Negli Stati Uniti è arrivato il momento della verità. Non solo per le due fazioni politiche in guerra tra loro, ma anche per le sorti di una democrazia che si è sempre fondata sulla transizione pacifica del potere dal presidente uscente al suo successore. Voltando le spalle a questa consuetudine, Donald Trump ha detto più volte che non avrebbe accettato il risultato elettorale in caso di sconfitta e già mesi prima del voto ha cominciato a parlare di brogli. La prima volta che un candidato sconfitto alle presidenziali statunitensi ha fatto le congratulazioni al suo sfidante era il 1896. Due giorni dopo il voto, William Jennings Bryan mandò un telegramma a William McKinley: “Abbiamo sottoposto la decisione al popolo americano, la cui volontà è legge”. Trump non sembra intenzionato a seguire questa strada in caso di sconfitta. È probabile che nei prossimi giorni accenderà un rogo dopo l’altro, mentre a Biden, che ha cercato di unire il paese, spetterà il compito di reggere l’idrante. Le fiamme, forse, saranno spente solo quando la fiducia nella transizione democratica del potere sarà ormai carbonizzata.

Queste elezioni saranno ricordate non tanto come una scelta tra proposte politiche contrapposte, ma come una battaglia totalizzante e furiosa tra due idee incompatibili di cosa dovrebbero essere gli Stati Uniti. In questo scontro, simile a una guerra di religione, ogni schieramento si è detto sicuro che la repubblica è destinata alla distruzione in caso di vittoria dell’avversario. Di conseguenza il dibattito si è trasformato in una gara tra incubi.

L’incubo descritto dai sostenitori di Trump è un’apocalisse socialista in cui i sobborghi idilliaci che sorgono ai margini delle grandi città statunitensi saranno distrutti da un’invasione di poveri e delinquenti, dove le strade diventeranno tappeti di vetri rotti su cui gli anarchici e i saccheggiatori trasporteranno la loro refurtiva prima di dare alle fiamme i suv. In questo inferno comunista quasi tutto sarà abolito: il Natale, le mucche, le vetrine, l’industria petrolifera e anche Dio.

Nella distopia opposta i funzionari pubblici qualificati vengono allontanati dal governo e sostituiti da politici raccomandati; gli scienziati che osano contraddire Trump vengono presi di mira; la storia nazionale è cancellata e rimpiazzata da un culto nazionalista ottuso; il dipartimento di giustizia diventa il braccio armato del governo. In sintesi la democrazia costituzionale lascia spazio a un’autocrazia che si compiace dei suoi saccheggi.

Questo incubo è stato descritto non solo dai democratici ma anche da molti repubblicani (compresi alcuni che hanno lavorato per presidenti conservatori come Ronald Reagan e George Bush), da un gran numero di esperti di sicurezza nazionale, ufficiali dell’esercito in pensione, giornali solidamente conservatori e riviste scientifiche che in passato avevano sempre evitato di schierarsi.

Trump arriva all’aeroporto di Bullhead City, in Arizona, il 28 ottobre 2020 (Brendan Smialowski, Afp/Getty)

Il sangue in tv

Nella gara tra incubi contrapposti si fa fatica a ricordare i momenti in cui il paese, anche se spaccato, è riuscito a evitare questi scenari di annientamento reciproco. Ma, che ci crediate o no, gli Stati Uniti hanno già vissuto momenti come questo. Ce n’è uno che mi è tornato in mente durante l’ultimo dibattito tra i candidati, quando Trump ha detto di essere il presidente che ha fatto di più per i neri dai tempi di Abraham Lincoln. A quel punto mi sono ritrovato a urlare tre lettere davanti alla tv: la L, la B e la J di Lyndon Baines Johnson, il 36° presidente degli Stati Uniti. Nella magistrale biografia di Robert Caro, Johnson è descritto come una specie di nuovo Machiavelli: un politico assetato di potere, un manipolatore con le mani sporche del sangue dei soldati e dei civili morti in Vietnam. Anche tra le persone che conoscono un po’ di storia, sono in pochi a considerarlo un campione della conciliazione.

Lo vidi, da vicino, per la prima volta nell’agosto del 1964, alla convention democratica di Atlantic City, durante quella che sembrava un’incoronazione più che l’ufficializzazione di una candidatura. Le sue labbra sottili si allargavano sul viso ampio mentre centinaia di piccoli cowboy di plastica cadevano dal soffitto della sala, in una sorta di oscura e inspiegabile profezia della morte che sarebbe piovuta dal cielo sul delta del Mekong.

Sul lungomare della città i sostenitori del Mississippi freedom democratic party contestarono la delegazione degli stati del sud composta esclusivamente da bianchi, e furono aggrediti brutalmente dalla polizia. Due mesi prima tre attivisti per i diritti civili erano stati uccisi mentre cercavano di favorire la registrazione dei neri alle liste elettorali, una vicenda poi raccontata nel film Mississippi burning. A luglio il Civil rights act, ideato dall’amministrazione di John Kennedy e portato avanti da quella di Johnson, aveva vietato le discriminazioni nei sindacati e la segregazione in qualsiasi spazio pubblico, inclusi ristoranti, teatri, parchi, stadi e alberghi.

Martin Luther King aveva definito quella legge “una seconda emancipazione” per i neri, ma ebbe un prezzo molto alto. Come previsto da Johnson, nei cinquant’anni seguenti gli elettori del sud si schierarono con i repubblicani. L’ostruzionismo dei segregazionisti fu superato dopo mesi di battaglie al congresso, ma gli ostacoli che impedivano ai neri di esercitare il diritto di voto negli stati del sud non furono intaccati dalla legge. Quando King chiese a Johnson di approvare anche una legge sul diritto di voto, il presidente rispose che né il congresso né il paese erano pronti ad accettare un nuovo provvedimento di quella portata sui diritti civili.

Quel giorno Lyndon Johnson sapeva di aver bisogno di un grande discorso

Poi arrivò la domenica di sangue del 7 marzo 1965, quando John Lewis, che all’epoca aveva 25 anni, guidò i manifestanti oltre il ponte Edmund Pettus a Selma verso Montgomery, in Alabama, e Johnson cambiò idea. Quel giorno i lacrimogeni, i proiettili di gomma, le fruste e i bastoni elettrificati furono usati senza pietà su manifestanti pacifici, con le telecamere che immortalavano la feroce aggressione. La sera stessa i filmati furono trasmessi dalla tv nazionale. Johnson rimase sconvolto e, su consiglio del presidente della camera John McCormack, decise di convocare per il 15 marzo una seduta speciale del congresso in cui avrebbe cercato di convincere i deputati e i senatori ad approvare il Voting rights act sul diritto di voto. La seduta, come succedeva per le occasioni solenni, sarebbe stata trasmessa in tv.

Johnson sapeva di aver bisogno di un grande discorso. Conosceva bene la retorica eloquente e persuasiva di Kennedy e sapeva che in tanti lo consideravano un provinciale nemmeno lontanamente all’altezza del suo predecessore. Johnson allontanò lo scrittore che gli era stato assegnato per quel discorso e chiese aiuto a Richard Goodwin, che aveva fatto parte della squadra di Kennedy ed era rimasto alla Casa Bianca anche dopo l’assassinio del presidente. Senza molto preavviso e lavorando senza sosta per otto ore,
Goodwin scrisse un discorso che era all’altezza di quello di addio di George Washington, del discorso pronunciato da Lincoln a Gettysburg durante la guerra civile e di quello d’insediamento di Kennedy. È ancora oggi una delle riflessioni più potenti su cosa significa essere statunitense. Goodwin aspettò fino all’ultimo prima di consegnare il testo a Johnson, temendo che il presidente potesse modificarlo in peggio.

Guardando verso la telecamera e leggendo da un quaderno invece che dal gobbo elettronico (non c’era stato tempo per prepararlo), Johnson, con l’aria severa e diligente, disse: “Stasera parlo della dignità dell’uomo e del destino della democrazia”. Queste semplici parole, in bocca a una persona famosa per il suo essere grossolana, diedero alla frase una grande solennità. Guardandolo in tv, come altri settanta milioni di persone, sentii subito una spinta morale. Le frasi successive consolidarono la forza del discorso, prima con un appello rivolto agli statunitensi “di tutte le religioni e di tutte le razze” a unire gli sforzi per una grande causa, poi con un paragone quasi religioso tra la crisi attuale e i momenti più difficili della storia del paese: “Succede che il fato e la storia si incontrino in un preciso momento e in un preciso luogo, per imprimere una svolta all’infinita ricerca di libertà dell’uomo. È successo a Lexington e a Concord. È successo un secolo fa ad Appomattox. È successo la settimana scorsa a Selma, in Alabama. Uomini e donne colpiti da tempo da una grande ingiustizia hanno manifestato pacificamente per protestare contro la negazione del diritto di voto. Molti sono stati brutalmente aggrediti. Un uomo buono, un uomo di Dio, è stato ucciso. Non si può essere orgogliosi davanti a quello che è successo a Selma. Non si può essere soddisfatti per la negazione prolungata dei diritti di milioni di americani. Ma grazie a quello che faremo stasera potremo coltivare la speranza e la fede nelle nostra democrazia. La nostra missione è la più antica e basilare di questo paese: rimediare ai torti, fare giustizia, servire gli uomini”. Suona familiare?

Ogni strumento concepibile

Johnson proseguì dicendo che la causa riguardava “i valori, gli obiettivi e il significato della nostra amata nazione”, che non potevano e non dovevano essere misurati in termini di ricchezza e successo materiale. “Potremmo anche sconfiggere tutti i nostri nemici, raddoppiare la nostra ricchezza e conquistare le stelle, ma se restassimo un paese ingiusto avremmo comunque fallito come popolo e come nazione”. Sorprendentemente, almeno dal punto di vista della politica volgare di oggi, tutti i presenti, democratici e repubblicani, applaudirono, e lo fecero altre 39 volte durante quella chiamata etica alle armi.

Trump sembra in competizione con il processo elettorale più che con Biden

La promessa di uguaglianza contenuta nella dichiarazione d’indipendenza non era “una teoria vuota”, insistette Johnson. “Quelle parole sono una promessa fatta a ogni cittadino, la promessa di poter vivere in modo dignitoso”.

Il presidente ricordò che in molti posti degli Stati Uniti era impedito a donne e uomini di votare “solo perché hanno la pelle nera. Ogni strumento concepibile dall’ingegno umano è stato usato per negare il diritto di voto. Il cittadino nero che prova a registrarsi per il voto si sente rispondere che ha sbagliato giorno o che è troppo tardi o che il funzionario incaricato non c’è. Se il cittadino nero insiste e riesce ad arrivare davanti al funzionario, spesso viene escluso dai registri elettorali perché non ha scritto il suo secondo nome o perché ha abbreviato una parola nella sua domanda”. I test erano pensati proprio per escludere alcune persone. “L’unico modo di superare queste barriere è avere la pelle bianca”, sentenziò il presidente.

La legge che Johnson presentò al congresso avrebbe vietato ogni discriminazione arbitraria e avrebbe permesso al governo federale di vigilare sul rispetto delle norme. Qualsiasi modifica alle leggi elettorali avrebbe dovuto essere approvata da Washington.

“Anche se questa proposta sarà approvata, la nostra battaglia non sarà conclusa”, continuò Johnson. “Quello che è successo a Selma fa parte di un movimento più ampio, presente in ogni angolo degli Stati Uniti. È lo sforzo dei neri americani per ottenere la possibilità di vivere appieno la vita americana. La loro causa deve diventare la nostra causa, perché non sono solo i neri a dover superare l’opprimente eredità del fanatismo e dell’ingiustizia, ma anche tutti gli altri. E la supereremo”.

La catastrofe della guerra in Vietnam avrebbe cancellato tutti i risultati ottenuti da Johnson durante il suo mandato. Tuttavia, quel giorno il presidente disse che non voleva essere ricordato come l’uomo che aveva “cercato la grandezza ed esteso il dominio degli Stati Uniti” ma come quello che aveva “istruito i bambini sulle meraviglie del mondo”, che aveva dato da mangiare agli affamati e aiutato i poveri a trovare la loro strada. “Voglio essere il presidente che ha contribuito a cancellare l’odio tra gli uomini”. Forse fu in quel momento che John Lewis vide le lacrime scorrere sul viso di Martin Luther King, con cui stava guardando il discorso alla tv.

Il Voting rights act fu approvato con una maggioranza ampia e trasversale: 77 favorevoli e 19 contrari al senato, 333 favorevoli e 85 contrari alla camera. Quarantotto anni dopo, nel 2013, la corte suprema ha cancellato con cinque voti favorevoli e quattro contrari l’obbligo per gli stati di sottoporre al governo federale le modifiche delle leggi elettorali. Esprimendo la posizione della maggioranza, il giudice capo John Roberts ha detto che quella norma non era più necessaria, perché rispetto al passato c’erano meno prove di discriminazioni. La giudice Ruth Bader Ginsburg (morta il 20 settembre del 2020), contestò quel parere, sostenendo che era come gettare via l’ombrello durante un temporale perché non ci si sta bagnando.

Orgoglio e vergogna

La sentenza ha dato carta bianca ai repubblicani che volevano ridurre il numero di seggi elettorali nelle zone abitate dalle minoranze, e le sue conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Il 28 ottobre la corte suprema del Texas ha confermato un provvedimento del governatore repubblicano che prevede per ogni contea un solo punto di raccolta dei voti inviati per posta. Questo significa che chi ha votato per posta ha dovuto fare molti chilometri per imbucare la sua scheda. Un problema per contee come quella di Harris (che comprende l’area metropolitana di Houston e dove vivono quasi cinque milioni di abitanti) o di Travis, di cui fa parte Austin e che ha una popolazione di 1,2 milioni di abitanti. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi al diritto di voto. In South Carolina è richiesta la presenza di un testimone per la firma del voto postale.

In campagna elettorale Trump ha dato l’impressione di essere in competizione con il processo elettorale più che con Biden. Eppure, osservando i dati sul voto anticipato, sembra che la democrazia abbia risposto con forza a tutti i trucchi e alle strategie per limitarla o sopprimerla. Tutto lascia pensare che le elezioni si concluderanno con un’affluenza superiore al 60 per cento. Un traguardo ridicolo per una democrazia avanzata, ma che per gli standard statunitensi è un segno di solidità delle regole democratiche. Le lunga file formate dagli elettori in ogni condizione climatica, spesso costretti ad aspettare per ore, dovrebbero essere motivo di vergogna. Ma per i milioni di persone che hanno aspettato il loro turno è anche la prova che il senso civico della repubblica è ancora vivo.

Da sapere
I referendum per cui si è votato

◆ Il 3 novembre si è votato anche per una serie di referendum locali. Gli elettori del Mississippi hanno approvato la nuova bandiera dello stato, da cui è stato eliminato il simbolo della confederazione sudista. In California hanno deciso che le aziende della gig economy – come Uber e Amazon – non sono tenute a trattare i lavoratori precari come se fossero loro dipendenti; le aziende hanno investito più di 200 milioni di dollari nella campagna elettorale. In Louisiana gli elettori hanno votato per inserire nella costituzione dello stato una frase contro l’aborto. L’Oregon è diventato il primo stato a decriminalizzare il possesso di qualunque tipo di droga. Arizona, Montana, New Jersey e South Dakota hanno deciso di legalizzare la vendita e il possesso di cannabis a scopo ricreativo. The Guardian


Questo non significa che la democrazia statunitense scoppi di salute. Se Trump dovesse perdere nuovamente il voto popolare ma vincere comunque le elezioni, aumenterebbero le recriminazioni di chi contesta un sistema che consente alla minoranza di governare, e forse nascerebbe un movimento per la riforma della costituzione.

Il miglior panino

Negli ultimi vent’anni solo in un caso il candidato repubblicano ha preso più voti dello sfidante democratico, eppure i conservatori hanno controllato la presidenza per dodici anni. A causa del sistema elettorale che favorisce le aree rurali e meno popolose, un voto in California vale meno di un terzo rispetto a un voto in Wyoming. L’attuale maggioranza repubblicana al senato – che si è affrettata a nominare una nuova giudice della corte suprema quando sessanta milioni di persone avevano già espresso il loro voto per le presidenziali – rappresenta quindici milioni di statunitensi in meno rispetto ai senatori democratici. Prima o poi arriverà il momento in cui queste anomalie istituzionali saranno chiamate con il loro nome: ingiustizie.

O forse questa storia si concluderà con la vittoria della democrazia, la stessa che Winston Churchill definì “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle che sono state sperimentate finora”. Da Hong Kong alla Bielorussia, le persone che si battono per i diritti fondamentali – libertà d’espressione, tolleranza religiosa, una magistratura indipendente che non criminalizza l’opposizione e non protegge i politici che vanno contro lo stato di diritto, un servizio pubblico apolitico e neutrale – saranno rafforzate o sconfortate dall’esito delle elezioni statunitensi, a seconda del risultato.

Personalmente, dopo aver vissuto metà dei miei settant’anni negli Stati Uniti, posso dire di aver visto il meglio e il peggio di questo paese. Ho raccontato tre convention e sei mandati presidenziali. Ho osservato con orrore la nuvola gialla sulle rovine del World trade center. E sono ancora ottimista. D’altronde ero il ragazzino che s’immergeva nelle parole di Poe, Hawthorne, Mailer, E. E. Cummings Cummings, Runyon, Nathanael West, Bellow, Carver. Oggi sono l’uomo che può dirvi dove trovare le migliori costolette di maiale del mondo in un chiosco sul bordo di una strada del Texas. So chi prepara il miglior panino con il granchio del New England. Ho assaggiato i migliori hot dog negli stadi di baseball. Ho camminato sul letto sulfureo di un vulcano statunitense. Mi sono seduto nella capanna di Thoreau, nei pressi del lago Walden, ad ascoltare i treni che sferragliavano in lontananza.

Voglio ancora che le cose vadano bene, per questo paese e per quella parte del mondo sempre più piccola che ancora cerca ispirazione negli Stati Uniti, nonostante tutta la decadenza e il rischio di collasso. E nonostante tutto ciò che mi dice la mia testa, il mio cuore è certo che sarà così. ◆ as

Simon Schama è un saggista e storico dell’arte britannico. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La storia degli ebrei. L’appartenenza. Dal 1492 al 1900 (Mondadori 2019).

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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati