Fiume o morte!, il documentario di Igor Bezinović del 2025 che ricostruisce alcuni momenti dell’occupazione guidata da Gabriele D’Annunzio nella città di Fiume (l’odierna Rijeka, in Croazia), merita pienamente l’attenzione internazionale che si è conquistato: il film restituisce perfettamente la folle atmosfera di un singolare esperimento politico realizzato agli inizi del novecento, l’effimera “impresa” di Fiume.

In uno dei capitoli del suo formidabile Altrimondi, Federico Campagna analizza le affascinanti origini di questo esperimento. La creazione dello stato di Fiume si fondava sull’iniziativa di D’Annunzio, che era il principale esponente del decadentismo in Italia. Da quella sua occupazione di Fiume, nel clima politico di un’Europa dilaniata dalla guerra, emerse uno spazio interstiziale straordinariamente complesso, che metteva l’uguaglianza, la libertà e la sperimentazione estetica al cuore delle proprie basi costituzionali e culturali. D’Annunzio non era solo un poeta: acclamato romanziere e drammaturgo, era anche un eroe di guerra pluridecorato, un aviatore, un performer trasgressivo, un innovatore della moda, un pioniere della pubblicità, un egocentrico e un avido consumatore di cocaina. La sua creatività all’apparenza inesauribile lo aveva reso una celebrità internazionale e le sue innovazioni socio-politico-linguistiche si erano radicate nell’immaginario italiano. Negli anni successivi, quando il Partito nazionale fascista prese il potere in Italia, il regime si appropriò della sua estetica, gettando un’ombra duratura sulla sua eredità. Tuttavia, D’Annunzio non era di per sé riducibile al fascismo. Rifiutata dal governo italiano, Fiume chiamò a sé tutti quelli che si consideravano ribelli al capitalismo e all’imperialismo angloamericano: i primi esponenti del nascente fascismo, ma anche sindacalisti, anarchici e comunisti. “Io sono per il comunismo senza dittatura […]. Nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica […]. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, scrisse D’Annunzio. “Qui il cardo bolscevico si trasforma […] in Rosa d’Amore”.

Pierluigi Longo

Tuttavia, anche se l’anarcocomunismo di Fiume aveva poco in comune con la severità della dottrina di Lenin, anch’esso si perse nel sangue. Fu una forma di bolscevismo latinizzato che combinava il culto dell’azione, l’attenzione al destino degli oppressi e alle rivendicazioni dei lavoratori, con un’estetica decadente e l’ambizione di realizzare una rivoluzione spirituale attraverso l’arte. Tutto questo accadeva in una città assediata senza speranza, che contava solo sulle forze della brigata internazionale di disertori, ribelli, criminali e artisti che aveva risposto all’appello del poeta. D’Annunzio riconobbe e confermò la sovranità di tutti i cittadini senza distinzioni di sesso, discendenza, lingua, classe o religione. La costituzione garantì “a tutti i cittadini, d’ambedue i sessi, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia e l’uso dei beni legittimamente acquistati” e ammise “le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione”. Inoltre stabilì: “Ogni culto religioso è ammesso, è rispettato, e può edificare il suo tempio”.

Fiume era una “città di vita”, pervasa da un’atmosfera d’intenso erotismo. Si praticava diffusamente il nudismo, anche tra le personalità più illustri del governo, nel nome di una connessione più autentica con la natura. Donne e uomini si concedevano alle relazioni poliamorose a tal punto da mettere in ginocchio il reparto di malattie sessualmente trasmissibili dell’ospedale cittadino. L’omosessualità non solo era tollerata, ma diventò una parte costitutiva dell’ethos e dell’estetica della rivoluzione. La bellezza dei corpi nudi e il fuoco delle passioni giovanili erano simboli viventi di ciò che la rivoluzione ambiva a realizzare. Poi, dopo sedici mesi di assedio e cinque giorni di combattimenti, il 29 dicembre 1920 Fiume capitolò sotto i bombardamenti della marina italiana.

Quella di Fiume non fu un’esperienza isolata: ci si possono riscontrare alcune vaghe somiglianze con la Comune di Parigi (senza l’aspetto religioso, naturalmente) e anche con alcune comunità religiose millenaristiche radicali che si trovano nel cristianesimo (la comunità di Canudos in Brasile), ma anche nell’islam (l’idea e la pratica della fine del mondo nell’ordine sciita degli assassini, che a un certo punto dichiarò sospesi tutti i divieti morali). In questi e altri casi simili i partecipanti non combattono per affermare l’utopia attraverso un lungo processo che impone disciplina e sacrificio: vogliono realizzare l’utopia nell’immediato. Tuttavia, a Fiume lo spirito orgiastico di liberazione si limitava di fatto all’élite italiana (arrivata per occupare la città), mentre c’era una maggioranza silenziosa (composta soprattutto da ungheresi, croati e altri slavi) più socialmente conservatrice, che visse l’esperienza di Fiume come un’infernale intrusione che ne turbava lo stile di vita. A dispetto della retorica ugualitaria, si trattò in sostanza di una sorta di comunismo per le classi dirigenti.

Pierluigi Longo

Ciò che accadde a Fiume non fu una manifestazione di quella che Marcuse definiva “desublimazione repressiva”, una permissività che funge da strumento di oppressione usato dal potere (pensate solo a come Donald Trump attacca i suoi oppositori con volgarità esplicite, o al modo in cui le persone vicine a Benjamin Netanyahu discutono di come torturare i palestinesi). La Fiume di D’Annunzio era piuttosto una specie di amalgama preideologico di elementi eterogenei: la fascinazione per la promiscuità sessuale, le droghe, le parate spettacolari, un’intensa esperienza del sacro, la teatralizzazione della violenza, della guerra e dell’eroismo insito nel rischiare la morte. Ciò che accomuna questa serie di elementi è un attributo negativo: sono tutti in netta contrapposizione con la routine e la stabilità dell’ordine sociale borghese. Fiume era in uno stato d’eccezione permanente. Per questo non poteva durare.

Gli analisti spesso descrivono la Fiume di D’Annunzio come una formazione “protofascista”, ma io credo che sia fin troppo facile leggere il fascismo hippy di D’Annunzio come un movimento che inevitabilmente sarebbe sfociato nel fascismo. Nel “fiumanesimo” erompe una certa dimensione radicale che effettivamente fornì il fondamento (non solo) al fascismo; ma quella delusione servì più che altro da effimero mediatore destinato a essere represso una volta che il vero fascismo si fosse affermato. Non c’è da meravigliarsi dunque se l’esercito regolare italiano bombardò Fiume mettendo fine all’esperimento. Ciò che un regime fascista deve reprimere non è tanto un retaggio emancipatore o liberale quanto il proprio nucleo sovversivo. O, per parafrasare il vecchio monito a non buttare il bambino con l’acqua sporca, questo è esattamente ciò che fa il fascismo: tiene il bambino (il nuovo regime pseudo-armonioso), gettando l’acqua sporca in cui il bambino è cresciuto. La miglior definizione dell’impresa di Fiume è “un regime poetico”, per dirla con le parole di Leopold Froehlich:

Il fiumanesimo nasceva dal movimento futurista e antiborghese. D’Annunzio combinò una robusta identità nazionale italiana con il nietzschianesimo di fine secolo. Con le sue spalline clownesche e la sua emotività da opera buffa, il governo rasentava l’assurdo. Eppure si trattava di una poetocrazia. Nella costituzione di Fiume D’Annunzio stabiliva che “sono istituiti in tutti i comuni della reggenza corpi corali e corpi strumentali con sovvenzioni dello Stato. Nella città di Fiume al collegio degli edili è commessa l’edificazione di una Rotonda capace di almeno diecimila uditori, fornita di gradinate comode per il popolo e d’una vasta fossa per l’orchestra e per il coro. Le grandi celebrazioni corali e orchestrali sono ‘totalmente gratuite’ come dai padri della chiesa è detto delle grazie di Dio”.

Questi sogni di spettacoli poetici sociali sono in un certo senso un indicatore di fascismo, se, come ha detto Walter Benjamin, il risultato logico del fascismo “è l’introduzione dell’estetica nella vita politica”. Fu D’Annunzio a introdurre l’uso del saluto romano, a vestire i suoi accoliti in camicia nera, fu lui ad attribuirsi il titolo di Duce, dal latino dux, condottiero; ma il poeta rappresenta anche il nucleo represso del fascismo. Gramsci stesso su questo punto non fu sufficientemente gramsciano nella sua reazione al fiumanesimo, come se non conoscesse ancora il proprio concetto di egemonia:

Dall’occupazione di Fiume emerse uno spazio che metteva l’uguaglianza, la libertà e la sperimentazione estetica al centro dei suoi fondamenti costituzionali e culturali

D’Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un pazzo, come un istrione, come un nemico della patria, come un seminatore di guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile. Ai fini di governo, sono stati scatenati i sentimenti più intimi e profondi della coscienza collettiva: la santità della famiglia violata, il sangue fraterno sparso freddamente, la integrità e la libertà delle persone lasciate in balìa di una soldataglia folle di vino e di lussuria, la fanciullezza contaminata dalla più sfrenata libidine. Su questi motivi il governo è riuscito ad ottenere un accordo quasi perfetto: l’opinione pubblica fu modellata con una plasticità senza precedenti.

Se davvero i regnanti scatenarono “i sentimenti più intimi e profondi della coscienza collettiva” (o piuttosto dell’inconscio), non è allora fin troppo facile parlare di manipolazione, che implica un agente pienamente autocosciente che manipola altri? L’opinione pubblica non fu “modellata con una plasticità senza precedenti”. La cerchia intorno a D’Annunzio, per lo più giovani italiani arrivati seguendo il suo appello, manipolò se stessa prendendo sul serio i suoi sogni poetici, pronta a combattere per essi. Il fiumanesimo realizzò proprio un caso esemplare di quella che più tardi Gramsci avrebbe definito egemonia ideologica: la sua visione (e pratica) “poetica” combinava nello stesso spazio ideologico il nazionalismo brutale e la celebrazione della guerra con elementi potenzialmente progressisti (liberazione sessuale, diritti omosessuali), descritti da Gramsci in termini inaspettatamente tradizionali (“la santità della famiglia violata”). Gramsci, inoltre, ignora la natura poetica del mostro ideologico che è il fiumanesimo.

Poesia e guerra non sono forse degli opposti? No. C’è una forma di poesia che è necessaria per rendere accettabile la crudeltà della guerra. E non deve necessariamente essere una cattiva poesia: qualunque cosa fosse D’Annunzio, non era un poeta scadente, era il più famoso poeta italiano della sua epoca. L’argomentazione qui è più generale: in una situazione ideologica confusa, la poesia non può certamente fornire la risposta. E se lo fa, è una risposta terrificante.

Contro la poesia fascista, dovremmo ricorrere senza vergogna a Platone. La reputazione di Platone ha sofferto a causa della sua affermazione secondo cui i poeti dovrebbero essere cacciati dalla città. Un consiglio piuttosto sensato, a giudicare dalla mia esperienza postjugoslava, in cui furono i pericolosi sogni dei poeti (tra gli altri, il leader serbobosniaco Radovan Karadžić) a preparare la strada per la pulizia etnica. Poco prima della sua sconfitta a Fiume, D’Annunzio, proprio come Karadžić, ricorse alla pulizia etnica: in uno dei suoi ultimi decreti ordinò a tutti i non italiani di abbandonare la città. E quindi ecco l’argomentazione fondamentale di Platone:

E così non potremmo a buon diritto accogliere il poeta in uno stato che dev’essere ben governato, perché risveglia e alimenta questo elemento negativo dell’anima; e, dandogli vigore, rovina l’elemento razionale. Così avviene in uno stato quando si rendono potenti i malvagi e si affida loro lo stato, e si eliminano i più onesti. Allo stesso modo diremo che il poeta imitatore ingenera nell’anima di ciascuno come una cattiva costituzione privata, ne compiace il lato senza intelletto e inetto a distinguere il più e il meno, capace solo di giudicare ora grandi ora piccole le me­desime cose.

Anche se sarebbe facile respingere la fondatezza di questa affermazione, sottolineando che con l’esplosione dell’intelligenza artificiale (ia) è proprio “l’elemento razionale” delle nostre anime a minacciare la nostra stessa esistenza, tuttavia la sua è un’osservazione valida, soprattutto se consideriamo il fatto ormai assodato che l’ia è una paccottiglia piena d’incoerenze, disomogeneità e allucinazioni, e più i modelli linguistici di grandi dimensioni (llm) diventano complessi, più hanno allucinazioni. Il confuso edificio ideologico del fiumanesimo non prefigura forse un costrutto incompiuto d’intelligenza artificiale? La classica critica mossa all’ia, per cui questa non sarebbe in grado di scrivere poesia, dovrebbe essere rovesciata: produce troppa (cattiva) poesia. Elon Musk e Peter Thiel sono i D’Annunzio di oggi.

La memoria di D’Annunzio ancora oggi è viva in molti dettagli. Prendo spesso aerei da Trieste. L’aeroporto si trova nel comune di Ronchi dei Legionari. Ronchi è la cittadina in cui D’Annunzio trascorse la sua ultima notte prima di prendere un’auto, diretto a Fiume per occupare la città. Fu accompagnato da sedici camion con circa duecento combattenti volontari che in seguito il poeta, quando anche altri si unirono a loro, proclamò suoi legionari. Io invece quando prendo i miei voli da Trieste purtroppo sono solo e (come sempre) stanco, senza legionari ad accompagnarmi e senza una grandiosa missione da compiere. Quando sono lì ad aspettare il mio aereo di solito lavoro al computer. Forse, dopotutto, è meglio viaggiare così. ◆ fdl

Slavoj Žižek è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Punto zero (Il Saggiatore 2026). Il titolo originale di questo articolo è “Against poetocracy”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati