Wall Strett, 1956 (Leonard Freed, Magnum Photos/Contrasto)

Il presidente Clinton, che come sua moglie ha una formazione giuridica, aveva promesso che la sua amministrazione sarebbe stata “a immagine e somiglianza dell’America”. E infatti tredici dei diciotto componenti del suo gabinetto sono ex avvocati. Il ruolo centrale che avvocati e tribunali svolgono nella società americana, esaltato anche dal cinema e dalla televisione, solleva alcuni interrogativi di fondo, sia economici che politici. Come arginare la marea giudiziaria? Come evitare che i tribunali proteggano chi viene abbandonato dal mercato?

Sono insediati alla Casa Bianca e nei corridoi del Congresso, quasi altrettanto numerosi dei proprietari di aziende agricole, molto più degli ingegneri. Sebbene malvista dall’opinione pubblica, la loro professione è osannata – nei libri e sullo schermo – da romanzieri e lettori, da attori e spettatori.

La destra repubblicana imputa alla rapacità dei piantagrane di professione la perdita di competitività dell’economia; la sinistra democratica rimprovera loro di aver profittato largamente dell’era reaganiana per piantare le loro insegne su ogni particella dell’apparato pubblico smantellato in quegli anni; Steven Spielberg immagina uno di essi inghiottito vivo da un dinosauro appena uscito da chissà quale Jurassic Park. Nel giugno scorso, un folle ha superato ogni limite uccidendo otto persone in uno studio legale di San Francisco. Basta? Sentendosi ormai “incapaci di fare il proprio lavoro senza timore”, gli avvocati americani hanno recentemente invocato una tregua.

Ma come difendere dalle critiche – sia pure particolarmente feroci – questa professione tentacolare e in ascesa, i cui adepti (sei volte più numerosi che in Francia) sono triplicati nel giro di trent’anni? È la stessa professione di cui ha fatto parte quasi un eletto alla Camera dei Rappresentanti su due e due membri del gabinetto Clinton su tre; che ogni anno istruisce e patrocina diciotto milioni di cause civili e tredici milioni di penali; che sa imbeccare a meraviglia i pazienti che citano in giudizio i loro medici, ma soddisfa soltanto il venti per cento del fabbisogno giuridico dei poveri.

Robert Reich, ministro del Lavoro, anch’egli giurista di formazione, non ha esitazioni. Nel suo ultimo libro equipara gli avvocati ai finanzieri e ad altri “manipolatori di simboli”, trionfatori degli anni Ottanta e grandi parassiti della società americana: “Ogni ingegnosa argomentazione legale viene controbattuta da un’argomentazione ancor più ingegnosa della parte avversa. L’escalation non ha limiti: gli incartamenti diventano sempre più pesanti, gli schedari, le deposizioni, gli interrogatori sempre più numerosi (…) I clienti si sentono obbligati a spendere sempre di più per ottenere vantaggi esigui, o almeno per evitare costose sconfitte. Dal punto di vista della società nel suo insieme, spese del genere rappresentano uno spreco (…) Come per i missili balistici che trasportano bombe H, il semplice fatto che [gli avvocati] esistano induce a farvi ricorso, costringendo tutti gli altri a non essere da meno”.

Quest’alta marea giudiziaria ha poi messo in circolazione aneddoti stravaganti (ma non straordinari) su querelanti pieni d’inventiva, come quello del consumatore che, fattosi male alla schiena trasportando il frigorifero, fa causa al produttore che ha avuto l’imprudenza di fabbricarlo senza avvisare quanto fosse pesante; o quello della signora risarcita per non essere stata ammonita circa il pericolo di fare asciugare il suo cagnolino nel forno a microonde; o ancora quello di certi avvocati e animatori di talk show che, visto che era stato loro impedito di conferire con il folle religioso David Koresh durante l’assedio di Waco, nel Texas, hanno citato in giudizio l’Fbi, colpevole di aver loro fatto perdere un cliente. E infine quello, ancor più recente, dei superstiti di un tornado assassino che, giudicando di non essere stati sufficientemente messi in guardia circa l’imminenza del pericolo, hanno fatto causa al servizio meteorologico…

In ciascuno di questi casi, l’idea di fondo è la stessa: dal momento che la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 garantisce a ogni cittadino americano il “diritto inalienabile alla ricerca della felicità”, tutto quel che l’ostacola, compreso l’incidente o la sbadataggine, la stupidità o la mancanza di fortuna, può aprire la strada a un procedimento giudiziario. Forti di quel principio, gli avvocati sono incoraggiati a istruire pratiche e incrementare i loro redditi.

Durante la campagna elettorale del 1992, il passaggio più applaudito del discorso di George Bush alla convention repubblicana è stato quello in cui il Presidente uscente osservava con condiscendenza: “Bill Clinton ha il sostegno di quasi ogni avvocato che abbia indossato almeno una volta la toga e il tocco”. Del resto, l’aveva già spiegato chiaramente il presidente di una sezione dell’Ordine degli avvocati, firmatario di una lettera che sollecitava finanziamenti a favore del candidato democratico, avvocato di formazione ed ex Segretario della giustizia dell’Arkansas, sposato ad una delle più brillanti giuriste del paese: “Non ricordo neppure una circostanza in cui Bill Clinton non abbia agito conformemente ai nostri auspici di avvocati”.

Gerarchie necessarie

L’offensiva repubblicana, che minaccia di svilupparsi negli anni a venire, permette di raggiungere bersagli diversi dal presidente degli Stati Uniti. Attaccare l’“avvocato” (the lawyer) significa condannare simultaneamente chi “vezzeggia i criminali” e manipola la legge col rischio di mettere in pericolo l’ordine. Chi usa le proprie competenze per tramutarsi in agente d’influenza a favore degli interessi di categoria che lo retribuiscono, ottenendo ora un’esenzione fiscale, ora la bocciatura di un progetto di legge. E infine chi a forza di procedimenti legali scoraggia l’assunzione di rischi e fa rincarare la produzione di beni. Insomma, l’avvocato viene accusato di essere a un tempo il professionista che diffonde fermenti di insicurezza, il lobbista che perverte la democrazia rappresentativa, lo scroccone che sfibra lo spirito d’impresa.

È soprattutto quest’ultima questione ad aver suscitato un vero dibattito. Per gli ultraliberali e per la stampa che, sull’esempio il Wall Street Journal, è la loro vedetta infaticabile, non serve a nulla aver indebolito l’apparato pubblico, se poi gli industriali si vedono erodere la libertà ritrovata dalle cause civili intentate contro di loro da consumatori e vittime. Nell’agosto 1991, in uno dei rari discorsi significativi della sua carriera, il vice presidente Quayle, egli stesso ex avvocato (e tornato in seguito alla professione), si lamentava: “A volte il nostro sistema di giustizia civile si traduce in un disastro concorrenziale che infliggiamo alle nostre imprese. È proprio necessario che l’America abbia il 70 per cento degli avvocati del pianeta?”. Ciò dicendo Quayle non faceva che testimoniare (violentando un tantino le statistiche) la sua preferenza per un’economia di mercato interamente deregolamentata. Un anno dopo, il giornalista conservatore più onnipresente d’America precisava quelle affermazioni: “Certe gerarchie sono necessarie, e non spetta alla giustizia il compito di contrastarle fabbricando un’uguaglianza che scoraggia lo spirito d’iniziativa, che ignora le differenze genetiche, fisiche e intellettuali (…), che balcanizza l’America fra gruppi diversi che si lamentano delle discriminazioni e rivendicano una spartizione delle spoglie per razza, sesso o gruppo etnico”.

Dunque non si tratta più soltanto di scambiare esempi di accanimento procedurale e di contabilizzarne i costi per la collettività (fra i 120 e i 300 miliardi di dollari l’anno, secondo le stime). La professione di avvocato è anche e soprattutto il pretesto di uno scontro sociale e politico di primaria entità. La destra, scontenta di veder generalizzare le lagnanze – e i diritti – di gruppi un tempo sfavoriti ma silenziosi (neri, donne, consumatori, omosessuali, ecologisti…), paventa in questa marea giudiziaria montante la rimessa in causa da parte dei tribunali di privilegi ormai ben radicati nella morale, nel costume o nel mercato. Secondo questa destra, “la sinistra, predisposta a scorgere in ciascuno una vittima, utilizza i ‘diritti’ dei gruppi come un ariete contro il buonsenso delle comunità”. A esser giusti occorre riconoscere che l’ingranaggio può sembrare inestricabile: un famiglia del Maryland intenta causa allo Stato perché la figlia è rimasta ferita giocando al football americano; ma se la ragazza non avesse potuto praticare tale sport (la cui violenza è leggendaria), il Maryland si sarebbe esposto a una denuncia per discriminazione sessuale…

I problemi nati dall’ipertrofia giudiziaria non sono dunque soltanto il prodotto dell’immaginazione inquieta dei nostalgici dello statu quo. Persino il presidente Clinton, pur incline a scegliere un avvocato per ogni posto di responsabilità, è stato costretto a precisare, per difendere uno dei suoi bilanci: “Questo denaro ci servirà a ripulire l’ambiente, anziché a pagare avvocati”. E su una questione capitale come la riforma del sistema sanitario (sistema che esclude 37 milioni di americani pur essendo, in proporzione, il più costoso del mondo), l’amministrazione democratica ha capito che, se intende veramente estendere alla generalità della popolazione la copertura medica senza per questo aumentare il livello di prelievo fiscale, dovrà limitare i procedimenti legali per responsabilità intentati contro il personale ospedaliero. Infatti durante il “decennio folle” fra il 1975 e il 1986, l’ammontare delle polizze d’assicurazione sottoscritte da medici per premunirsi contro le conseguenze di un’azione legale è aumentato del 250 per cento. Secondo l’Ama, American Medical Association, queste polizze costano ai medici (e quindi ai loro clienti, che le pagano sotto forma di onorari o di premi assicurativi più elevati) un totale di 5,6 miliardi di dollari l’anno, cui vanno aggiunti i 20,1 miliardi di dollari sprecati sotto forma di “medicina difensiva”: gli ospedali moltiplicano gli esami inutili per proteggersi dalle eventuali azioni penali intentate dai pazienti o dalle loro assicurazioni. Questo timore, rovinoso per la collettività, è peraltro legittimo: nel 1960, soltanto un medico su cento è stato perseguito per errore diagnostico o terapeutico; nel 1986, la proporzione è salita a 1 su 6. Lo stesso dicasi per i premi assicurativi: una polizza di responsabilità civile costa ormai in media 16 mila dollari l’anno (dieci volte più che in Europa). Per gli ostetrici l’ammontare è addirittura di 250 mila dollari, probabilmente perché il 75 per cento di questi specialisti è già stato o sarà perseguito. Altrettanto dicasi per il 52 per cento dei chirurghi.

Carenza dello stato

Questo stato di cose rappresenta naturalmente una rendita di posizione per gli avvocati e per gli assicuratori, tanto più che la metà dei risarcimenti assegnati alle “vittime” serve a coprire le spese legali. Ma essa contribuisce anche a scoraggiare l’innovazione che, quasi per definizione, è più irta di pericoli che foriera di certezze. E, in fin dei conti, un cammino impedito dal timore di azioni legali non minaccia forse di condurre a un “mondo in cui si praticano metodi eugenetici per evitare i rischi legati al parto, si creano ghetti per gli ammalati di Aids al fine di evitare i rischi legati alla contaminazione, si escludono le donne dal mercato del lavoro per evitare i rischi di infezioni, più frequenti nelle donne, proprio perché suscettibili di restare incinte”? Tuttavia, al di là delle richieste fantasiose , che spesso assomigliano a vere e proprie estorsioni, dei querelanti che simulano invalidità e inscenano falsi incidenti, degli avvocati che fanno i piazzisti pubblicitari (oltre 100 milioni di dollari nel 1992), c’è da chiedersi che conseguenze avrebbe la limitazione delle vie d’accesso all’azione legale per responsabilità. Il presidente dell’ordine americano degli avvocati non aveva del tutto torto quando osservava – certo nel tentativo di perorare la propria causa – che a volte le riparazioni imposte dal tribunale “puniscono e scoraggiano imbrogli colpevoli che è impossibile sanzionare altrimenti [dal momento che] le istituzioni governative responsabili della tutela della salute e della sicurezza della popolazione non hanno fatto il loro dovere”. Insomma, l’eccesso di procedimenti giudiziari è anche frutto della scarsa presenza dello Stato, lo scudo che dovrebbe proteggere un po’ il cittadino dalle conseguenze della deregolamentazione economica e di una protezione sociale insufficiente, il revolver alla tempia delle grandi imprese e delle potenze finanziarie che altrimenti godrebbero di un’intollerabile impunità.

In parte ci spiega forse il fatto che il giudizio – complessivamente molto negativo – degli americani sulla figura dell’avvocato nasconde enormi divari di classe, di razza e di sesso. Neri, ispanici, donne, poveri e giovani apprezzano la professione con indulgenza infinitamente maggiore rispetto ad altri gruppi. Sarà perché la frequentano più raramente e la conoscono meno bene?

Infatti i paladini del “diritto senza Stato” tendono a dimenticare un po’ troppo facilmente l’assenza di diritto per chi non ha risorse. Se per gli avvocati i fallimenti e le ristrutturazioni d’impresa hanno rappresentato un’industria altamente redditizia (“le casse del mio studio hanno tintinnato senza posa, tutti i mesi, per quattordici anni”, si è vantato un avvocato); se, per i clienti danarosi, non sarà lesinato alcuno sforzo (richiesta di nuova inchiesta, consulenti capaci di filtrare i “cattivi” giurati, grafici, perizie…), per gli indigenti, in genere, ci si dà meno da fare. L’ordine degli avvocati ha un bell’incoraggiare i suoi appartenenti a fare cinquanta ore di volontariato l’anno: di rado l’idealismo ha la meglio su incentivi più allettanti. Così, mentre il 40 per cento delle condanne a morte sono revocate in appello, quasi un terzo dei 350 condannati a morte californiani non ha più un difensore che intenti l’estremo ricorso: una volta pronunciata la sentenza, l’assistenza legale d’ufficio, già handicappata da onorari fissi scandalosamente bassi, non interviene più.

Negli Stati Uniti, la potenza della lobby degli avvocati li protegge verosimilmente da ogni rimessa in questione dei loro privilegi. E all’estero il loro orizzonte si presenta più radioso che mai: il mercato unico europeo ha attratto gli studi legali americani, e lo stesso vale per le privatizzazioni all’Est. Migliaia di nuove imprese, spesso con proprietari stranieri, avranno dunque bisogno di consigli legali. Robert Reich mette in guardia contro la professione: “Via via che l’economia americana si lega sempre più strettamente al resto dell’economia mondiale, le occasioni di manipolazione legale e finanziaria aumentano (…) Eserciti di avvocati si tengono pronti a dar battaglia in tribunale per la spartizione di utili provvidenziali o di perdite mozzafiato”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 31. Compra questo numero | Abbonati