questo tipo di comportamento apparentemente altruistico aveva tolto il sonno a Darwin, convinto che gli individui dovessero agire solo nel loro interesse. Ma se si considera la questione dal punto di vista dei geni, aiutare a crescere i nipoti ha perfettamente senso, perché si stanno aiutando copie dei propri geni. Quindi ciò che sembra altruistico è in realtà “egoistico” dal punto di vista del gene. È quello che Hamilton dimostrò con le sue equazioni sulla selezione di parentela.
Trasformare i calcoli di Hamilton in una prosa avvincente era un’impresa tutt’altro che semplice. “Leggiti Hamilton e poi prova a spiegarlo!”, dice Arvid Ågren, biologo della Case Western Reserve University, in Ohio. “Ma Dawkins ha anche spinto più avanti quest’idea. Ha una mente molto logica ed è bravissimo a sviluppare un concetto fino alle sue estreme conseguenze”. Dawkins prese lavori che forse sarebbero rimasti confinati nelle riviste scientifiche e li plasmò – li fece evolvere, si potrebbe dire – in una forma che ha cambiato il modo in cui si fa e si pensa la biologia in tutto il mondo. Perfino alcuni pionieri di queste teorie impararono qualcosa di nuovo, come riconobbe lo stesso Hamilton.
Dawkins non era molto interessato alla biologia molecolare del gene
“Il suo maggiore contributo è stato rivelare il punto di vista del gene”, dice il biologo evoluzionista David Shuker dell’università di St. Andrews, nel Regno Unito. “Non è solo un capolavoro di divulgazione scientifica – secondo me tuttora il miglior libro divulgativo sull’evoluzione – ma ha davvero creato un nuovo spazio concettuale”.
Melissa Bateson, che studia il comportamento animale all’università di Newcastle, nel Regno Unito, sottolinea che Dawkins è stato accolto nella Royal society per i suoi contributi alla scienza, non per il suo lavoro nella diffusione della conoscenza scientifica. “Credo che questo riconoscimento sia pienamente meritato per come ha cambiato il modo di pensare di tanti biologi”, dice. “Dawkins ha fatto molto più che divulgare qualcosa che già esisteva”.
Metafore sconvolgenti
Il grande punto di forza del Gene egoista sta nella sua potente metafora: i geni agiscono nel proprio interesse, non necessariamente per il bene dell’organismo che li ospita. Il suo grande limite è che questa metafora può essere facilmente fraintesa. “È un titolo suggestivo ma fuorviante, che ha generato una confusione senza fine”, dice Matthew Cobb dell’università di Manchester. La filosofa Mary Midgley scrisse addirittura: “I geni non possono essere egoisti o altruisti più di quanto gli atomi possano essere gelosi, gli elefanti astratti o i biscotti teleologici. Non dovrebbe essere necessario dirlo, ma Il gene egoista è riuscito a confondere parecchie persone”.
Più spesso, il titolo è stato letto come una dichiarazione a favore delle teorie economiche della destra o dell’esistenza di un gene dell’egoismo (due interpretazioni che facevano inorridire Dawkins).
Il titolo, quindi, è uno dei principali motivi per cui il libro è stato – e continua a essere – controverso. “Anche se in larga misura la tesi della prospettiva del gene regge, credo che il problema spesso sia: cosa si intende per egoismo?”, commenta Ågren.
Dopo Dawkins, alcuni hanno pensato che la sua tesi suggerisse che nasciamo egoisti, un’interpretazione che non era emersa quando il biologo George Williams aveva pubblicato il suo fondamentale libro sulla prospettiva del gene, Adaptation and natural selection, nel 1966. “La prospettiva del gene non è cominciata con Dawkins,” dice Ågren. “C’è già in George Williams. E, curiosamente, con Williams nessuno si scandalizza mai. Perciò la controversia riguarda in parte la personalità”. La personalità, e quella metafora.
In effetti il testo di Dawkins è disseminato di metafore, un aspetto della scrittura che lui amava particolarmente. Per alcuni è proprio questo il fascino del libro, mentre per altri parlare degli esseri umani come di “robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni” si avvicina a un certo determinismo genetico e all’animismo. “Ci sono persone che ne restano davvero turbate, che faticano a dormire dopo aver letto questo libro. Io non ho certo avuto una reazione simile”, dice Ågren. Neanche io.
Nel corso degli anni anche l’impostazione moderna della biologia evoluzionistica sostenuta da Dawkins è stata messa in discussione da diversi studiosi, tra cui il biologo Kevin Lala, dell’università di St. Andrews. Lala è tra i teorici della “sintesi evolutiva estesa”, che mette in discussione l’idea che l’evoluzione avvenga esclusivamente attraverso i geni.
Lala e altri sostengono che l’epigenetica – cioè le “marcature” sui geni che ne influenzano l’espressione e possono essere trasmesse alla generazione successiva – richiede un ampliamento del darwinismo e contraddice la tesi di Dawkins. Questo perché non si eredita solo il dna, ma anche le “etichette” che gli vengono aggiunte. Dagli anni novanta l’epigenetica è riconosciuta come un meccanismo che influenza il funzionamento dei geni.
Ågren respinge seccamente l’obiezione secondo cui l’epigenetica sarebbe un problema. “Il concetto di replicatore di Dawkins si presta benissimo a includere l’epigenetica proprio perché non è vincolato a una specifica base molecolare”, dice. In altre parole, un replicatore non deve necessariamente essere un gene. Inoltre, nell’eredità epigenetica le marcature molecolari dei geni rimangono stabili per una o due, forse tre generazioni, ma non molto di più. “Quanto conta davvero sul piano dell’evoluzione? Può benissimo essere un fenomeno transitorio”, aggiunge.
Nemmeno Shuker la considera una minaccia. “I marcatori epigenetici non spuntano dal nulla, sono comunque prodotti dei geni”, dice. “Sono meccanismi evoluti di regolazione genica. Si sono evoluti egoisticamente!”.
Anche il concetto di plasticità a volte viene presentato come una sfida a Il gene egoista. Per plasticità si intende la capacità degli organismi di “adattarsi” rapidamente alle condizioni ambientali grazie a meccanismi non genetici. Per esempio, se i girini di alcune specie di rospo nascono in uno stagno dove sono presenti dei gamberetti, sviluppano mascelle più grandi e un intestino più corto per sfruttare quella fonte di cibo.
Alcuni biologi sostengono che la plasticità sfida la spiegazione del gene egoista perché dimostra che gli organismi possono svilupparsi in modo diverso senza cambiamenti genetici. Ma in quei rospi esistono 14 geni che permettono questo cambiamento “plastico”, e quei geni a loro volta hanno dovuto evolversi ed essere selezionati.
Un’altra critica riguarda il trasferimento genico orizzontale, cioè quando i geni si spostano orizzontalmente – per esempio tra batteri – e non verticalmente, da una generazione all’altra. Ma questo è semmai un forte argomento a favore del punto di vista del gene. “Mostra tutta la forza della prospettiva dei geni”, sottolinea Ågren. “I replicatori possono muoversi in ogni direzione, e i loro interessi non sempre coincidono con quelli dell’organismo”.
Dawkins non era particolarmente interessato alla biologia molecolare del gene. Negli anni settanta descrivere un gene era semplice e intuitivo: una sequenza di dna che codifica una proteina. Oggi sappiamo che è molto più complicato di così. Tanto per cominciare, esistono geni costituiti da Rna oltre che da dna. Inoltre i geni fanno molto di più che codificare proteine.
“Un tempo pensavamo che fossero le varianti dei geni che codificano proteine [gli alleli] il principale bersaglio della selezione, ma anche se quelle varianti sono effettivamente importanti, lo sono anche le sequenze di dna che regolano la funzione dei geni, promuovendo, potenziando o perfino sopprimendo la loro attività”, dice Shuker. Anche questi interruttori di accensione e spegnimento sono soggetti all’evoluzione per selezione naturale nello stesso modo “egoista” descritto da Dawkins per gli alleli. È solo un po’ più complesso di come lui lo aveva delineato cinquant’anni fa.
Forse la novità più importante dalla pubblicazione del libro è stato lo sviluppo del sequenziamento genomico, con la rivelazione che tra ampi gruppi di organismi il numero di geni varia poco. È stata sconvolgente anche la scoperta che noi esseri umani, nonostante tutta la nostra presunta gloria e complessità, possediamo così pochi geni. I genetisti pensavano che ne avessimo circa centomila, invece è emerso che abbiamo solo circa ventimila geni che codificano per le proteine, molti meno di tante altre specie. Un parassita unicellulare chiamato Trichomonas vaginalis ne possiede circa sessantamila. Il riso ne ha 51mila. La maggior parte degli organismi, tuttavia, si ferma a un numero compreso tra i ventimila e i 25mila geni. “Quello che sappiamo oggi”, dice Shuker, “è che tutta questa straordinaria varietà dipende dai modelli di espressione genica, cioè da come i geni sono regolati nello spazio e nel tempo, all’interno delle cellule e tra cellule diverse”.
Significa che spesso è sbagliato parlare di geni “di” qualcosa. Ågren ritiene che per questo errore si attribuisce troppa responsabilità al Gene egoista e troppo poca, invece, a iniziative come il Progetto genoma umano. Anche Shuker ha un’opinione simile. “È emersa una nuova forma di determinismo genetico”, dice, “fondata non sulla prospettiva del gene, ma sull’illusione che sia possibile liberarci dalle malattie con il sequenziamento”.
Cooperare per vincere
Secondo Dawkins, gli aspetti tecnici della genomica non cambiano la sua tesi. “Il gene egoista passa sopra questi dettagli”, scrive nell’epilogo della nuova edizione. In effetti, malgrado la rivoluzione genetica dell’ultimo mezzo secolo, tutti i biologi evoluzionisti con cui ho parlato hanno faticato a individuare problemi sostanziali nel Gene egoista.
Per me, una cosa che non è invecchiata altrettanto bene è l’enfasi sulla competizione. All’inizio del Gene egoista, Dawkins osserva che il verso “la natura, rossa di zanne e di artigli”, del poeta Alfred Tennyson, riassume bene il funzionamento della selezione naturale. Ho sempre pensato che Tennyson avesse composto quel verso dopo aver letto Darwin, ma in realtà lo scrisse nel 1844, mentre L’origine delle specie fu pubblicato nel 1859. In altre parole, Tennyson rifletteva le idee del suo tempo, proprio come Darwin, che vedeva nella competizione la forza trainante dell’evoluzione.
Forse qualcosa di simile stava succedendo nel 1976, quando Dawkins scelse il titolo del libro. Oggi sappiamo di più sull’importanza della simbiosi, il modo in cui specie diverse vivono e operano insieme. Dawkins parla della collaborazione tra geni all’interno degli organismi – la spiegazione di come si è evoluta la cooperazione è uno degli elementi centrali del libro – ma continua a presentare la vita come una lotta competitiva e sanguinosa, una visione rafforzata dal titolo. Il ruolo della simbiosi è appena accennato, eppure questo processo è responsabile di quasi tutta la vita che ci circonda.
L’ho chiesto a Dawkins, che si è rammaricato perché quelli che lo criticano non sono mai riusciti a comprendere che simbiosi e cooperazione rientrano pienamente nella sua teoria. “Non ho saputo convincere, per esempio, Lynn Margulis (pioniera degli studi sulla simbiosi) o Frans de Waal (primatologo) che la simbiosi tra specie e la cooperazione all’interno delle specie sono entrambe assolutamente prevedibili dalla prospettiva del gene, non meno della competizione spietata”, dice. “Al livello del gene, tutto è competizione. Ma la conseguenza della competizione a livello genico può essere la simbiosi e la cooperazione ai livelli superiori, a seconda delle circostanze ecologiche”. Dalla prospettiva del gene, simbiosi e cooperazione sono metodi più efficaci per competere.
Per sostenere che i dettagli della genetica non incidono sulla tesi centrale del suo libro, Dawkins suggerisce che Il gene egoista avrebbe potuto essere scritto cento anni fa. “La mia presuntuosa speranza”, aggiunge, “è che il libro resti attuale e rilevante nei suoi aspetti essenziali, seppure non nei dettagli, anche nell’edizione del centenario, nel 2076”. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati