Nel giro di 72 ore Joe Biden, un politico che in tre primarie per le presidenziali non aveva mai vinto nemmeno in un singolo stato, è riuscito a portarsi in testa nella corsa per scegliere il candidato che sfiderà Donald Trump a novembre. Dopo un’improbabile e tardiva ascesa nei sondaggi, il 3 marzo Biden, che ha 77 anni ed è stato vicepresidente con Obama, ha ottenuto ottimi risultati in quasi tutti gli stati che andavano al voto nel cosiddetto supermartedì.
Si era capito che avrebbe potuto recuperare già il 29 febbraio, quando ha vinto nettamente in South Carolina, frenando lo slancio del senatore Bernie Sanders, favorito fino a quel momento. Subito dopo il voto in South Carolina i democratici più moderati, tra cui l’ex sindaco Pete Buttigieg, la senatrice Amy Klobuchar e il senatore texano Beto O’Rourke (che si erano candidati alle primarie), si sono affrettati a manifestargli il loro sostegno. Così si è formata l’alleanza in cui Biden sperava da tempo, capace di rianimare un candidato che sembrava alla deriva.
“Ho delle buone sensazioni”, ha detto Biden parlando con un giornalista che gli chiedeva previsioni sulla possibilità di vincere in Virginia, uno degli stati più importanti chiamati al voto il 3 marzo. Biden era in un locale di Los Angeles e stava cercando di convincere qualche elettore californiano a votare per lui prima che chiudessero i seggi. Nel tardo pomeriggio l’ex vicepresidente era ancora prudente, ma è sembrato entusiasta quando è salito su un palco di Baldwin Hills, a Los Angeles, mentre arrivavano gli ultimi risultati da tutto il paese. “La gente parla di rivoluzione”, ha detto alzando la voce fino a urlare, facendo riferimento alle parole di Sanders. “Abbiamo aumentato l’affluenza! Le persone sono andate a votare per noi!”. La verità è che Biden sorrideva già da diversi giorni.
Scelte pragmatiche
In tutto il paese gli elettori hanno confermato le sue previsioni. In Iowa, New
Hampshire e Nevada aveva trionfato la rivoluzione promessa da Sanders, ma negli stati del sud gli elettori hanno voltato le spalle al senatore del Vermont preferendogli la più familiare politica di centrosinistra promossa da Biden. Sorretto dagli afroamericani, Biden ha cominciato la serata ottenendo vittorie convincenti in Virginia, North Carolina e Alabama. Poi ha continuato vincendo in Minnesota (probabilmente grazie all’appoggio di Klobuchar, eletta in quello stato) e in Massachusetts, dove ha staccato non solo Sanders ma anche la favorita della vigilia, la senatrice Elizabeth Warren, che proviene da quello stato. Buone notizie sono arrivate perfino dal Vermont, la roccaforte di Sanders, dove Biden ha superato la soglia di sbarramento del 15 per cento.
I risultati dimostrano che molti elettori scelgono il candidato che pensano possa sconfiggere Trump. Questo conferma un sondaggio fatto da Gallup a novembre, in cui si chiedeva agli elettori democratici chi preferissero tra un candidato con cui erano d’accordo su quasi tutti i temi e uno con le maggiori possibilità di essere eletto presidente: il sessanta per cento ha risposto che avrebbe scelto quello con più probabilità di battere Trump. “Più ci addentriamo nelle primarie e più le persone prendono sul serio la scelta”, ha detto il 29 febbraio Lisa Grant-Coffin, una sostenitrice di Biden, durante un raduno in South Carolina. “L’ideologia è importante, ma lo è anche il pragmatismo. Non si ottiene nulla strillando in un angolo. Bisogna essere eletti”.
La disperata volontà dei democratici di battere Trump spiega anche perché a gennaio Michael Bloomberg ha rapidamente guadagnato terreno nei sondaggi. Per settimane l’ex sindaco di New York ha tempestato le tv e i social di annunci elettorali il cui messaggio era: solo io posso battere il presidente.
Negli ultimi mesi Bloomberg ha seguito una traiettoria altalenante. Ha preso una decisione rischiosa saltando i primi quattro stati delle primarie per puntare tutto (circa mezzo miliardo di dollari del suo patrimonio personale) sul supermartedì. Per un breve periodo la strategia è sembrata efficace, e i sondaggi lo davano per favorito in molti stati. Ma poi sono arrivati la sua pessima figura nel dibattito tra i candidati in Nevada e i conseguenti dubbi sulle sue possibilità di battere Trump. A quel punto gli elettori che avevano creduto in un possibile collasso della candidatura di Biden sono tornati dalla parte dell’ex vicepresidente. In particolare si è visto che gli afroamericani, generalmente fondamentali per decidere le sorti delle primarie democratiche, erano ancora con lui. “Molti elettori neri, soprattutto negli stati del sud, non vogliono una rivoluzione”, sostiene Christina Greer, docente di scienze politiche dell’università Fordham, a New York. “Il motivo per cui gli afroamericani più anziani tendono a scegliere il candidato più moderato è che sanno di cosa è capace questo paese. Certo, alcuni sono d’accordo sulla necessità di una rivoluzione”, ma molti altri sono scettici.
Blocco moderato
In ogni caso è evidente che la vittima principale del successo di Biden è Bernie Sanders, che è arrivato al supermartedì con la speranza di conquistare un vantaggio nel numero dei delegati (le persone a cui concretamente spetta nominare il candidato durante la convention estiva) che Biden avrebbe fatto fatica a colmare nelle settimane successive. E invece è stato l’ex vicepresidente ad andare in vantaggio, e alla fine Sanders ha dovuto aggrapparsi alla California, lo stato più importante al voto, dove il senatore era in vantaggio e dove molti elettori avevano votato in anticipo.
Per Sanders e i suoi sostenitori l’unica certezza nella marcia verso la nomination era che a un certo punto i vertici del partito democratico (o quello che ne rimane) avrebbero cercato di fermare il senatore del Vermont. Evidentemente il trionfo di Sanders in Nevada ha risvegliato il partito.
I candidati che durante il dibattito di Las Vegas avevano attaccato Bloomberg si sono concentrati con estrema ferocia su Sanders in South Carolina. Durante il dibattito e nei giorni successivi tutte le critiche nei confronti del senatore insistevano sullo stesso messaggio: la maggioranza degli statunitensi non vuole una rivoluzione, e scegliere un socialista democratico per sfidare Trump è un rischio che il partito non può correre. “Bernie mi piace”, ha confessato Klobuchar durante il dibattito, “ma non penso che sia il più adatto a guidare il partito a novembre”.
Inoltre di recente è aumentata l’attenzione nei confronti dei sostenitori più aggressivi di Sanders, che monopolizzano il dibattito politico online (e attraverso il popolare podcast Chapo Trap House) attaccando chiunque osi criticare il senatore.
Sanders non ha dato molto peso alla sconfitta in South Carolina. Ma nel frattempo l’opinione di molti elettori stava cambiando, e il comitato elettorale del senatore è stato colto di sorpresa dalla decisione improvvisa di Buttigieg, di Klobuchar e del miliardario Tom Steyer, di ritirarsi per appoggiare Biden. “Non mi aspettavo che tutti e tre si ritirassero”, ha ammesso Larry Cohen, presidente di Our revolution, un comitato che sostiene Sanders.
Per conoscere la portata della vittoria di Sanders in California potrebbero volerci settimane, perché in quello stato tantissime persone votano per posta e questo rallenta di molto il conteggio dei voti. Nel frattempo andranno al voto stati importanti, un’opportunità sia per Sanders sia per Biden. Con molti delegati ancora in ballo, Sanders avrà tempo per riorganizzarsi, mentre Biden dovrà cercare di migliorare la sua raccolta fondi e costruire una macchina organizzativa migliore. Inoltre dovrà lavorare sui suoi inciampi verbali che hanno alimentato i dubbi degli elettori sulle sue possibilità come candidato.
Il 10 marzo si vota in sei stati, tra cui il Michigan. Lì alle primarie democratiche del 2016 Sanders ottenne una delle vittorie più importanti contro Hillary Clinton, smentendo i sondaggi che lo davano in grande svantaggio. Inoltre si vota anche in Missouri, dove quattro anni fa Sanders andò meglio del previsto. Biden è invece favorito in Mississippi, dove i neri sono una percentuale importante dell’elettorato.
Il più giovane
Una giornata ancora più importante nel calendario elettorale sarà il 17 marzo, quando voteranno Ohio, Illinois e Florida. La Florida è probabilmente lo stato in cui Sanders avrà più difficoltà, visto che lì il suo messaggio radicale non può riscuotere grande successo.
Mentre si prepara alle prossime tappe del voto, Sanders dovrà fare i conti con una rimonta di Biden più impetuosa di quanto si aspettasse. Fino al 2 marzo i sostenitori di Sanders erano ancora convinti che il supermartedì sarebbe stato un trionfo. “Ho la sensazione che Bernie conquisterà la maggioranza degli stati, dei delegati e dei voti”, aveva detto Charles Chamberlain, presidente di Democracy for America, un’organizzazione progressista che sostiene Sanders. E invece è molto probabile che una volta finito il conteggio dei voti in California sarà Joe Biden a essere nettamente in vantaggio.
Il 4 marzo Bloomberg si è ritirato dalla corsa, e Warren appare ormai irrimediabilmente staccata. Una corsa che un anno fa sembrava la più varia nella storia delle primarie democratiche si è ridotta a una lotta tra due ultrasettantenni bianchi che hanno trascorso gran parte della loro vita nelle sale del congresso.
Il 3 marzo la vittoria è andata al più giovane (per un anno) dei due. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati