Ci guardiamo negli occhi non appena si siede al mio tavolo. L’uomo, con un abito italiano, prende la caraffa di tè freddo e mi riempie il bicchiere. Ha dei baffi molto sottili e un ciuffo di capelli lucidi cade con nonchalance su un occhio, in maniera non casuale. Si china verso di me e alza il bicchiere. Mi guarda intensamente mentre brindiamo.
“Lui è il nostro host numero uno”, spiega un suo collega che è seduto al nostro tavolo con una pretenziosa sciarpa con il logo di Gucci. Il numero uno mi allunga il suo biglietto da visita, in cui si vede una foto di lui con una camicia nera aperta sul petto rasato. Sento un leggero fruscio quando lo prendo in mano. Non è un normale biglietto da visita, dentro ci sono minuscole pastiglie per l’alito.
“Mi chiamo Jun”, dice il numero uno cercando il mio sguardo. “Sei così bella. Oh, i tuoi occhi sono così blu. Porti lenti a contatto?”, mi chiede. “No, sono davvero i miei occhi”, rispondo. Jun solleva le sue sopracciglia ben curate. “Sugoi! Sugoi! Wow! Davvero?! Sono straordinari!”, dice con tono incredulo. Provo a fargli delle domande. Quanto guadagna e da quanto lavora al club. “Come si fa a diventare il numero uno? Qual è il tuo trucco?”. Jun sorride e fa finta di pensarci. Si alza per sedersi sul divano di pelle, è così vicino che le nostre cosce si toccano. Poi fa un bel respiro e si sporge per sussurrarmi qualcosa all’orecchio.
Due ore prima, attraversando una porta dorata alla fine di una ripida scala, entravo a Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo. Alle pareti si vedevano le foto dei ragazzi del club in completi aderenti e capelli impomatati.
“Stai per scendere nella tana del coniglio, come in Alice nel paese delle meraviglie.Tra poco ti trasformerai in una principessa”, mi ha detto la mia accompagnatrice, Akiko Takeyama, antropologa dell’università del Kansas, che ha studiato gli host club giapponesi per dieci anni e ha scritto il libro Staged seduction: selling dreams in a Tokyo host club (Seduzione fittizia: vendere sogni in un host club a Tokyo). È lei che mi ha invitato all’Ai Honten, uno dei più vecchi locali di questo tipo a Tokyo. Qui le giapponesi pagano centinaia se non migliaia di euro per una notte in compagnia di un uomo, l’host. Fanno riempire torri di bicchieri di costosissimo champagne e ordinano coppe di frutta e bevande per essere servite, apprezzate e ammirate. Alcune si spingono oltre e pagano per fare sesso.
La mia trasformazione in principessa di host club comincia poche ore dopo il mio arrivo a Tokyo. Il ministero degli esteri giapponese mi aveva invitato per i 150 anni degli accordi diplomatici tra Giappone e Danimarca. Ma io sono più interessata a scoprire perché un paese a cui la Danimarca somiglia in termini di benessere, istruzione e tecnologia sia così diverso quando si tratta di parità tra uomo e donna. Anche se le giapponesi sono tra le più istruite al mondo, il numero di donne tra i politici e gli amministratori delegati è incredibilmente basso. Perfino l’Arabia Saudita ha più donne in politica.
Un paese in via di sviluppo
Un terzo delle giapponesi è vittima di molestie sessuali sul luogo di lavoro. Nel paese non si vendono più cellulari con il clic della fotocamera silenziabile perché troppi uomini facevano foto di nascosto sotto i vestiti di donne e ragazze. Per il 62 per cento delle giapponesi lasciare il lavoro dopo il primo figlio è ancora la regola, e fare la casalinga è un’attività assolutamente normale e perfino desiderabile per una giovane donna. Quanto al reddito, la differenza di stipendio tra uomini e donne è enorme.
Appena sono sbarcata, la mia interprete – che è separata e ha fatto la casalinga per venticinque anni – mi ha chiarito che sulla parità di genere il Giappone è ancora un paese in via di sviluppo. Al tempo stesso il tasso di natalità è così basso da mettere in ginocchio l’economia su cui pesa anche la chiusura all’immigrazione. Per il futuro del Giappone non servono solo più figli, ma anche più donne che entrino nel mercato del lavoro e ci rimangano.
Lo sa anche il primo ministro conservatore Shinzō Abe, che ha dichiarato che le donne sono la più grande risorsa non sfruttata per la crescita dell’economia del Giappone, e ha cercato di lanciare diverse iniziative contro le discriminazioni. Nonostante questo, sotto Abe il Giappone è scivolato ancora più in basso nelle classifiche sulla parità di genere.
Perché questa retrocessione? E com’è per una donna vivere in Giappone? Sono venuta qui per scoprirlo.
La mia indagine comincia dalla tana del coniglio dell’host club, un locale pieno di statue dorate e illuminato da lampadari pomposi. Alle pareti sono appesi specchi a forma di teste di principesse incoronate in cui le clienti del club possono guardarsi. L’host club è il riflesso di un Giappone sessualmente segregato e sessista, sostiene Takeyama: “In questa società molte donne si sentono trattate come cittadine di serie b. A parità di impiego, sono pagate meno dei colleghi e la cura della casa e dei figli non è pagata né rispettata. Quando gli uomini le trovano attraenti e le riempiono di attenzioni, come all’host club, si sentono apprezzate”. Qui sono libere dal loro ruolo tradizionale, in cui ci si aspetta che servano l’uomo, la famiglia, i figli e il capo, e sperimentano che effetto fa essere servite da un uomo. Nel club si comprano una realtà alternativa.
Come una ragazza madre
Makiko Kataoka, 37 anni, sta preparando il ramen per i due figli. Divide un uovo sodo e mette le due metà nelle scodelle. I figli di 8 e 10 anni la ringraziano e cominciano a risucchiare sonoramente gli spaghettini. “Stasera c’è la zuppa perché è la cosa più semplice da fare”, si scusa Kataoka. Dopo cena la figlia fa i compiti mentre guarda un cartone animato con il fratello. “Quanto fa 3+5?”, chiede alla madre.
Mi sono autoinvitata a casa di Kataoka e della sua famiglia, che vive nel centro di Tokyo, per vedere come funziona l’equilibrio famiglia-lavoro per le giapponesi. Il giorno prima avevo incontrato Masako Ishii-Kuntz, sociologa della famiglia che da trent’anni studia le ragioni delle disuguaglianze tra uomini e donne in Giappone. La sua ricerca si occupa in particolare dello squilibrio nella cura della casa e dei figli. La commissione parlamentare per le pari opportunità l’ha incaricata di cercare soluzioni per portare più donne nel mercato del lavoro e allo stesso tempo convincerle a fare più figli, e soprattutto per far partecipare gli uomini più attivamente nella gestione della famiglia. “Uno dei principali ostacoli alla parità di genere in Giappone è la grande difficoltà per le donne a trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia. I figli sono la prima causa per cui le donne giapponesi smettono di lavorare”.
Oggi la partecipazione femminile al mercato del lavoro in Giappone sta lentamente crescendo. Ma questo perché le donne fanno i figli più tardi o ci rinunciano del tutto: nel 2016 il tasso di fecondità era di 1,4 figli per donna. Molte non riprendono a lavorare dopo aver avuto un figlio, mentre altre rientrano part-time, o solo quando i figli compiono dieci anni.
Per molti versi Kataoka, che la sera prepara la zuppa per i figli, rappresenta una minoranza. Pur avendo due bambini lavora a tempo pieno e non ha mai fatto la casalinga. Però ha dovuto smettere di fare l’architetta d’interni, il lavoro dei suoi sogni. Quella carriera richiedeva troppo impegno e tempo. Ora lavora come assistente per ex giocatori di golf professionisti. Si occupa delle loro apparizioni in tv, degli appuntamenti e delle prenotazioni degli alberghi. Ogni giorno finisce alle 17.30, cioè prima della media giapponese. “Amavo il mio lavoro di architetta, non avrei voluto rinunciarci. Ma conciliarlo con il resto sarebbe stato, se non impossibile, certo molto, molto difficile”.
Ogni giorno Kataoka prende i bambini a scuola, prepara la cena e fa i compiti con loro. Poi li mette a letto. A volte i suoi genitori, che vivono vicino a lei, le danno una mano. Suo marito è titolare di uno studio di architetti e non sa mai quando si libera la sera. “Spesso mi sento quasi una ragazza madre”, dice. “Mio marito mi aiuta ogni tanto con i lavori di casa e i figli. Gli sono grata perché fa molto più di tanti altri mariti giapponesi. Ma io me la cavo anche senza il suo aiuto”.
Trovare un posto a scuola è stata una lotta costante a mano a mano che i figli crescevano. Gli asili sono costosi e ce ne sono pochi. A scuola le mamme casalinghe guardano male Kataoka perché lavora. Se i bambini hanno problemi a scuola, insinuano che la colpa sia sua, perché lavora. I pregiudizi delle altre madri sono quelli che la feriscono di più. “Ti senti sola qualche volta?”, le chiedo. “Sì, ma per fortuna ho il mio lavoro”, risponde. “La maggior parte delle donne che conosco sono casalinghe e credo che siano ancora più sole”.
Sono le 21 quando sentiamo girare la chiave nella porta d’ingresso. È Teruhiro, il marito di Kataoka, che torna a casa. Architetto, 37 anni, ha un vestito a righe e una grande macchina fotografica al collo. Si prepara un bagno caldo e gioca a carte con la figlia mentre la vasca si riempie. Poco dopo si siede a tavola con noi.
“In base alla vostra esperienza, come si può ottenere maggiore parità tra uomo e donna? Per esempio a casa?”, chiedo. Teruhiro esita e Kataoka ride. Per un bel po’ resta in silenzio. Ci pensa su, poi risponde: “Forse gli uomini hanno troppo da fare, non hanno tempo. Se fosse più divertente per i papà stare a casa, se avessero un gruppo con altri uomini dove sentirsi a loro agio…”.
“Tornavo a casa cinque volte all’anno. Per il resto dormivo in ufficio per terra”
Il figlio si sta preparando per andare a dormire, viene al tavolo per farsi aiutare a lavare i denti dalla mamma. “Ma le cose sono migliorate dai tempi dei nostri genitori”, fa notare lui. “Allora i padri stavano fuori a bere con i colleghi ogni giorno fino a tardi. I padri oggi tornano prima a casa. Le cose stanno cambiando”.
“Come vi dividete il lavoro tra figli e gestione della casa?”, chiedo. “Io faccio il 25 per cento”, dice lui. “Io direi piuttosto il dieci per cento ma, come ho detto, non mi lamento”, dice lei. Teruhiro sembra pensarci su. “I mariti dovrebbero aiutare di più a casa?”, chiedo. “Si”, dice Kataoka, prima che il marito riesca a rispondere. “Si, dovrebbero farlo”, ammette Teruhiro. “Ma come la mettiamo con il divario retributivo tra uomini e donne? Io sarei d’accordo se mia moglie fosse quella che lavora di più, basta mantenere una qualità della vita simile a quella che abbiamo ora. Non sono uno stacanovista, ma io guadagno di più”.
“Cosa dovrebbe fare la politica per aiutare le famiglie?”.
“L’anno scorso il governo ha fatto approvare una ‘legge sulla carriera delle donne’ che obbliga le aziende ad aggiornare le istituzioni sulle proprie iniziative per promuovere le pari opportunità. Ma continua a essere difficile trovare un posto all’asilo e gli stipendi delle donne restano inferiori a quelli degli uomini. Non è cambiata nemmeno l’idea di fondo che occuparsi dei figli tocchi soprattutto alle donne. La legge voluta dal governo si presenta bene, ma sono più parole che fatti”, dice Kataoka.
La sociologa Ishii-Kunts le dà ragione. Ha seguito i vari tentativi dei governi per sostenere la parità di genere, incrementare il numero delle lavoratrici e il tasso di natalità. Una delle strade seguite è stata cambiare il modello maschile, la percezione che gli uomini hanno di se stessi e delle loro abitudini lavorative, invece di guardare alle donne. E soprattutto inculcare nei giapponesi un’idea diversa del ruolo di padre e, di conseguenza, coinvolgerli di più sia nella cura dei figli sia nei lavori domestici.
Nel 1999 il governo promosse una campagna dove un famoso cantante pop appariva in tv insieme al figlio piccolo. Una cosa straordinaria in un paese che ha il sansaiji shinwa, il mito dei tre anni: è la madre, e solo lei, che si deve occupare del figlio fino ai tre anni, pena uno sviluppo psicologico disturbato. Nel 2005 è entrata nella lingua giapponese una nuova parola, ikumen, padre che si occupa dei figli. Doveva servire a smontare la convinzione che figli e casa fossero un lavoro da donne. “Se oggi chiedi cosa vuol dire ikumen, tutti i giapponesi lo sanno. Ma c’è una voragine tra quello che è accettato sul piano teorico e quello che i padri fanno davvero in famiglia”.
Valore simbolico
Anche la legge del 2016 sulla “carriera delle donne” ha un valore puramente simbolico, senza grandi conseguenze pratiche, afferma la sociologa. Secondo la legge le aziende per esempio devono riferire se i loro impiegati uomini prendono il congedo parentale. Se lo fanno, l’azienda guadagna un riconoscimento simboleggiato da un bebè avvolto in una coperta. Ma per ottenere questo bollino basta che un solo impiegato in tutta l’azienda prenda cinque giorni di congedo. “Io lo chiamo ‘congedo presa in giro’”, ride la sociologa. “Le aziende e il governo usano questi uomini come simboli”.
Anche se un decreto del 2010 permette di prendere un congedo parentale fino a un anno, solo il 2-3 per cento degli uomini giapponesi si avvale di questa possibilità. E spesso si assenta dal lavoro solo per cinque giorni. “Il 2-3 per cento è comunque più di zero, ma si va avanti molto lentamente”, dice Ishii-Kuntz. E questo è un problema. Perché se più uomini prenderanno congedi parentali, più donne resteranno al lavoro e al tempo stesso faranno più figli, che a loro volta da grandi lavoreranno. La strada da percorrere è lunga.
La sociologa prevede anche un’iniziativa che neanche in Danimarca è risultata politicamente praticabile: una quota del congedo di maternità riservata agli uomini. Potrebbe succedere nei prossimi anni, secondo lei. Allora si può essere ottimisti? “Le quote di congedo parentale per i padri non bastano da sole a fare la differenza”, sostiene Ishii-Kuntz, che tra l’altro ha studiato l’incremento delle nascite registrato in Norvegia con l’istituzione delle “quote-papà”.
“Adesso in Giappone nei primi sei mesi di congedo di maternità si riceve il 67 percento dello stipendio. Poi si passa al 50 percento. E gli uomini guadagnano molto più delle donne. Quindi per le famiglie è un problema economico se il padre prende il congedo. Se il governo facesse un piano per retribuire i padri al 100 per cento, allora sì che farebbe la differenza”.
◆ Il primo host club dove le donne potevano comprare la compagnia, l’attenzione e l’interesse dagli uomini aprì nel 1966 a Tokyo. Gli host club sono il corrispettivo degli hostess club, dove gli uomini possono comprare la compagnia delle hostess, una versione moderna della geisha. I primi host club si rivolgevano soprattutto a vedove e casalinghe benestanti. Negli ultimi dieci anni sono diventati un fenomeno di massa e ce ne sono centinaia in tutto il Giappone. Oggi la clientela è composta di donne di varie età, tra cui le stesse hostess. Non è chiaro quante di queste, oltre alla compagnia, comprino anche prestazioni sessuali. Politiken
L’unicorno
Al tredicesimo piano di un grattacielo di Tokyo incontro Naho Yoshioka. Yoshioka è quella che nel linguaggio della rete è chiamato “un unicorno”, un animale raro: è una madre lavoratrice che ha un marito che lavora part-time e in casa si occupa quasi di tutto. È come un animale mitologico, ci vuole fortuna per incontrarne uno in Giappone. Yoshioka, 41 anni, mi mostra fiera su Facebook le creazioni culinarie del marito. I cestini per la scuola delle figlie sono stupefacenti: due grandi contenitori con dentro polpette di riso che sembrano deliziose facce di tigre disegnate con le alghe. Preparare il cibo per la scuola e renderlo più kawaii, il più carino possibile, è una competizione a testosterone zero in Giappone. Ma non a casa di Yoshioka. La loro seconda figlia aveva problemi di cuore dalla nascita. Il marito di Yoshioka odiava il suo lavoro di venditore, mentre lei amava il suo di giornalista. Decisero che sarebbe stata lei a mantenere la famiglia.
Ride quando le chiedo se conosce altre famiglie come la loro: “Ne ho solo letto sui giornali”. Oggi si occupa di comunicazione in una famosa ditta di design. L’azienda ha 230 dipendenti, di cui solo quindici sono madri lavoratrici, mentre nessuno degli uomini ha usufruito del congedo parentale. Al tempo stesso quasi tutte le madri sono destinate a restare semplici impiegate, senza poter aspirare a una carriera. Una simile divisione nelle mansioni è del tutto normale nelle ditte giapponesi. È normale che le donne che tornano al lavoro dopo la maternità vengano assegnate a ruoli in cui si guadagna meno, non si ricevono bonus e si lavora spesso part-time.
“La condizione di cui godono le madri lavoratrici è molto bassa. Siamo in fondo nella gerarchia”, spiega Yoshioka. Vale anche nella sua azienda. Per questo lei e un gruppo di colleghe hanno lanciato l’iniziativa Mamma pro, con cui vogliono dimostrare che le madri sono una risorsa per l’azienda: hanno una prospettiva unica, adatta per esempio per clienti che hanno un target femminile. E valgono come gli altri, anche se escono alle 18 per andare a prendere i figli a scuola. Le madri lavoratrici sono più efficienti, è un altro degli argomenti del gruppo.
Sono le 18 passate e Yoshioka va a casa, dove l’aspettano la famiglia e la cena preparata dal marito.
Alcuni piani sotto il suo ufficio incontro la sua collega, la designer Haruka Misawa. Un’assistente mi fa strada verso una sala riunioni con pareti di vetro, portando del tè verde in tazze di porcellana. Tre anni fa Misawa è stata la prima donna ad aprire uno studio di design che ha il suo nome. Una posizione che ha raggiunto non senza sacrifici. Prima aveva lavorato per uno studio di architettura e andava a casa solo cinque volte all’anno, mi racconta questa donna di 35 anni con capelli corti e vestito che sembra scolpito. Le chiedo se i giorni liberi servivano per andare a trovare la sua famiglia, che non abita a Tokyo. “No, potevo tornare a casa cinque volte all’anno. Per il resto dormivo in ufficio in un sacco a pelo per terra”. Facevano lo stesso anche i suoi colleghi uomini. Non c’era un bagno per lei, ma solo bagni per gli uomini, perché la presenza di donne in uno studio di architettura non era neanche presa in considerazione.
Oggi Misawa lavora dalle dieci di mattina a mezzanotte. Poi prende il treno e va a casa a dormire. Il suo studio ha molti bagni per le donne. Sostiene di avere abbastanza tempo libero, che usa per visitare musei in cerca di nuove idee. Ama il suo lavoro. Diventare una designer, avere un suo laboratorio con impiegati che sviluppano le sue idee è quasi un sogno a cui ancora fatica a credere. Mi mostra alcuni suoi lavori che sono stati premiati, tra cui un acquario futurista e fiori di carta fatti con la stampante 3D.
Sa benissimo che il suo orario di lavoro suona pazzesco a una straniera. Ma non è così insolito nel paese, dove il concetto di karōshi, morte per troppo lavoro, è noto a tutti. In Giappone è normale nutrire lo stesso senso di lealtà verso il lavoro e verso la famiglia. Ore e ore di straordinari sono spesso la norma, per le donne come per gli uomini. Ma per Misawa forse vorranno dire rinunciare al sogno di diventare madre.
“Nello studio c’è n’è solo una donna che ha figli. È impiegata e va a casa alle 17. Non c’è nessun modello femminile che dimostri che si può essere allo stesso tempo madre e designer di successo”. Misawa vorrebbe essere quel modello. Vorrebbe essere madre e designer con un suo studio. Ama i bambini. Per otto anni ha avuto un compagno, ma la vita lavorativa di Misawa ha logorato il loro rapporto. Lui è ancora la persona sui cui lei fa più affidamento, ma lo scorso anno si sono separati. Lei vorrebbe avere sia la carriera sia la famiglia, ma non sa come. “Se resto incinta devo licenziarmi. È da quando avevo trent’anni che penso di avere dei figli, e di poter conciliare la carriera con la maternità. Ora ho 35 anni e penso che dovrò rinunciare a una delle due cose”.
◆ Quando, a maggio del 2017, la giornalista freelance Shiori Itō ha accusato pubblicamente di stupro Noriyuki Yamaguchi, ex reporter del canale tv Tbs e amico e biografo del primo ministro Shinzō Abe, a fare scalpore è stato il coraggio della donna. In un paese dove, secondo un rapporto del governo del 2014, solo il 4,3 per cento delle vittime di violenza sessuale sporge denuncia, la scelta di Itō è stata molto elogiata. Ma anche molto criticata, e Itō continua a ricevere insulti. La giornalista, che ha raccontato la sua vicenda in un libro uscito a ottobre mentre negli Stati Uniti scoppiava il caso di Harvey Weinstein, dice di essere stata stuprata da Yamaguchi, che nega tutto, nel 2015. Poco dopo la violenza Itō si era rivolta alla polizia, che aveva aperto un’indagine solo dopo averle sconsigliato di denunciare lo stupro “per non rovinarsi la carriera”. Sulla base di diverse testimonianze, la polizia aveva chiesto e ottenuto un mandato d’arresto che era stato poi ritirato su ordine del capo dell’ufficio per le indagini criminali della polizia di Tokyo, Itaru Nakamura, anche lui vicino ad Abe. Intervistato dal settimanale Shūkan Shinchō, Nakamura ammette di essere intervenuto, negando però di aver agito su richiesta di Abe. Un gruppo di parlamentari dell’opposizione sta organizzando una serie di udienze per interrogare funzionari di polizia e del ministero della giustizia per fare chiarezza sulle eventuali pressioni del primo ministro. Nel luglio del 2016 il caso è stato chiuso per insufficienza di prove. Itō, che è diventata un simbolo della campagna #metoo in Giappone, ha chiesto la riapertura del caso ma il suo appello è stato respinto. Secondo un sondaggio della Nhk su cosa si può considerare consenso sessuale, citato nel libro di Itō, l’11 per cento ha risposto cenare in due, il 23 per cento indossare abiti attillati, il 27 per cento uscire a bere in due, il 35 per cento ubriacarsi in due. “In questo paese si prende alla leggera l’abuso sessuale. E il sistema di assistenza alle vittime – polizia, ospedali, tribunali e mezzi d’informazione – è inefficiente”, scrive l’Asahi Shimbun.
Atsumi Yoshida è alta e ha braccia toniche come quelle di Michelle Obama. La forza nelle braccia serve a questa donna di 34 anni per portare in giro pesanti attrezzature sanitarie, perché fa la rappresentante per una casa farmaceutica di livello mondiale. Suo padre è morto quando lei aveva tre anni. Da quel giorno la madre, casalinga, ha allevato Yoshida e sua sorella facendo diversi lavori e studiando.
Sono stati tempi duri, ricorda Yoshida. Per questo lei non ha considerato come un’opzione rinunciare a una carriera che le garantisse indipendenza e sicurezza economica. In tutti questi anni ha sempre avuto un obiettivo: essere la venditrice migliore. L’anno scorso è stata la migliore tra i settanta rappresentanti della filiale di Tokyo. A livello nazionale era al quinto posto. Quando le chiedo quali sono i suoi sogni per i prossimi cinque anni, mi presenta un progetto dettagliato per i prossimi venti. Famiglia e figli non sembrano rientrare nel piano ma, quando glielo faccio notare, mi chiarisce che in realtà sta cercando un fidanzato. Possibilmente uno con cui fare dei figli.
Tira fuori il cellulare e mostra Paris, un’app d’incontri giapponese. Da quando l’ha scaricata, un mese fa, ha avuto 347 match, una sorta di like corrisposto. Nell’app si devono inserire le qualità che il potenziale partner deve avere. Per Yoshida: altezza sopra un metro e settanta, costituzione muscolosa, livello d’istruzione laureato. Ma bisogna anche specificare i giorni in cui si è liberi e se si vive con i genitori, e se si è disposti ad aiutare in casa e con i figli. Per incontrare Yoshida bisogna esserlo.
Alcuni uomini rimangono sbigottiti quando lei gli racconta di essere una rappresentante di successo. Quando poi dice qual è il suo stipendio, allora spesso il gioco finisce. “Non lo sopportano. È difficile trovare un uomo che accetti che la sua fidanzata guadagna più di lui”. Anche sul lavoro è complicato stabilire legami con i colleghi maschi. Mese dopo mese, quando veniva nominata miglior venditrice, nessuno applaudiva o si complimentava con lei. Uno dei suoi colleghi ha addirittura affermato che era la migliore perché faceva sesso con i medici. Dove lavorava prima era normale che il direttore chiedesse a lei di fare gli onori di casa e servire il tè alle riunioni. Per fortuna la nuova azienda ha la sede principale negli Stati Uniti e non fa questo genere di cose. Ai dipendenti è stato esplicitamente chiesto di applaudire ai successi di Yoshida. E loro lo fanno. Purtroppo nessun capo spiega agli uomini che usano le app d’incontri che dovrebbero accettare che lei sia una donna in carriera. “A scuola impariamo che uomini e donne sono uguali, ma nella società e nelle aziende questo non vale. La mentalità non è cambiata”.
Ritorno alla realtà
Al club, Jun, il numero uno, è seduto vicino a me. L’alito profuma di uva, come le pastiglie del suo biglietto da visita. Mi deve mostrare il trucco che lo rende il più gettonato tra le clienti. Si china verso il mio orecchio e mi sussurra qualcosa. All’inizio non capisco cosa dice. Lui continua. “I rove you. I rob you. I rob you”. Alla fine capisco ed esclamo “Ah, I love you!”, e Jun mi guarda intensamente. Poi ci facciamo un selfie tenendoci per mano.
Per tutta la sera gli host del club vengono a turno al mio tavolo. Alcuni sono giovanissimi, altri sulla sessantina, e di tutti provo a indovinare l’età. Dico a uno dei più giovani con occhiali da hipster e catena dorata al collo: “Alzati, così posso indovinare. Girati un po’, così ti vedo meglio”. Mi viene facile simulare il ruolo della donna che paga e ordina. Mi sento potente. Gli host sono lì apposta per intrattenermi.
Non posso parlare con le altre clienti, ma sento che si stanno divertendo come me. Ridono, flirtano e ordinano brandy da centinaia di euro a bottiglia. Una donna con scarpe rosse dal tacco alto attraversa il locale con un gran sorriso mentre la band dal vivo canticchia “Some say love, it is a river”. La mia accompagnatrice, Akiko Takeyama, ha parlato con molte clienti abituali nei tre mesi in cui ha frequentato il club per la sua ricerca. In particolare ricorda una donna che le ha raccontato di spendere migliaia di euro sera dopo sera. Agli ospiti diceva di essere una ricca donna d’affari. In realtà faceva la casalinga e le bottiglie le pagava con i soldi che le dava il marito per le piccole spese. L’identità inventata e la fuga dalla realtà per lei erano importanti quanto il flirt e il rapporto con il suo host preferito. Un’identità dove era lei ad avere il potere.
Dopo tre ore ci chiedono di lasciare il club. Dato che sono una giornalista abbiamo avuto il permesso di entrare senza pagare. Nel locale comincia a esserci movimento e i tavoli vengono occupati dalle futoi kyaku, le “clienti grasse” abituali, che pagano bene. Gli host lasciano il nostro tavolo. Ci sono altre donne che spendono di più a cui sussurrare “I rove you”. Risaliamo la tana del coniglio e le porte dorate si chiudono dietro di noi. ◆ pb, fc
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati