Qualche mese fa Jorge, un medico cubano sulla quarantina dal fisico asciutto, ha ricevuto un messaggio su WhatsApp da un funzionario della sanità: c’era un posto disponibile nelle campagne del Messico. Se era interessato, aveva poche ore per fare le valigie. Ha accettato subito.
Non era la prima volta che veniva inviato all’estero. Da più di sessant’anni Cuba esporta medici e infermieri altamente qualificati. In molti paesi in via di sviluppo l’isola caraibica è associata agli operatori sanitari che vivono e lavorano dove i colleghi del posto preferiscono non andare: villaggi sperduti, quartieri poveri, la foresta amazzonica. Il programma è insieme un’iniziativa umanitaria, uno strumento di soft power e una risorsa vitale per il governo comunista: è la principale fonte di valuta estera, con entrate che si aggirano sui quattro miliardi di dollari all’anno.
La prima missione di Jorge all’estero è stata durante la pandemia: lo hanno assegnato a un reparto di terapia intensiva per malati di covid a Città del Messico. Era la sua prima volta fuori da Cuba, e lo shock culturale è stato fortissimo. Cresciuto in un paese impoverito dall’economia pianificata e dall’embargo statunitense, Jorge era abituato a infrastrutture fatiscenti, vestiti di seconda mano e scaffali vuoti. In Messico passava ore a fissare le vetrine con gli occhi sgranati. Non sapeva cosa volesse dire la sazietà, e mangiava fino a sentirsi male. Aveva scoperto la serenità di non dover dedicare tutte le sue energie a sopravvivere.
Tornato a Cuba, Jorge si è sentito di nuovo svuotato. La penuria alimentare peggiorava e i blackout erano più frequenti. Prima di partire riusciva a tirare avanti con il salario mensile, integrato dalle razioni statali. Alla fine dell’anno scorso, però, con l’intensificarsi delle pressioni di Donald Trump sul regime cubano, le _ bodegas_ statali hanno cominciato a svuotarsi e i 6.600 pesos che Jorge percepiva al mese valevano solo 14 dollari. Lui e il suo compagno Bryan (entrambi i nomi sono inventati) vivevano grazie alle rimesse dei parenti all’estero e ai regali dei pazienti: un sacchetto di fagioli e qualche tamales, involtini a base di mais.
Quando ha avuto la possibilità di tornare in Messico, Jorge ha fatto una scelta puramente economica. Avrebbe guadagnato l’equivalente di 1.700 dollari al mese, lavorando in un piccolo ospedale in una zona povera e violenta. “Non l’ho fatto per spirito umanitario”, dice. “Avrei preferito di gran lunga rimanere a Cuba con la mia famiglia”.
Come molti suoi colleghi, Jorge inviava a casa la maggior parte dei soldi che guadagnava: servivano per installare pannelli solari, comprare salsicce e altre cose che rendono la vita un po’ più comoda. La casa che condivide con Bryan, in una provincia rurale lontana dall’Avana, ha i soffitti alti, i pavimenti con piastrelle rosa e verdi ed è piena di oggetti che la maggior parte delle famiglie cubane non può permettersi.
I pazienti in Messico lo apprezzavano: era tranquillo, disponibile e sapeva ascoltare. Guadagnava cento volte di più dello stipendio che percepiva a Cuba e faceva una vita frugale, ma senza dover pagare l’affitto, con l’acqua calda e la connessione internet veloce. Spesso lavorava meno delle 35 ore previste dal contratto, perché alcuni colleghi se ne andavano prima del tramonto, quando la città diventava più pericolosa. Ma aveva sempre la testa a Cuba. Appena Bryan trovava un po’ di segnale, lo aggiornava su quello che succedeva: la luce mancava sempre più spesso, le bodegas negavano il pane a chi aveva più di sei anni e meno di 65 e le persone morivano per mancanza di antibiotici. Jorge non si era mai considerato comunista, ma come molti cubani aveva imparato a stare al gioco. Era stata proprio la fedeltà al partito a garantirgli un posto nella missione. Ora, però, si rendeva conto che il suo lavoro era una specie di stampella per il regime che considerava responsabile della crisi. A volte sperava che il Messico interrompesse il sostegno al programma dei medici: avrebbe perso il lavoro ma forse i leader cubani ne sarebbero usciti indeboliti.
Quest’anno, per la prima volta, Jorge ha pensato di disertare, come altri nella missione precedente. Sapeva che avrebbe tolto alla famiglia un aiuto importante e che l’avrebbe esposta a possibili ritorsioni. Ripensava ai commenti velenosi di cui era stato vittima un collega: nel gruppo WhatsApp della missione il capo aveva scritto “abbiamo un sorcio”, invitando tutti a dire la loro sul controrivoluzionario. “Hanno scritto cose orribili su di lui”, racconta. Ma gli era difficile immaginare di tornare in un paese che stava andando in pezzi.
Prevenzione
I medici hanno avuto un ruolo centrale nell’immagine che Cuba si è costruita dopo la rivoluzione. Che Guevara faceva il medico prima di indossare la mimetica. Dopo aver rovesciato la dittatura di Fulgencio Batista nel 1959, Fidel Castro gettò le basi per un sistema sanitario rivolto a una popolazione povera e malata. Poi il paese inserì il diritto alla sanità gratuita nella costituzione e portò avanti un modello basato sulla prevenzione, straordinariamente efficace nel garantire cure con risorse minime. Negli anni 2010 i tassi di mortalità infantile di Cuba erano paragonabili a quelli dei paesi ricchi – nonostante una spesa molto più bassa nell’assistenza alla maternità – e l’aspettativa di vita era pari a quella degli Stati Uniti (qualcuno mette in dubbio l’affidabilità delle statistiche ufficiali). Nel 2021 c’erano 9,5 medici ogni mille cubani, cinque volte la media mondiale e più del doppio rispetto agli Stati Uniti.
Oggi i medici cubani garantiscono non solo la sopravvivenza dei loro pazienti, ma anche quella del governo. Il paese è in condizioni disastrose, sul piano economico e diplomatico. Trump e il suo segretario di stato, Marco Rubio (un cubano-americano che ha costruito parte della sua carriera adottando la linea dura contro Cuba), hanno introdotto misure che riportano alla mente l’imperialismo statunitense del secondo dopoguerra, quando Washington appoggiava colpi di stato e guerre per procura per dominare l’emisfero occidentale. Hanno inasprito le sanzioni contro l’isola, mettendo in crisi l’industria turistica e tagliando flussi di valuta pregiata, e hanno catturato il suo alleato più importante nella regione: Nicolás Maduro, il presidente autoritario del Venezuela, che garantiva petrolio a prezzi stracciati. Inoltre Washington ha imposto un blocco di fatto sul carburante, minacciando dazi contro qualsiasi paese che vende petrolio a Cuba. Trump si vanta del fatto che, in un modo o nell’altro, riuscirà a ottenere un cambio di governo. Non ha escluso un’invasione militare.
Come già altre amministrazioni statunitensi, Trump e Rubio hanno capito che le missioni sanitarie potevano essere un punto debole dell’Avana. Inizialmente Cuba le organizzava verso i paesi ospitanti senza costi o a tariffe agevolate. Ma con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’isola perse il suo principale finanziatore. L’economia, già provata da decenni di embargo, entrò in crisi. Cuba cominciò a usare un sistema a tariffazione differenziata per far pagare a quasi tutti i paesi milioni di dollari per i suoi medici. In breve tempo l’export di servizi professionali superò il turismo, lo zucchero e il tabacco come principale fonte di liquidità. Man mano che le missioni mediche acquisivano peso economico, crescevano anche i tentativi statunitensi di ostacolarle. Nel 2006 l’amministrazione di George W. Bush istituì il Cuban medical professional parole programme, che offriva la residenza permanente agli operatori che decidevano di disertare. Quasi diecimila persone abbandonarono il loro incarico prima che il programma fosse chiuso, nel 2017.
I tentativi di convincere i paesi ospitanti a rinunciare ai medici cubani, però, hanno avuto scarso successo. “Gli Stati Uniti non avevano sostituti da mandare”, spiega Tom Shannon, diplomatico di carriera ed ex alto funzionario del dipartimento di stato. “La nostra posizione era: non dovete prendere medici cubani, che la vostra gente si arrangi”.
Nel 2025 Trump ha individuato un modo particolarmente efficace per colpire il programma: limitare i visti ai funzionari degli stati che ospitano missioni mediche cubane. Da metà dell’anno almeno dieci paesi hanno rimpatriato i professionisti cubani. Il Messico è l’eccezione più significativa, anche se l’attuale governo di sinistra vuole mantenere la presenza dei sanitari il più discreta possibile. Jorge è volato a Città del Messico nel cuore della notte ed è stato accompagnato nella cittadina dove avrebbe preso servizio la mattina dopo: sembrava un’operazione sotto copertura. “Mancava solo il cappuccio in testa”, racconta.
Il dipartimento di stato guidato da Rubio ha giustificato la crociata contro le missioni mediche definendole una forma di schiavitù moderna. È vero che gli operatori sanitari sono sfruttati dal governo cubano – che di solito trattiene tra il 50 e l’80 per cento di quanto i paesi ospitanti pagano per i loro servizi – ma le motivazioni di Washington non sono umanitarie. “Hanno creato questa narrazione per giustificare lo strangolamento di un paese minuscolo”, mi ha detto a giugno Johana Tablada, alta diplomatica cubana a Città del Messico.
Non è chiaro se Trump e Rubio daranno seguito alle minacce di invasione. Di sicuro mai prima d’ora un’amministrazione statunitense si era spesa tanto per smantellare il programma delle missioni mediche. L’obiettivo è indebolire il regime fino al punto da costringerlo a negoziare con Washington o a mollare il potere.
I medici impegnati all’estero si trovano sulla linea del fuoco di queste manovre geopolitiche. Le loro rimesse sono una risorsa essenziale per le famiglie a casa, dato che la miseria sull’isola peggiora di giorno in giorno. Quando sono stata a Cuba, a maggio, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo: c’era chi studiava a lume di candela e cucinava con la carbonella. Fuori dall’Avana, su alcune strade circolavano più carri che auto.
Alcuni medici, tra cui Jorge, cominciano a chiedersi se non sia il momento di abbandonare la nave. Il paradosso è che l’unico modo in cui L’Avana può procurarsi la valuta necessaria per restare in piedi è inviare i suoi medici nel mondo capitalista da cui, per altri versi, cerca di tenere i suoi cittadini al riparo. Con una differenza sostanziale: contrariamente ad altri prodotti cubani, come caffè e tabacco, i medici hanno una testa per pensare.
Motivazioni diverse
Il governo rivoluzionario cominciò a inviare i medici all’estero nel 1960, dopo che un terremoto in Cile aveva provocato quasi duemila vittime. Nei decenni successivi Cuba ha mandato più di 500mila operatori sanitari in oltre 165 paesi, a testimonianza del suo impegno per la salute, considerata un diritto fondamentale. La Escuela latinoamericana de medicina dell’Avana ha formato più di 31mila professionisti di 122 paesi, per lo più del sud globale; l’Operación milagro ha garantito interventi oculistici gratuiti a circa tre milioni di persone nel mondo.
Gli aiuti si possono misurare in molti modi, ma se si guarda al capitale umano “il contributo di questa piccola isola alla salute del mondo supera di gran lunga quello di tutti gli altri paesi industrializzati”, ha scritto John Kirk, accademico canadese ed esperto di Cuba. Negli anni ottanta gli Stati Uniti inviavano all’estero un operatore umanitario ogni 34.700 cittadini; Cuba uno ogni 625.
Negli ultimi sei mesi ho parlato con più di trenta medici e infermieri che hanno partecipato a missioni all’estero. Circa la metà vive ancora nell’isola; quasi tutti gli altri hanno abbandonato l’incarico. Due, tra cui Jorge, sono in servizio all’estero e non potrebbero parlare con i giornalisti. Le motivazioni che spingono i medici a partire in missione sono diverse: dalla ricerca di stabilità economica all’ambizione professionale; dalla voglia di avventura al desiderio sincero di aiutare il prossimo. Anche le loro esperienze sono diverse. Molti, soprattutto gli anziani, apprezzano di più il sistema sanitario cubano dopo aver visto da vicino le sofferenze dei pazienti stranieri.
Elisa (il nome è di fantasia), la sorellastra minore di Jorge, entrò nel programma nel 2013, quando era al suo apice: garantiva entrate per circa otto miliardi di dollari all’anno (più o meno il 10 per cento del pil cubano) e inviava all’estero quasi un terzo dei medici del paese. Dopo la laurea, le fu offerto un posto in Barrio adentro, in Venezuela, che all’epoca era la più grande missione cubana all’estero, con circa 32mila operatori sanitari, affiancati da altri professionisti come insegnanti, architetti e ingegneri.
Elisa aveva 24 anni, un fisico minuto, i capelli biondi tinti e una riserva apparentemente inesauribile di energia e idealismo. Lei e Jorge avevano salutato la bandiera ogni mattina a scuola, al grido di “Pionieri del comunismo, saremo come il Che”. Ma mentre Jorge era cresciuto con i nonni paterni, scettici verso il comunismo, Elisa aveva subìto l’influenza dal padre. L’uomo, che dirigeva una catena di fabbriche statali, le aveva trasmesso l’idea che il comunismo fosse la cosa migliore mai successa a Cuba.
Elisa era entusiasta “all’idea di aiutare il popolo venezuelano”. Non vedeva l’ora di mettere in pratica i valori di solidarietà e sacrificio imparati alla facoltà di medicina. In più, avrebbe guadagnato bene: in Venezuela lo stipendio era di 200 dollari al mese, dieci volte quello da medica di terapia intensiva a Cuba.
Fu assegnata a un ospedale fatiscente e sempre affollato nello stato di Bolívar. Faceva orari massacranti – 24 ore di turno e 24 di riposo – e al pronto soccorso visitava tra i sessanta e i cento pazienti al giorno. Una volta un affiliato di una gang locale si presentò trascinando il suo boss, privo di sensi e con una ferita da arma
da fuoco. “Salvalo o ti ammazziamo”, le disse.
Qualche tempo dopo Elisa tornò a Cuba per una vacanza di un mese. Era ospite nella casa della madre e del patrigno, con il tetto che perdeva e un porcile in giardino. Dopo un anno passato a risparmiare, pesava 41 chili. Con i duemila dollari messi da parte comprò alla famiglia un condizionatore, una lavatrice e un televisore. Ogni volta che usava la carta di debito rilasciata dal governo, che dava diritto a uno sconto del 30 per cento sui beni per la casa (un privilegio riservato ai partecipanti alle missioni mediche), si emozionava: “Non avevo mai visto una carta prima”, racconta. “Mi sembrava di poter cambiare il mondo”.
A Natale Elisa fece un minuscolo alberello artificiale. Con il senno di poi, dice, fu la sua prima ribellione, perché sia il cristianesimo sia il consumismo erano contrari ai valori della rivoluzione. La fede incrollabile con cui era cresciuta aveva cominciato a incrinarsi quando aveva visto cosa c’era fuori da Cuba. Ora si chiedeva se il comunismo fosse davvero così egualitario. Nel Venezuela socialista e ricco di petrolio aveva notato un divario enorme tra la povertà dei suoi pazienti e la ricchezza dei funzionari vicini al governo e degli ufficiali militari. Aveva scoperto che il valore del greggio che Caracas forniva a Cuba in cambio delle missioni mediche superava di gran lunga la somma che gli operatori sanitari portavano a casa. La giustificazione dell’Avana era che i proventi venivano reinvestiti nel sistema sanitario pubblico, comprese le facoltà di medicina gratuite.
Per tutta la vita Elisa aveva sentito ripetere che se c’erano ospedali fatiscenti e povertà la colpa era degli Stati Uniti e dell’embargo. Ora però non riusciva a essere grata a un governo che pretendeva così tanto e non era in grado di coprire i bisogni essenziali delle persone. Anche se Raúl Castro, allora presidente, aveva avviato qualche timida riforma economica, molti cubani faticavano ad arrivare alla fine del mese. Le razioni erano sempre più ridotte, nelle scuole mancavano gli insegnanti e il sistema sanitario, un tempo motivo d’orgoglio, mostrava segni di cedimento.
Divieto degli otto anni
La missione di Elisa in Venezuela coincideva con una fase di distensione nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Barack Obama stava cercando un riavvicinamento con i Castro e si respirava un diffuso ottimismo. Durante la sua visita all’Avana nel 2016, la prima di un presidente statunitense dai tempi della rivoluzione, Obama aveva elogiato il programma dei medici e il suo impegno “per i poveri e i sofferenti”. Molte restrizioni sulle rimesse e sui viaggi verso l’isola furono abolite. E il governo dell’Avana facilitò gli investimenti esteri e rese più semplice per i cubani avviare piccole attività e comprare o vendere case.
Obama era convinto che una maggiore libertà economica, insieme alla diffusione più rapida di internet, avrebbe spinto i cubani a interrogarsi sulla mancanza di diritti democratici. E in effetti una rivoluzione ci fu: non tra gli isolani, ma tra i medici residenti all’estero, che ora rischiavano meno a esporsi pubblicamente. Una rivolta scoppiò in Brasile, dove i medici denunciarono alla stampa le trattenute sui loro stipendi. Fecero perfino causa al governo brasiliano e all’Organizzazione panamericana della sanità (Paho), accusata di fare da intermediario finanziario e di trattenere una parte dei loro compensi. Un portavoce della Paho spiegò che l’organizzazione non tratteneva niente degli stipendi e che trasferiva a Cuba il 100 per cento delle somme versate; i fondi che riceveva servivano a coprire i costi operativi.
Secondo il governo cubano e i suoi sostenitori, queste rivolte erano il frutto di una cospirazione ordita da associazioni mediche xenofobe nei paesi ospitanti, esuli cubani finanziati dal dipartimento di stato statunitense e politici reazionari. Per arginare le defezioni il regime intensificò i controlli sugli operatori sanitari. Confiscò i passaporti a quelli in missione, li incoraggiò a sorvegliarsi a vicenda, congelò una parte dei loro stipendi come incentivo al rientro e impedì alle famiglie di accompagnarli all’estero. Lo strumento più crudele era il “divieto degli otto anni”, che impediva a chi abbandonava una missione di tornare sull’isola per quasi un decennio. Tablada, il diplomatico cubano, dice che le leggi sull’immigrazione sono “in fase di revisione”, ma aggiunge che “Cuba ha il diritto di difendersi dal furto di cervelli”.
Per Elisa quelle restrizioni erano soffocanti. Dopo le vacanze a Cuba tornò in Venezuela, dove alloggiava in uno stanzone sul retro di un commissariato insieme ad altri quattordici cubani. Non potevano uscire dopo le sei del pomeriggio, né guidare né spostarsi fuori dallo stato. C’erano regole rigide anche sulle persone con cui potevano avere rapporti: non era permesso frequentare qualcuno del posto senza autorizzazione né avere “amicizie o relazioni” con chi avesse “idee ostili o contrarie”. “È una sensazione terribile”, racconta. “Cominci a non fidarti più di nessuno, nemmeno dei tuoi connazionali”.
Le pressioni arrivavano anche dall’esterno. La disastrosa gestione del governo Maduro, unita al crollo del prezzo del petrolio, aveva provocato crisi alimentari, iperinflazione e proteste in tutto il Venezuela. Poiché in alcune occasioni i medici cubani avevano fatto campagna a favore di Caracas, erano finiti nel mirino della rabbia antigovernativa. Elisa capiva la frustrazione dei manifestanti e si sentiva responsabile per il ruolo che il suo paese aveva avuto nel collasso del Venezuela.
Alla fine scoppiò. “Non ce la faccio più”, confessò a una collega. Un amico aveva abbandonato la missione e si era rifugiato in Colombia: fu lui il primo a parlarle del Cuban medical professional parole programme e a metterla in contatto con un trafficante per attraversare il confine venezuelano. Sarebbe partita entro quattro giorni.“Non ho avuto il tempo di rendermi conto di quanto fosse pericoloso”, racconta. Consegnò i suoi effetti personali alla collega e vendette il cellulare in cambio di contanti. Alla frontiera si unì a un gruppo di migranti venezuelani e attraversò il fiume che separa il paese dalla Colombia. Scoperta la fuga, il governo cubano mandò degli agenti a casa dei suoi familiari per tre settimane di fila. Accusavano sua madre di aver allevato una traditrice o le chiedevano di convincere Elisa a tornare in Venezuela. “Quando si pentirà, la riaccoglieremo”, dicevano. Nel frattempo dal conto di Elisa erano spariti 4.800 dollari di fondi congelati. Amici e familiari le scrivevano messaggi furiosi su Facebook, chiamandola nemica della rivoluzione, gusana. La sua migliore amica aveva smesso di parlarle. E anche Jorge, che aveva visto sfumare la speranza di partire in missione per colpa delle sue scelte. Questo fanatismo rafforzò la determinazione di Elisa. Una volta in Colombia, si presentò all’ambasciata statunitense a Bogotá e dichiarò di essere una medica che voleva disertare. Fu fortunata con i tempi. Poco dopo Obama avrebbe annunciato la fine del piano che offriva il visto ai medici cubani in fuga. Quattro mesi più tardi, salì su un volo per Miami.
C’erano regole rigide anche sulle persone con cui potevano avere rapporti
Oggi il programma dei medici è solo l’ombra di ciò che era quando Elisa lo ha lasciato. Già durante il primo mandato di Trump i paesi ospitanti avevano cominciato a espellere gli operatori sanitari cubani. Nel 2018 Jair Bolsonaro, il presidente di estrema destra del Brasile, aveva sfruttato la rivolta dei medici come pretesto per cacciare tutti gli 8.300 presenti nel paese. Bolivia ed Ecuador si erano accodati.
Oggi, dopo l’ultima campagna di pressione di Trump, all’estero ci sono meno di 20mila operatori cubani rispetto ai più di 50mila di dieci anni fa. Questa perdita peserà sui paesi ospitanti: alcuni si affidano ai medici cubani da quasi cinquant’anni; altri dipendono da loro per coprire il 20 per cento del fabbisogno. Intanto Cuba è diventata come uno dei paesi dove un tempo i medici andavano in missione. Quando sono stata in un ospedale nella città di Jorge ed Elisa, i corridoi erano al buio e nelle stanze mancavano materiali e attrezzature. Nelle sale operatorie le luci restavano accese grazie ai generatori, ma i blackout avevano mandato in corto circuito diversi ventilatori e macchinari per le radiografie ormai logori. Nessuno sa quanti cubani sono morti a causa del blocco del carburante, che gli esperti dell’Onu hanno definito una violazione del diritto internazionale. Ai pazienti è chiesto di portarsi le proprie medicine, che sul mercato nero hanno raggiunto prezzi proibitivi. La situazione è così disperata che molti operatori sanitari abbandonano la professione per fare i tassisti, i negozianti o i camerieri: mestieri che oggi rendono molto di più. Tra il 2021 e il 2024 Cuba ha perso più di 77mila lavoratori della sanità.
Per i medici che hanno deciso di rimanere, la crisi crea da un lato un forte incentivo a partire, dall’altro un sentimento di ambivalenza verso un programma che un tempo era motivo d’orgoglio nazionale. Molti di quelli della generazione di Elisa erano spinti dall’idealismo e hanno vissuto esperienze gratificanti; oggi, però, la ragione per lavorare all’estero è quasi esclusivamente economica. Anche se i disertori sono ancora una piccola minoranza, ho parlato con diversi medici che sono partiti in missione con quell’obiettivo dichiarato e lo hanno messo in pratica appena atterrati.
Un’esagerazione
All’Avana ho incontrato una donna che chiamerò Yasmín, un’ostetrica nera di 63 anni. Negli anni cinquanta i suoi genitori facevano parte di un movimento di resistenza urbana che contribuì a portare Fidel Castro al potere, e Yasmín riconosce alla rivoluzione il merito di aver ridotto le disparità razziali. Ha partecipato a diverse missioni mediche e di recente ha compilato di nuovo i moduli per partire. Ma la gratitudine si è trasformata in disincanto.
“Ho fatto tanto per il mio paese”, dice abbassando la voce, come fanno i cubani ogni volta che criticano il governo. “Ma dove sono finiti tutti quei soldi?”. Dopo la pandemia ha provato ad andare in pensione, ma è dovuta tornare al lavoro perché l’assegno non le bastava. “Guarda in che stato sono gli ospedali”, dice, lasciando la frase sospesa. I suoi fratelli, che hanno lasciato Cuba decenni fa, da tempo le chiedono di raggiungerli in Florida. Per la prima volta ci sta pensando sul serio.
Nonostante tutto, a Cuba ci sono persone che non hanno perso il buon umore. Durante un blackout di diciotto ore, il compagno di Jorge, Bryan, mi ha portata in un ristorante che serve cocktail su una terrazza panoramica illuminata da lucine colorate: il proprietario ha entrate dall’estero e buoni agganci con il governo. Bryan ha dieci anni meno di Jorge. Pur non avendo mai vissuto fuori da Cuba, ha un’aria cosmopolita e informata. Infila parole in inglese nelle conversazioni, conosce gli anime e i musical di Broadway. Grazie a internet ha allargato i suoi orizzonti fin da ragazzo, a differenza di Jorge ed Elisa.
Da quel momento ha cominciato a chiedersi cosa farebbe se lo richiamassero a casa
Gli chiedo se, secondo lui, i medici sono eroi in missione umanitaria o schiavi di un regime autoritario, come sostiene il dipartimento di stato. Bryan scoppia a ridere: “Sono vere entrambe le cose”. Il governo cubano sfrutta la disperazione dei medici, dice, ma definirli “schiavi” è un’esagerazione, soprattutto in un paese fondato sulla schiavitù nelle piantagioni. I medici dovrebbero essere pagati meglio, ma è anche giusto che restituiscano qualcosa. “Sono figlio di una donna nera e povera che per vivere puliva i pavimenti”, racconta Bryan. “Grazie alla rivoluzione sono diventato ingegnere. E non ho mai pagato un centesimo”. Per molti aspetti la vicenda di Elisa è l’emblema del sogno americano. Dopo la diserzione, lei si è rifatta una vita a Miami. Come la maggior parte dei medici che hanno lasciato Cuba, ha rinunciato al lungo e faticoso processo per esercitare in Florida. Ha trovato lavoro come mediatrice tra i medici e le compagnie assicurative. Se la cava meglio di molti suoi ex colleghi che ho conosciuto, soprattutto di quelli arrivati più di recente: uno consegna pacchi per Uber, un altro sta cercando di evitare l’espulsione. Elisa vive in una casa con quattro camere in un quartiere immerso nel verde, insieme al marito, reduce della guerra in Iraq, ai loro due bambini di sei e quattro anni e alla suocera polacca.
Quando vado a trovarla, mi parla con orgoglio dei suoi primi anni nella professione, ma fatica a ricordare gli aspetti positivi del sistema sanitario cubano. Come quasi tutti i medici che ho intervistato dopo la diserzione, è d’accordo con il dipartimento di stato, che definisce le missioni mediche una forma di “schiavitù moderna”. Si è arrabbiata per un recente rapporto della Commissione interamericana per i diritti umani, secondo cui alcuni elementi delle missioni sarebbero lavoro forzato e traffico di esseri umani. È la critica più dura al programma dei medici cubani mai arrivata da un grande organismo regionale per i diritti umani, ma secondo lei non è sufficiente. “Da nessuna parte hanno usato la parola ‘dittatura’”, dice.
Le opinioni di Elisa sono influenzate da un decennio passato nella comunità cubana in esilio di Miami, ferocemente anticomunista e saldamente repubblicana, che guarda con entusiasmo alla prospettiva di un intervento degli Stati Uniti. Il disincanto dei medici disertori è così profondo che molti sono diventati sostenitori di Trump, anche se Washington li tratta con la stessa indifferenza riservata ad altri gruppi di stranieri. Le regole draconiane sull’immigrazione, su entrambe le sponde dello stretto della Florida, hanno pesato sulla famiglia di Elisa. Anche se il divieto di rientrare per otto anni è scaduto, lei non è tornata a Cuba: ha paura che la segnalino come medica e le impediscano di ripartire.
Elisa e Jorge non si vedono da dieci anni, e Jorge non ha mai conosciuto i suoi figli. Elisa, in compenso, si è riunita con la madre, che l’ha raggiunta nel 2022. Nel mio ultimo pomeriggio a Miami le incontro nel piccolo appartamento che la donna – la chiamerò Teresa – divide con una delle cugine di Elisa. Nell’aria si sente il profumo delle cipolle rosolate e l’aroma speziato e avvolgente del riso alla cubana. Mentre parliamo, dalla camera da letto arrivano grida e risate: i figli di Elisa stanno giocando con la cugina.
Non è cambiato nulla
Il ricongiungimento tra madre e figlia non è stato tutto rose e fiori. A Cuba erano talmente vicine che dividevano lo stesso letto. A Miami, invece, bisticciavano di continuo.
“All’inizio ero gelosa dei miei nipoti”, racconta Teresa. Elisa alza le sopracciglia: è la prima volta che glielo sente dire. “Non c’ero quando ha partorito, e neanche quando erano piccoli”, continua la donna. “Era come se mi avessero portato via mia figlia”.
Si volta verso Elisa. “Non so se te lo ricordi”, dice. “Avevi quei sandali tutti rotti, con il cinturino fissato con un chiodo. Dopo che te ne sei andata li ho conservati per anni, non riuscivo a buttarli via”, ammette.
Anche se ormai si è pienamente integrata nella vita statunitense, Elisa sente ancora un po’ di nostalgia. Quando ero a Cuba mi ha chiesto di passare da casa sua e di mandarle le foto di tutto quello che vedevo. Il soggiorno era spoglio, e in cucina c’erano ancora gli stessi elettrodomestici di dieci anni prima. Un uragano aveva strappato via una parte del tetto, ora coperto da un telone. Alle pareti, fotografie scolorite: Jorge con il pannolino e un pallone; Elisa alle elementari, con il fazzoletto in stile sovietico davanti alla bandiera cubana; Elisa che si laurea in medicina, con un abito rosa e il camice bianco. “Sto piangendo”, mi ha risposto quando ha letto i miei messaggi. “È uguale a quando me ne sono andata”.
Qualche settimana dopo aver incontrato Elisa a Miami, raggiungo Jorge nel suo paesino in Messico. Passo davanti a una fila di manifesti di una band famosa per i narcocorridos (canzoni che celebrano i boss della droga) e cartelli che promettono “visti di lavoro rapidi” per gli Stati Uniti. Quando ci vediamo nella piazza davanti alla chiesa, Jorge sembra ancora combattuto se disertare o meno. Per il momento il suo stipendio è un forte incentivo a restare, ma dice che “tantissimi” medici se ne andranno poco prima della fine della missione, a dicembre. Ha già preso accordi per parlare della residenza in Messico con un avvocato, ma nel frattempo ha scritto il suo nome sul foglio excel dei medici volontari per le missioni del 2027.
Jorge ammette che a volte invidia Elisa: “Quando se n’è andata era talmente giovane che dà per scontato di poter pensare liberamente”, dice. Si sente in colpa per il modo in cui l’ha allontanata dopo la diserzione, ma la decisione della sorella lo ha penalizzato: ci sono voluti anni prima che il governo si fidasse abbastanza di lui da mandarlo in missione. “Non ha pensato a noi”, dice.
A maggio il dipartimento di giustizia statunitense ha incriminato Raúl Castro per il suo presunto coinvolgimento nell’abbattimento di due aerei che trasportavano esuli cubani nel 1996. Per alcuni analisti il caso potrebbe diventare il pretesto per un intervento militare sul modello dell’operazione di inizio anno per catturare Maduro, anche quella preceduta da un’incriminazione. La notizia ha spinto i superiori di Jorge in Messico a convocare una riunione online con tutti i medici della missione, avvertendoli di tenersi pronti a rientrare “in qualsiasi momento”, perché Cuba era “in guerra”.
Jorge è andato nel panico. “Succede in ogni missione”, lo hanno rassicurato i colleghi. E infatti, nel giro di poco, le voci su un’invasione si sono sgonfiate. Da quel momento, però, lui ha cominciato a chiedersi cosa farebbe se all’improvviso lo richiamassero a casa. “Non voglio tornare”, confessa.
Elisa non sa se il fratello avrà mai il coraggio di scappare. Quando Jorge è andato per la prima volta in Messico, si era offerta di pagare un trafficante per fargli attraversare la frontiera, ma lui ha rifiutato.
“A volte, quando apri la porta della gabbia, l’uccello non vola via”, dice. Teresa ha un’altra spiegazione. “I miei figli sono bravi ragazzi”, dice. “Ma mia figlia è più coraggiosa”.◆ fas
Sarah Esther Maslin è una giornalista statunitense che si occupa di America Latina. Ha vissuto in Salvador e in Argentina e dal 2018 al 2023 è stata la corrispondente dell’Economist in Brasile.
By Sarah Esther Maslin. From 1843 magazine © 2026 Sarah Esther Maslin. Reprinted with permission.
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati