Erano gli ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attacchi terroristici infiammavano la Cisgiordania, nella Striscia di Gaza folle di persone protestavano regolarmente lungo la barriera di confine e Israele era sconvolto dal conflitto interno dopo che il governo aveva provato a introdurre una contestata riforma della giustizia. Chiunque osservasse gli eventi con lucidità poteva intuire che un’escalation era in agguato dietro ogni angolo.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed (noto come Mbz) era particolarmente preoccupato. “Me ne ha parlato spesso nei mesi precedenti la guerra”, racconta il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha rapporti amichevoli con lui. “Mi trasmetteva costantemente messaggi sulla necessità di allentare la tensione. Ha perfino mandato un inviato speciale in Israele che ha incontrato il primo ministro. Sembrava intuire che la regione era sull’orlo di un’esplosione”.

Bin Zayed parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura standard: un rappresentante dell’ambasciata degli Emirati andava nell’ufficio del primo ministro israeliano, portando con sé un dispositivo telefonico speciale che garantiva la riservatezza della chiamata.

Ma questa volta la telefonata di Bin Zayed era insolita. Una settimana e mezzo prima del 7 ottobre 2023 il sovrano degli Emirati ha chiamato Netanyahu dal palazzo presidenziale di Abu Dhabi e ha parlato con lui per 45 minuti. Durante quella conversazione ha avvertito Netanyahu che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando una grande operazione contro Israele. Bin Zayed ha espresso preoccupazione per il fatto che l’attacco in questione non solo avrebbe portato a uno spargimento di sangue, ma avrebbe destabilizzato l’intera regione e minato gli accordi di Abramo (che Emirati e Israele avevano firmato nel 2020 per normalizzare le loro relazioni diplomatiche).

Prendere sul serio

Tre fonti straniere di alto livello conoscono il contenuto della conversazione, la cui esistenza è rivelata da quest’articolo per la prima volta. La sua divulgazione è il risultato di un’approfondita ricerca basata su decine di fonti in Israele e in tutto il mondo, tra cui funzionari di altissimo livello, su registrazioni, documenti interni e corrispondenza. La ricerca è stata fatta dagli autori per il libro Ostaggi: 843 giorni di abbandono (Kinneret Zmora Publishing, in ebraico).

Alla telefonata era presente anche uno stretto consigliere di Bin Zayed, un palestinese emigrato anni fa da Gaza ad Abu Dhabi che manteneva forti legami nella Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano degli Emirati ha sottolineato nel corso della conversazione la necessità di prepararsi alla minaccia. “L’emiro ha spiegato che, secondo la sua valutazione, Sinwar stava pianificando un evento di grande portata”, afferma il consigliere. “Ha detto a Netanyahu che Israele doveva essere pronto. Allo stesso tempo ha raccomandato di cercare una soluzione per la situazione economica della Striscia e di riportare la calma in Cisgiordania per evitare un’escalation”.

Bin Zayed ha esortato Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua grande sorpresa, tuttavia, il primo ministro ha reagito con relativa calma. Netanyahu ha affermato che a suo giudizio Hamas intendeva operare nell’area della Cisgiordania, e ha rassicurato sul fatto che Israele era preparato a qualsiasi scenario.

Il sovrano degli Emirati avrebbe poi raccontato quella conversazione anche al direttore della Cia William J. Burns. Ha condiviso con lui la sensazione che aveva cercato di trasmettere a Netanyahu, ovvero che “qualcosa lì sta per esplodere”, e gli ha detto che il primo ministro israeliano riteneva che l’area instabile fosse, in realtà, la Cisgiordania.

Yahya Sinwar nella città di Gaza, il 14 aprile 2023 (Yousef Masoud, Sopa/Lightrocket/Getty)

“L’emiro sperava che, nonostante la sua risposta cauta, Netanyahu prendesse sul serio il messaggio e agisse”, afferma il consigliere. Nessuno di loro immaginava che il primo ministro avrebbe ascoltato il messaggio senza informare i vertici dell’apparato di difesa. Il capo dello Shin bet (i servizi segreti interni), del Mossad (i servizi segreti esterni), il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano: nessuno di loro era a conoscenza dell’avvertimento di Bin Zayed.

Dietro le quinte

Per capire da dove veniva quell’insolito avvertimento, e perché proprio attraverso il presidente degli Emirati Arabi Uniti, occorre tornare a quello che è successo dietro le quinte nei mesi precedenti. In quel periodo, con l’approvazione di Netanyahu, Israele ha tenuto colloqui con Hamas su una hudna, una tregua temporanea con l’obiettivo di promuovere un accordo di lungo termine nella Striscia di Gaza.

I contatti sono cominciati in segreto all’inizio del 2023, in coincidenza con l’arrivo al potere del governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar aveva nominato Ghazi Hamad, esponente dell’ufficio politico di Hamas, per la missione. Hamad parla correntemente l’ebraico ed era stato coinvolto nelle trattative segrete per il rilascio di Gilad Shalit, un soldato israeliano rapito. Allo stesso tempo era stato reclutato un alto funzionario di Al Fatah (il principale partito politico palestinese, rivale di Hamas), che parlava anche lui bene l’ebraico. Il funzionario, che qui sarà indicato con lo pseudonimo “Occhi di carbone” per motivi di sicurezza, era considerato una figura affidabile, accettato sia da Hamas sia dallo Shin bet. Il suo ruolo era trasmettere messaggi tra le parti, in modo che non sembrasse che ci fosse un contatto diretto tra Hamas e Israele.

In realtà queste conversazioni erano praticamente dirette. Ghazi Hamad e Occhi di carbone s’incontravano a Gaza nella casa di Nasser Sarraj, che in precedenza era stato vicedirettore del ministero degli affari civili dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Sul versante israeliano c’era il funzionario dello Shin bet che seguiva i casi degli ostaggi e delle persone scomparse. Dato che i disordini a Gaza avrebbero potuto danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si basava su accordi raggiunti in precedenza tra Tel Aviv e il Cairo. Ciò nonostante “l’intero canale diretto è stato tenuto nascosto agli egiziani, temendo che si offendessero per essere stati esclusi”, afferma una delle persone dello Shin bet coinvolte nella preparazione dei colloqui, “e quindi è diventato un canale personale curato da Netanyahu”.

I colloqui si sono concentrati inizialmente su una graduale revoca del blocco su Gaza e sull’aumento delle spedizioni di generi alimentari e materie prime verso la Striscia. È stata anche proposta l’idea di creare zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele ed Egitto, che avrebbero offerto migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza. Gli egiziani erano disposti a garantire un “passaggio sicuro” ai palestinesi diretti all’aeroporto di Sharm el Sheikh, che gli avrebbe offerto un’apertura sul mondo. C’era anche l’ipotesi di fornire gas naturale alla Striscia dal giacimento di Gaza marine, scoperto nel 2000 al largo dell’enclave. La proposta è stata chiamata “G 4 G”, Gas per Gaza.

Scomparso dai radar

Entro l’estate del 2023 sembrava che tutti i problemi economici fossero risolti e che all’ordine del giorno rimanesse solo la questione più delicata: la liberazione dei prigionieri israeliani e la restituzione delle salme dei soldati trattenuti nella Striscia. In cambio del ritorno di Avera Mengistu e Hisham al Sayed, e dei corpi di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar ha chiesto che fossero liberati cinquecento uomini di Hamas. In seguito ha accettato di ridurre il numero a 250 prigionieri e, dopo difficili trattative, ha accettato di scendere a cinquanta. Lo Shin bet era propenso ad approvare il rilascio di trenta prigionieri, tra cui venti condannati all’ergastolo, da un elenco ritenuto “accettabile” per Israele, in cambio della restituzione dei quattro israeliani.

L’atmosfera era così ottimistica che Occhi di carbone ha più volte affermato che un accordo con Israele non era mai stato così vicino e che entrambe le parti consideravano le proposte delle “opzioni fattibili”. Un funzionario di Hamas coinvolto nella mediazione ricorda che “ogni volta usciva entusiasta e riferiva ai colleghi: ‘Sta succedendo davvero’”.

Un uomo dei servizi di sicurezza israeliani che ha partecipato alla preparazione dei colloqui conferma che “entro la fine di agosto del 2023, Netanyahu aveva approvato il rilascio di trenta prigionieri, tra cui venti condannati all’ergastolo, che sarebbero stati scelti dallo Shin bet”. Secondo lui, “tutto ciò che serviva in quella fase era l’approvazione del comitato ministeriale per gli ostaggi e le persone scomparse, indispensabile per il rilascio dei prigionieri palestinesi, specialmente se condannati all’ergastolo”. Tuttavia Netanyahu ha ripetutamente rinviato la convocazione del comitato. Forse perché aveva paura di raggiungere un accordo con Hamas, o della reazione dei suoi alleati estremisti nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin bet, che gestivano il canale di comunicazione con Hamas, diceva di temere che la notizia arrivasse ai mezzi d’informazione. “E così le cose sono rimaste bloccate per settimane”, spiega la fonte.

Quando Sinwar ha cominciato a mostrare segni di malcontento per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Occhi di carbone hanno cercato di rassicurarlo spiegando che il motivo del ritardo era la preoccupazione di Netanyahu per la grave crisi che si stava verificando in Israele a causa dell’iter di approvazione della riforma giudiziaria e delle grandi proteste pubbliche scoppiate per contestarla.

Nel mezzo degli sconvolgimenti in corso in Israele, all’interno dell’asse della resistenza formato da Iran, Hamas e Hezbollah cresceva la percezione che Israele fosse diventato molto più vulnerabile e che fosse possibile unire le forze e lanciare una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni dimostrano che gli alti funzionari di Hamas in quel periodo hanno cominciato a intensificare gli appelli all’Iran, chiedendo assistenza per finanziare l’attacco.

Poi, all’inizio del settembre 2023, Sinwar ha improvvisamente interrotto tutti i contatti con la squadra negoziale. “È semplicemente scomparso dai nostri radar, si è volatilizzato”, afferma un alto funzionario dello Shin bet.

Una fonte di Hamas spiega che Sinwar aveva perso la pazienza a causa della lentezza degli israeliani. Così, il canale diretto tra un funzionario dello Shin bet e il funzionario di Hamas Ghazi Hamad, gestito con l’approvazione di Netanyahu, è stato interrotto. Questo canale, tra l’altro, sarebbe tornato pienamente attivo un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando è emersa l’urgenza di tirare fuori dal pantano l’accordo sugli ostaggi che nel frattempo si era arenato.

“Forse avremmo fatto due più due e saremmo arrivati a una conclusione completamente diversa da quella a cui siamo arrivati”

Nel settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar ha organizzato un incontro privato con Occhi di carbone, il funzionario di Al Fatah. “Di’ agli israeliani che, se non fanno progressi, sto preparando una grande sorpresa per loro”, ha dichiarato con enfasi. In quell’occasione, ha pronunciato per la prima volta una parola chiave, che avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme: “Digli di aspettarsi uno zilzal, un terremoto”.

Occhi di carbone è uscito dalla conversazione sconvolto. Ha deciso di consultare un caro amico, lo stesso palestinese che era emigrato da Gaza ad Abu Dhabi ed era uno stretto consigliere di Bin Zayed.

Parola per parola

“Occhi di carbone era agitato”, racconta il consigliere. “Gli era chiaro che l’operazione di cui parlava Sinwar avrebbe potuto avere ripercussioni su tutto il Medio Oriente, ma aveva paura di riferire l’informazione direttamente allo Shin bet. D’altra parte temeva ancora di più che, se non lo avesse fatto, gli israeliani lo avrebbero accusato di collaborare con Sinwar. Temeva davvero per la sua vita. Così ha deciso di trasmettere il messaggio a Bin Zayed”.

“Cosa significa?”, ha chiesto Bin Zayed al consigliere, quando gli ha riferito l’avvertimento di Sinwar.

“Se dice zilzal, intende guerra”, ha risposto il consigliere.

“Sei sicuro?”, ha chiesto l’emiro.

“No, è la mia interpretazione”, ha risposto il consigliere, “ed è così che l’ha inteso anche Occhi di carbone”.

Il sovrano degli Emirati ci ha riflettuto, incerto. Era preoccupato dalla possibilità che, in un contesto di tensioni regionali, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di dare inizio a una guerra potesse accendere la miccia, magari con un attacco preventivo di Israele. Alla fine ha deciso: “Se non ne siamo certi, per ora non trasmettiamo nessun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo sulla questione finché non saremo sicuri”.

Per capire quanto fosse seria la minaccia di Sinwar è stato chiesto a Occhi di carbone di organizzare un altro incontro con lui a Gaza. L’incontro si è svolto a metà del settembre 2023.

“Allora?”, ha chiesto Sinwar. “Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?”.

“No”, ha risposto il mediatore.

Sinwar ha fatto un respiro profondo e, con voce gelida e calma, gli ha detto: “Fagli sapere che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario”. Ancora una volta, ha fatto rotolare sulla lingua la parola zilzal, terremoto. “Per favore, trasmetti agli israeliani quello che sto dicendo parola per parola”, ha continuato.

Occhi di carbone ha chiamato subito il consigliere di Bin Zayed per riferirgli le parole di Sinwar. “Gli ho chiesto tutti i dettagli”, ricorda il consigliere, “compreso il linguaggio del corpo di Sinwar, il suo tono di voce preciso e il contesto in cui le parole erano state pronunciate, specialmente per quanto riguarda l’avvertimento sullo zilzal. Gli ho suggerito di lasciare rapidamente la Striscia e di venire a casa mia per una conversazione privata. Alla fine dell’incontro, ho capito che né Occhi di carbone né io avevamo frainteso il messaggio: Sinwar voleva entrare in guerra”.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito con un certo ritardo, alle 14.45, non c’era ancora un’idea chiara del numero di persone rapite

Rotta di collisione

Il consigliere ha riferito a Bin Zayed le sue impressioni. Il sovrano degli Emirati ha capito la portata della minaccia e ha deciso che “il messaggio di Sinwar doveva essere trasmesso agli israeliani, ai loro vertici, il prima possibile”.

Il 15 settembre Occhi di carbone e il consigliere hanno passato l’avvertimento allo Shin bet. Il capo dei servizi segreti, Ronen Bar, ha chiesto una telefonata immediata con il primo ministro, che è stata organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Durante la telefonata Bar ha informato Netanyahu delle minacce di Sinwar, ed è stato deciso di tenere una riunione che coinvolgesse tutte le agenzie di sicurezza competenti.

“Perché Sinwar ci ha inviato un avvertimento?”, chiede ora retoricamente un alto funzionario dei servizi segreti. “O si era stancato dei temporeggiamenti di Israele, e voleva farci pressione per arrivare a un accordo, senza essere così ansioso di cominciare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano del ‘Grande inganno’ e voleva mettere alla prova la prontezza dell’esercito israeliano”.

In ogni caso, l’apparato della difesa non ha corso rischi inutili. La riunione di sicurezza si è tenuta due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro della difesa Yoav Gallant e di rappresentanti dell’intelligence militare. Al termine della discussione è stato deciso di fare una riunione nell’ufficio del primo ministro più tardi quello stesso giorno. Sono stati invitati anche funzionari del Mossad e del Consiglio di sicurezza nazionale. I rappresentanti dello Shin bet ritenevano, incrociando nuovi dati dell’intelligence, che Sinwar potesse avere in mente di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che all’epoca era stata rapita e trattenuta in Iraq, in modo da aumentare il numero di prigionieri palestinesi che avrebbe ottenuto in uno scambio.

Il capo dello Shin bet ha precisato che si trattava solo di una valutazione iniziale e che l’avvertimento doveva essere preso sul serio, poiché indicava una mancanza di capacità di deterrenza da parte di Israele e che “ci troviamo su una rotta di collisione”. Bar ha raccomandato una strategia operativa chiamata “bomba antincendio” – nome in codice per un attacco potente e improvviso con cui si vuole neutralizzare rapidamente una grave minaccia – o almeno “forti misure difensive” a Gaza e in Cisgiordania, se non altro in vista delle imminenti festività ebraiche. Al termine dell’incontro non è stata presa nessuna decisione.

Vedendo che Israele non stava rispondendo al chiaro messaggio trasmesso allo Shin bet, il sovrano degli Emirati ha deciso di parlare direttamente con il primo ministro israeliano. Così, alla fine di settembre, si è svolta quella conversazione di 45 minuti, durante la quale il sovrano è stato esplicito con Netanyahu sulle intenzioni di Sinwar.

“Ho lasciato passare qualche giorno e mi sono rivolto di nuovo agli israeliani, ma non erano affatto disposti a dialogare”, racconta Mashharawi

Una telefonata simile è arrivata in quei giorni all’ufficio del primo ministro dal capo dei servizi segreti egiziani, il generale Abbas Kamel, che ha messo in guardia Netanyahu per “qualcosa di insolito, un’operazione terrificante”, che Hamas stava per lanciare. La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i dettagli di quella telefonata sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ha riferito che Netanyahu ha detto a Kamel: “A Gaza abbiamo la situazione sotto controllo. Il nostro problema è la Cisgiordania, ed è lì che stiamo dirottando le nostre forze”.

Il 1 ottobre, nel corso di una discussione sui disordini al confine con Gaza e sulle intenzioni di Hamas di compiere un attacco terroristico in Cisgiordania, il capo dello Shin bet ha raccomandato nuovamente di prendere di mira alti funzionari di Hamas, tra cui Sinwar, che “stava mostrando segni di arroganza”. Come nelle precedenti occasioni, Netanyahu ha risposto: “Preparatemi dei piani e li valuterò”. “Non ha mai detto ‘no’”, spiega un alto funzionario della difesa. “Era il suo modo di rimandare il momento in cui doveva affrontare il problema”. Un altro alto funzionario presente alla discussione ricorda che, sintetizzando l’incontro, il primo ministro ha detto: “Continuate a lavorare sulla capacità operativa, ma per ora calmate la situazione”.

Per tutta la riunione il premier non ha accennato alle telefonate che aveva ricevuto. “Se avessimo saputo degli avvertimenti, probabilmente avremmo dato più peso al primo messaggio che avevamo ricevuto da Sinwar”, afferma un alto funzionario dello Shin bet. “Forse avremmo anche avuto più chiaro cosa c’era dietro il suo improvviso ritiro dai colloqui all’inizio di settembre. Forse avremmo fatto due più due e saremmo arrivati a una conclusione completamente diversa da quella a cui siamo arrivati, una conclusione che avrebbe cambiato il nostro intero quadro di valutazione”.

Una mossa sorprendente

Le radici del complesso rapporto tra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni fa, quando il leader di Hamas fu rilasciato da un carcere israeliano nell’ambito dell’accordo per la liberazione del soldato Shalit nel 2011. Dopo aver conquistato senza pietà tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar cominciò a formulare una nuova strategia su due fronti, con l’obiettivo di far uscire Gaza dall’impasse.

“Fin dalle prime fasi, forse addirittura mentre era ancora in carcere, Sinwar aveva in mente due alternative”, afferma un alto funzionario dei servizi segreti che all’epoca lo conosceva bene. “Da un lato, ha accelerato lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terroristico che si è scontrato ripetutamente con Israele. Dall’altro, si è reso conto che in tutti i cicli di scontro Gaza era stata decisamente sconfitta. Quindi, nonostante il suo odio per Israele, bisognava dare una possibilità a un accordo che avrebbe consentito una vita normale a Gaza, prima di mettere in azione l’esercito di Hamas se l’accordo non si fosse concretizzato”.

Nel 2017 Sinwar decise di fare una mossa sorprendente. Contattò il suo acerrimo rivale, l’ex funzionario di Al Fatah e attuale uomo d’affari Mohammed Dahlan. Entrambi originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già allora i rapporti tra loro erano pessimi. La tensione si era inasprita quando Dahlan, capo della sicurezza preventiva dell’Anp durante il suo governo nella Striscia di Gaza, aveva scatenato una guerra senza quartiere contro i leader di Hamas. Poi Hamas aveva preso con la forza il potere a Gaza, e Dahlan era stato messo in cima alla lista degli obiettivi da eliminare.

Benjamin Netanyahu durante un incontro con il gabinetto di sicurezza a Tel Aviv, il 7 ottobre 2023 (Haim Zach, GPO/Anadolu/Getty)

Ma ora Sinwar pensava di poter sfruttare Dahlan e i contatti che lui aveva instaurato sia con il governo egiziano sia con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate del 2017, dopo quasi quarant’anni di lontananza e ostilità, lo incontrò nella sua casa al Cairo, insieme a diversi alti funzionari di Hamas, tra cui Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk, dell’ufficio politico di Hamas. Sinwar descrisse a Dahlan le gravi sofferenze a Gaza e gli chiese di trasmettere un messaggio a Netanyahu sul desiderio di raggiungere un accordo soddisfacente. Gli elementi fondamentali erano l’allentamento del blocco e il rilancio dell’economia di Gaza, principalmente attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani per favorire la mediazione tra Sinwar e Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di relazioni indirette tra Israele e Hamas. Si sarebbe saputo qualcosa a proposito di questi contatti nel 2022, quando l’allora capo del consiglio di sicurezza nazionale Meir Ben-Shabbat ha parlato in un’intervista a Yedioth Ahronoth dei negoziati condotti con Sinwar. Ben-Shabbat ha mostrato una nota che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018: “Rischio calcolato”.

“È stato uno dei momenti più belli di tutto il processo”, ha affermato Ben-Shabbat. “Da questo deduco che Sinwar sia molto attento a quello che succede in Israele, analizzi ogni dichiarazione dei politici, comprenda i dilemmi e offra il suo contributo”.

Nell’agosto 2018 i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani, alla presenza del primo ministro. Lì fu presentato un piano strutturato per formulare un accordo in cui i quattro prigionieri sarebbero stati restituiti in cambio di un cessate il fuoco reciproco e se Israele avesse accettato un’intesa e un significativo allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava lo scambio vero e proprio: per riavere i quattro israeliani, Israele accettò di rilasciare i prigionieri che facevano parte di Hamas, compresi quelli arrestati durante la guerra di Gaza del 2014 (chiamata Operazione margine protettivo), a eccezione di chi era coinvolto in attività terroristiche di rilievo. Il documento di sintesi dell’incontro affermava che “rinviare un accordo per lo scambio di prigionieri e persone scomparse e separarlo dal processo d’intesa potrebbe far ritardare per anni la soluzione per il loro ritorno”.

Alti funzionari della difesa conclusero che le condizioni erano le più favorevoli perché Israele raggiungesse un accordo sullo scambio di prigionieri a costi ragionevoli. Netanyahu concluse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Tuttavia, il tempo passava e Netanyahu cominciò a esitare, ritardando l’approvazione del processo.

Dall’altro lato, quando le agenzie di sicurezza individuavano un’eccessiva attività di Hamas, Netanyahu si rifiutava di autorizzare un’operazione su vasta scala contro i miliziani. “Era ormai una routine”, racconta un ufficiale di alto rango. “Loro lanciano razzi, noi rispondiamo, c’è una serie di scontri, gli abitanti della zona di confine israeliana con Gaza ne escono ancora una volta esausti e tutto costa un sacco di soldi. L’esercito voleva lanciare più volte un’operazione militare ampia e in profondità a Gaza, ma proprio il governo di chi prima delle elezioni aveva promesso di ‘essere forte contro Hamas’ insisteva per non aumentare le tensioni e preservare con cura la ‘risorsa’ chiamata Hamas. ‘Calmatevi’, ci dicevano, ‘concentriamoci sul nord e sull’Iran’”.

Un ex generale dell’esercito testimonia di aver sentito “più di una volta il capo di stato maggiore, Herzl Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu”. La descriveva in termini vividi durante le riunioni: “È come avere un chiodo che spunta dal muro di casa e, invece di estrarlo, decidere di radunare tutti i componenti della famiglia, compresi i bambini, e dirgli: ‘Ogni volta che passate di qui, fate attenzione al chiodo’. Quando abbiamo accettato di convivere con il chiodo, non capivamo che alla fine, invece di rimuoverlo dal muro, ci saremmo ritrovati infilzati”.

Poi scoppiò la pandemia di covid-19 e i contatti tra Hamas e Israele furono interrotti. Israele si concentrò sui nuovi problemi causati dalla pandemia e, allo stesso tempo, fu travolto da cinque turni elettorali consecutivi. All’interno dell’asse della resistenza cominciò a prendere piede una nuova idea: si avvicinava il giorno in cui si sarebbe potuto sferrare un colpo decisivo a Israele nel suo momento di debolezza. Sinwar, dal canto suo, continuava a investire molti sforzi e denaro nel progetto dei tunnel a Gaza e nell’addestramento e nell’equipaggiamento dell’esercito di Hamas in vista del giorno della resa dei conti.

Sarebbero passati quasi altri tre anni prima di quel giorno. “Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti del jihad delle brigate Ezzedin al Qassam emergeranno per attaccare obiettivi della criminale occupazione sionista e bombarderanno gli avamposti nemici, i suoi agglomerati e i suoi snodi nella zona meridionale della Palestina occupata”, annunciavano Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di persuadere l’allora leader dell’organizzazione libanese, Hassan Nasrallah, a unirsi all’operazione. “Sfonderanno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione, impadronirsi di postazioni militari e civili nella zona e catturare molti soldati”.

Nessuna trattativa

Alle 6.29 del 7 ottobre è arrivato lo zilzal. A mezzogiorno i social media in Israele e in tutto il mondo erano già pieni di immagini raccapriccianti del massacro: uccisioni trasmesse in diretta streaming, incendi e distruzione. Decine di video mostravano civili rapiti e portati nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito con un certo ritardo, alle 14.45, non c’era ancora un’idea chiara del numero di persone portate via. “Attualmente ci sono 14 soldati e 28 ostaggi civili, e altre decine con cui non c’è stato alcun contatto”, ha dichiarato il capo dello Shin bet. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha chiesto che gli ostaggi fossero ignorati, affermando che “è impossibile operare con un simile approccio mentale”. “Ho dato istruzioni all’esercito: nessuna trattativa di nessun tipo”, ha dichiarato il ministro della difesa Yoav Gallant. “Parleranno con noi solo quando saranno a terra, con la testa sott’acqua”.

Verso sera il mondo era inondato da notizie terrificanti sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19.00 il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha chiamato il direttore del Mossad David Barnea, con cui aveva buoni rapporti, al punto da chiamarlo affettuosamente “Dedi Boy”. I due si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom kippur. Barnea era andato a Doha per conto di Netanyahu, per chiedere ai qatarioti di aumentare gli aiuti alla Striscia di Gaza.

Il 12 ottobre 2023 un soldato israeliano pattuglia i dintorni del kibbutz Beeri, nel sud di Israele, vicino al luogo in cui i miliziani di Hamas hanno attaccato i partecipanti al festival musicale Nova (Aris Messinis, Afp/Getty)

Al Thani era agitato. “Ho appena finito una conversazione con il leader politico di Hamas Ismail Haniyeh e il suo vice Khalil al Hayya, arrivati solo di recente a Doha”, ha riferito a Barnea. “Li ho minacciati esplicitamente: se tutti gli ostaggi civili non sono rilasciati immediatamente, ordinerò personalmente la loro espulsione dal Qatar. Vorrei informarti che Hamas è pronto a rilasciare tutti i civili ora, e noi siamo disposti a mediare”.

La risposta del direttore del Mossad ha lasciato Al Thani perplesso. “Se vogliono rilasciare i civili, che li rilascino”, ha replicato Barnea. “Non siamo disposti a parlare con Hamas”. “Questi non sono gli israeliani che conosco”, ha detto il leader qatariota ai suoi collaboratori. “Questo non è il Dedi Barnea che conosco”.

Barnea, ammettono i suoi collaboratori, aveva effettivamente appreso dal premier del Qatar, durante la loro prima conversazione, che Hamas voleva rilasciare i civili, ma anche che aveva posto condizioni inaccettabili, come l’interruzione dell’incursione dell’esercito israeliano a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul monte del Tempio (Spianata delle moschee, a Gerusalemme). Il primo ministro del Qatar nega questa parte. “Il primo giorno i leader di Hamas non avevano posto nessuna condizione draconiana”, sostiene il suo consigliere, “perché la nostra minaccia nei loro confronti era reale e non erano affatto nella posizione d’imporre condizioni”.

Al Thani non si è arreso. Ha chiamato il segretario di stato statunitense Antony Blinken. “Ascolta”, gli ha detto, “ci sono centinaia di ostaggi a Gaza e, tra loro, secondo le mie stime, decine di civili. Devono essere liberati subito. Ho offerto agli israeliani di mediare un accordo rapido per il loro rilascio, ma non sono interessati”. Blinken ha informato Al Thani che aveva in programma di andare in Israele entro tre giorni. “Aspettiamo”, l’ha rassicurato. “Parlerò personalmente con Netanyahu”. Al Thani ha insistito: “Sai bene che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito”. Blinken l’ha interrotto: “In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non c’è nessuno con cui parlare. Aspetteremo tre giorni”.

All’ordine del giorno

La mattina seguente, lontano dai colloqui tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, ha chiamato Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan: da Gaza, a nome di Sinwar, ha chiesto a Dahlan di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per portare avanti un accordo di cessate il fuoco. Per dare più peso alla richiesta, Mushtaha ha aggiunto: “Il nostro amico sta ascoltando”, riferendosi a Sinwar, che seguiva la conversazione.

Mashharawi ha riferito la telefonata a Dahlan. E Dahlan gli avrebbe detto: “Prima devono rilasciare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati. Altrimenti non c’è nulla di cui parlare. Quello che hanno fatto è una follia. Non hanno superato una linea rossa, hanno superato una linea nera. Se i civili saranno rilasciati, nell’opinione pubblica israeliana si diffonderà la sensazione che ci sia qualcosa di cui discutere. Altrimenti, che cuociano nel loro brodo”.

Mashharawi ha trasmesso il messaggio di Dahlan a Hamas. “Dammi 24 ore e ti farò sapere”, ha risposto Mushtaha. Sorprendentemente, è tornato solo un’ora dopo. Aveva un messaggio: Sinwar era pronto a rilasciare tutti i civili. Va notato che quando Sinwar parla di civili, intende solo le persone fino a 18 anni e oltre i cinquanta.

“Mi ha detto che, in una prima fase, non avevano problemi a rilasciare tutti i civili senza nulla in cambio”, racconta Mashharawi. “Giuro, queste sono state le sue esatte parole: tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una sola condizione, volevano che coinvolgessimo al più presto un mediatore concordato, in modo che potessero cominciare subito i negoziati su tutto il resto – il rilascio di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi, e poi la questione del blocco su Gaza”.

Dahlan ha attivato i suoi contatti nello Shin bet e gli ha trasmesso l’informazione. Secondo Mashharawi, “la risposta non ufficiale che Dahlan ha ricevuto da loro è stata: ‘Netanyahu non vuole parlare di nulla. Vuole solo la guerra ed eliminare Hamas’. La percezione degli israeliani era: prima cancelliamo Hamas, poi recuperiamo gli ostaggi con la forza”.

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune delle proposte per il rilascio degli ostaggi civili sono arrivate al Mossad, allo Shin bet e al primo ministro. Ma secondo lui, anche se fossero state concrete, l’apparato militare – che aveva bisogno di 24 ore per prendere il controllo della situazione – e soprattutto la leadership politica sotto shock, non erano in grado di discutere la cosa nei primi giorni.

“A essere onesti”, afferma l’alto funzionario, “la questione degli ostaggi non era seriamente all’ordine del giorno in quella fase, e nessuno a livello militare o politico era disposto a discutere la proposta. Il rilascio degli ostaggi non era stato neanche inserito nell’elenco degli obiettivi di guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Si sarebbe potuto discutere bene la proposta e arrivare a una decisione? In termini sostanziali, la risposta è sì. Ma lo stato d’animo prevalente era simile a quello dopo Pearl harbor: avevamo appena subìto un colpo brutale, eravamo nel pieno della guerra, chi aveva la lucidità di parlare di una fine dei combattimenti e di negoziati in quel momento, anche se fosse stato per salvare la vita di decine di persone, il cui numero definitivo era ancora sconosciuto?”.

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha l’ha chiamato di nuovo, a nome di Sinwar, per sapere se gli israeliani avessero risposto all’offerta di Hamas. “Gli ho detto: sto ancora aspettando una risposta da Israele”, racconta Mashharawi. “Ho lasciato passare qualche giorno e mi sono rivolto di nuovo agli israeliani, ma non erano affatto disposti a dialogare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, i bombardamenti su Gaza si erano intensificati e contattare Mushtaha e Sinwar è diventato impossibile”.

Blinken alla fine è arrivato in Israele il 12 ottobre. Ha subito incontrato Netanyahu e il giorno successivo è andato a Doha per parlare con il primo ministro del Qatar. “Ho sollevato la questione del rilascio degli ostaggi con Netanyahu, ma non ho ricevuto una risposta chiara da parte sua”, ha detto il segretario di stato statunitense ad Al Thani. “Netanyahu non è ancora pronto!”.

In tribunale

◆ Il 9 settembre 2026, un giorno dopo la pubblicazione di quest’inchiesta di Haaretz, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto sapere di aver incaricato i suoi avvocati di denunciare per diffamazione il giornale, i due autori dell’articolo, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, e “altri elementi”. In una dichiarazione resa pubblica il 10 settembre, Haaretz ha scritto: “Non ci lasceremo intimidire dal tentativo del primo ministro di mettere a tacere le critiche giornalistiche né esiteremo a portare alla luce la verità in tribunale”. Netanyahu ha definito l’inchiesta “politicamente motivata” e parte di una “campagna elettorale della sinistra”, in vista del voto del 27 ottobre. Dopo la pubblicazione, quattro dei principali leader dell’opposizione israeliana hanno fatto una dichiarazione congiunta chiedendo un’indagine sull’accaduto. In un editoriale il 9 settembre Haaretz ha ribadito la necessità di istituire una commissione d’inchiesta indipendente per esaminare tutti i “fallimenti” relativi al disastro del 7 ottobre 2023.


Al Thani ha ribadito che secondo lui, con il passare dei giorni e l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che causavano molte vittime soprattutto tra i civili, la disponibilità di Hamas per il rilascio degli ostaggi rischiava di non esserci più. Blinken ha promesso di provare a parlare di nuovo con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo essere partito da Doha per Wash­ington, Blinken ha inviato ad Al Thani un sms: “Netanyahu è pronto ad accettare la tua mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto”. Il giorno successivo, otto giorni dopo che Al Thani aveva offerto i suoi servizi al direttore del Mossad, Barnea è arrivato a Doha.

Nel frattempo, come c’era da aspettarsi, Hamas ha alzato la posta. Un alto funzionario dello Shin bet, che aveva capito in che direzione stavano andando le cose, ricorda che già il 18 ottobre, dopo la micidiale raffica di attacchi che Israele aveva sferrato contro Gaza in quei primi giorni, aveva detto che avrebbero dovuto fermarsi. “Avremmo dovuto prendere fiato, stringere i denti, farci forza e incassare il colpo rilasciando tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra”.

Secondo lui, “le prime ore e i primi giorni dopo il rapimento sono i più critici. Man mano che i giorni passano e la risposta militare s’intensifica, entrambe le parti tendono a trincerarsi sulle loro posizioni, e il prezzo degli ostaggi sale. ‘Dobbiamo anche agire con stratagemmi’, ho suggerito. Ma quando l’idea è arrivata al primo ministro, Netanyahu ha detto: ‘Nel momento in cui uno stratagemma viene alla luce, non è più uno stratagemma’, e la questione è finita lì”.

La cosa giusta da fare

Segnali che Hamas era pronto a impegnarsi in negoziati flessibili sono arrivati anche al colonnello (in congedo) Doron Hadar, che per molti anni ha comandato l’unità di negoziazione dello stato maggiore dell’esercito israeliano. “Ho cominciato a ricevere messaggi, a raccogliere informazioni e altri dati, e il quadro si è andato chiarendo: vista la situazione, con la controparte sotto shock, con Hamas allarmato per il danno d’immagine internazionale causato dalle foto e dai video di centinaia di ostaggi, anziani, donne spaventate e bambini in lacrime, avremmo potuto creare un quadro di accordo . Se avessimo voluto, non sarebbe stato difficile sostenere in seguito che Hamas l’aveva violato e rilanciare un attacco. Mi è chiaro, ovviamente, che la nostra parte fosse completamente sconvolta e, in misura non minore, in preda a una rabbia furiosa. Ma ci si aspetta che la leadership sappia separare i processi emotivi da quelli razionali e si prenda un momento per valutare quale sia effettivamente la cosa giusta da fare. Come stringere un patto con questo diavolo, e poi ucciderlo”.

A metà ottobre Hadar ha partecipato a una riunione nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere di Netanyahu per la politica estera, per definire gli obiettivi della guerra. Hadar ha chiesto di spiegare il suo punto di vista. “Mi sono rivolto a Falk: ‘Capisci cosa sta succedendo qui?’”, racconta Hadar. “‘Possiamo riportare a casa le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a uno. Possiamo fare la prima mossa’”.

Falk ha interrotto la discussione e ha chiesto agli altri presenti di lasciare la stanza. “Ho continuato”, ricorda Hadar, “e gli ho detto: ‘Portiamo avanti un accordo. Gli offriremo mille prigionieri, anche duemila se necessario. Il mondo è dalla nostra parte ora, esercitiamo pressione internazionale e portiamo avanti un accordo’”. Ma Falk l’ha fermato: “Qui non ci sarà nessun accordo. Si tratta dell’Isis. Sono assassini. Non otterranno nulla. Cambia mentalità, Doron”, gli ha detto, paragonando Hamas al gruppo Stato islamico.

“Il problema fondamentale era che Hamas cercava una ‘fine permanente del conflitto’, come dicevano loro”, conclude William J. Burns, ex direttore della Cia, con il suo caratteristico tono misurato, riassumendo il labirinto in cui si era impantanata la questione degli ostaggi. “Netanyahu era disposto a prendere in considerazione solo un accordo sulla ‘prima fase’, ma dichiarava di volersi tenere l’opzione di ‘continuare a distruggere Hamas in seguito’, come la definiva lui. E questa, per noi, è sempre stata la sfida: come risolvere il dilemma e riuscire a riportare tutti a casa?”.

Il risultato è stato che, quando ha dovuto affrontare la questione dei suoi cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, Israele ha cambiato mentalità. E così, sono passati altri due anni di guerra prima che fosse firmato un accordo per far uscire da Gaza gli ultimi ostaggi, vivi o morti, con Hamas ancora in piedi.

L’ufficio del premier ha definito questa inchiesta una “menzogna assoluta”. “Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti durante il periodo in questione e non ha ricevuto avvertimenti da lui”, si legge nella dichiarazione.

L’ex capo dello Shin bet Ronen Bar e l’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Herzl Halevi hanno affermato di non essere stati informati dell’avvertimento lanciato dal presidente degli Emirati. Haaretz ha contattato il presidente Bin Zayed per un commento, ma non ha ricevuto risposta. ◆ dl

Ruth Yuval è una giornalista israeliana che ha lavorato per diversi giornali e televisioni in Israele. Shlomi Eldar è un giornalista e documentarista israeliano che si occupa di questioni militari su Haaretz.

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati