Di tutte le province fuori controllo dell’Afghanistan, Nimruz è forse la più incontrollabile. Il deserto dell’Afghanistan sudoccidentale, al confine con l’Iran e il Pakistan, somiglia a un paesaggio di Mad Max: una landa desolata post-apocalittica dove sembrano prosperare solo cammellieri e trafficanti. Le tempeste di sabbia si alzano di punto in bianco, inghiottendo l’orizzonte in una fitta foschia marroncina. Dalla nebbia sbucano gruppi di motociclisti con i capelli induriti dalla sabbia e gli sguardi nascosti dalle mascherine.

È una terra selvaggia.

Nimruz è un microcosmo di tutto quello che è andato storto nella guerra in Afghanistan. L’anarchia e l’illegalità in cui versa la provincia sono il segno dell’incapacità del governo appoggiato dall’occidente di affermare la sua autorità e di arginare il potere dei leader criminali. Crocevia del traffico di stupefacenti in Afghanistan, Nimruz è un’arteria finanziaria per i taliban, che sembrano più forti che mai. E grazie ai suoi confini praticamente incustoditi (e alla complicità delle poche forze che li controllano) è anche una zona di passaggio per i tanti afgani che, di fronte alla violenza incessante e a un’economia stagnante, hanno ormai perso la speranza di poter vivere nel loro paese.

Nonostante i pericoli – rapitori, ribelli, guardie di confine corrotte e 41mila chilometri quadrati di territorio duro e ingrato – quello che c’è al di là del deserto attira i giovani afgani come il canto delle sirene. I più ambiziosi puntano a raggiungere l’Europa, dove nel 2015 i richiedenti asilo afgani sono stati secondi per numero solo ai siriani. L’ondata di migranti ha portato a un inasprimento dei controlli alla frontiera in diversi paesi europei, impedendo ad altri afgani di raggiungerli.

Molti scelgono comunque di andarsene dall’Afghanistan per fare i lavoratori a giornata in Iran. Il viaggio costa circa 500 dollari, cioè un mese di lavoro come operaio, muratore o raccoglitore di frutta in Iran. È più del doppio dello stipendio di un soldato afgano al fronte, ed è anche una scelta rischiosa. In Iran, spesso gli afgani sono maltrattati dai datori di lavoro e molti giovani diventano tossicodipendenti.

Nonostante questo, ogni giorno centinaia di uomini provenienti da tutto l’Afghanistan montano sui pick-up lanciati a tutta velocità nel deserto. La prima tappa, in auto, dura sei ore e li porta fino al confine con il Belucistan pachistano. Nelle successive 24 ore attraversano a piedi i territori del Pakistan (controllati dai taliban) e arrivano nel sud dell’Iran, dove una terza squadra di trafficanti li stipa su delle auto. Il caldo secco è insopportabile, e tra i taliban, le bande di rapinatori e gli agenti dal grilletto facile i rischi sono continui. Lungo la strada gli autisti sono taglieggiati di continuo, non solo dai taliban, ma anche dalla polizia di frontiera e dalla polizia nazionale afgana.

“Ovviamente è molto pericoloso. Ci caricano su auto che viaggiano a tutta velocità, ci sono sempre incidenti”, dice Shafiq Amiri, un ragazzo di Kabul. “So che rischio di rimanere ferito, ma che altro posso fare?”. Shafiq è dovuto tornare in Afghanistan perché non è riuscito a trovare lavoro, ma non si scoraggia. “Devo andare in Iran, così riuscirò a mandare un po’ di soldi a casa”.

Clima sospeso

Zaranj, la capitale della provincia di Nim­ruz, è diversa da tutte le altre città afgane. Ha circa 160mila residenti, ma è nota soprattutto per i fiumi di persone che attraversano il confine e i flussi di denaro controllati da baroni della droga, mercanti d’armi e trafficanti di esseri umani.

Secondo l’Onu, circa due terzi dei tre milioni di afgani in Iran sono irregolari. Una condizione che li espone ad abusi sul posto di lavoro

È il luglio del 2016 quando io e il fotogiornalista Andrew Quilty arriviamo a Zaranj, una città in cui i cronisti stranieri a volte non si vedono per mesi. Un clima di sospetto avvolge ogni angolo della città. La gente ci risponde sottovoce e ci mette ripetutamente in guardia contro i sequestri. In città si parla di un ricco uomo d’affari che è stato rapito e sepolto vivo con solo un tubo per respirare. La polizia dice che i rapitori hanno ricattato la famiglia per una settimana. Quando il riscatto è stato pagato, l’uomo era già morto. La famiglia si è vendicata e ha pagato i taliban per uccidere i due rapitori.

Syed Abdul Hai Sadat, un funzionario locale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dice che in dieci anni che lavora qui si è fatto un solo amico e che non ne vuole altri. “Più amici hai, più problemi hai. Qui non ci si può fidare di nessuno”.

Nel caldo torrido dell’estate, le giornate a Zaranj sono sonnolente, quasi comatose. La città riprende vita la sera, quando gli autobus da Kabul e Herat, scaricano centinaia di uomini dagli occhi annebbiati, che si riversano in decrepiti alberghi illuminati dalle luci al neon, portandosi dietro i pochi effetti personali in buste di plastica o falsi zaini dell’esercito americano.

La prima sera in città facciamo un giro per questi alberghi, in cui gli uomini aspettano le chiamate dei trafficanti. L’attesa può durare anche una settimana. Sono tutti ammassati intorno ai ventilatori, che se non rinfrescano almeno smuovono l’aria stantia. Gulabuddin Ayoubi, un uomo scheletrico. Simile a tanti lavoratori denutriti e tossicodipendenti che tornano dall’Iran, dice che domani andrà di nuovo in Iran, per la quarta volta. “Mi piacerebbe stare qui, a casa mia, in Badakhshan”, confessa. “Ma non riesco a trovare lavoro e devo guadagnare per mantenere la famiglia. In Iran posso fare qualsiasi tipo di lavoro. Quando avevo 16 anni ho provato a entrare nella polizia afgana ma non mi hanno preso perché ero troppo giovane. Ora ho troppa paura. Sta morendo un sacco di gente”.

Con i taliban che controllano circa il 40 per cento del paese e i cittadini delusi, il governo afgano è in enorme difficoltà – sia dal punto di vista militare sia da quello politico – in quasi tutte le regioni del paese. La sperduta Nim­ruz non è tra le priorità. Quindi lo stato ha poca autorità a Zaranj, e praticamente nessuna fuori città.

La guerra dell’acqua

Da secoli Nimruz è una delle zone più turbolente dell’Afghanistan anche perché i governi le hanno sempre prestato poca attenzione. “Queste zone marginali sono sempre state problematiche, ma non particolarmente importanti”, dice Thomas Barfield, docente di antropologia della Boston university e autore di Afghanistan: a cultural and political history. Dal 2001, però, l’importanza di Nimruz è cresciuta. Una enorme iniezione di aiuti dall’estero e di fondi concessi alle forze armate ha in una certa misura rafforzato le istituzioni dello stato, ma gran parte dei flussi di denaro non è stata contabilizzata.

Gli Stati Uniti hanno speso in aiuti civili all’Afghanistan più di quanto fu investito per ricostruire tutta l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, e nonostante questo l’Afghanistan è ancora tra i paesi più poveri e meno sviluppati del mondo. Grazie alla corruzione dilagante i soldi dell’occidente hanno alimentato il potere di uomini forti locali, criminali e ribelli. A Nimruz queste forze non governative sono predominanti. “È come dare steroidi a un culturista. Magari andava già in palestra, ma certo non è diventato così grosso solo sollevando pesi”, dice Barfield.

A turbare ancora di più una regione già instabile è il conflitto secolare con il vicino Iran per il controllo dell’acqua. Fu il tentativo di deviare i corsi d’acqua, secondo gli storici, che spinse gli invasori timuridi a far saltare le dighe della zona, nel trecento. Nonostante il trattato sulla condivisione delle risorse idriche del 1973, i due paesi continuano ad accusarsi a vicenda di appropriazione indebita delle risorse. Negli ultimi anni le tensioni sono state esacerbate dal sostegno dato sottobanco dall’Iran ai taliban. Mentre gli Stati Uniti cercano di ritirarsi dalla loro guerra più lunga, l’Iran sta riaffermando la sua influenza nell’Afghanistan occidentale appoggiando le forze ribelli. L’Iran ha creato una zona-cuscinetto lungo il confine armando i miliziani locali contro il gruppo Stato islamico, suo acerrimo nemico, che dal 2014 in Afghanistan è presente a macchia di leopardo. Le autorità afgane sono addirittura convinte che l’Iran abbia aiutato i taliban nelle principali offensive contro le forze governative nell’Afghanistan occidentale.

Il flusso di migranti afgani, in particolare da Nimruz, e il modo in cui l’Iran li tratta al loro arrivo ha acuito queste tensioni. Qualche anno fa l’Iran ha varato una serie di misure per impedire agli afgani di entrare illegalmente nel paese; oggi lungo il confine c’è un muro alto cinque metri. Secondo le autorità di Nimruz, tuttavia, alcuni influenti proprietari terrieri afgani chiedono ai migranti una sorta di pedaggio e poi li fanno entrare in Iran corrompendo la polizia locale. Per entrare legalmente nel paese si passa per il Pol-e Abrisham, il ventoso ponte di fabbricazione iraniana che dalla periferia di Zaranj attraversa il fiume Helmand.

Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, l’Iran accolse milioni di rifugiati afgani, concedendo un permesso di lavoro e l’accesso all’istruzione. Ma oggi, secondo le Nazioni Unite, circa due terzi dei tre milioni di afgani in Iran sono irregolari. Questa condizione li espone ad abusi sul posto di lavoro, a persecuzioni e arresti arbitrari da parte della polizia, non gli permette di accedere all’assistenza sanitaria e favorisce lo sfruttamento minorile. “Senza contare gli orari massacranti, soprattutto per i lavoratori giornalieri”, dice Nassim Majidi, tra i fondatori di Samuel Hall, un gruppo di ricercatori che ha studiato a fondo il fenomeno della migrazione afgana. Nonostante tutto, l’Iran resta la destinazione primaria. Secondo le statistiche dell’Oim, nei primi sei mesi del 2017 gli afgani fuggiti all’estero sono 80.530: più della metà è andata in Iran e il 23 per cento in Europa.

Anche se non c’è un’unica spiegazione del perché gli afgani continuino a migrare in massa, Liza Schuster, esperta di fenomeni migratori della City university of London, osserva: “Cause strutturali come insicurezza, guerra, disoccupazione, mancanza di opportunità, scarsa fiducia nel governo e nel futuro e corruzione rendono l’intera popolazione a rischio di migrazione”. Ma, aggiunge, “serve un motivo scatenante per decidere di andarsene”. Il pretesto può essere un attentato terroristico, la morte di un genitore anziano o semplicemente il fatto di essere stati scartati per un lavoro.

I soldi a casa

Un pomeriggio, dopo qualche giorno in città, incontriamo Gul Mohammad, 16 anni, che ha appena fatto il viaggio al contrario. Per arrivare in Iran, dopo aver passato il confine tra Afghanistan e Pakistan su un pick-up e aver attraversato a piedi il territorio taliban, è stato caricato sul sedile posteriore di un’auto che dopo pochi chilometri è stata crivellata di proiettili dalle forze di sicurezza iraniane. Mohammed è rimasto colpito alla schiena. La polizia iraniana lo ha accompagnato in ospedale, ma dopo qualche settimana, appena era di nuovo in grado di camminare, l’ha messo su un autobus e riportato al ponte.

Quando lo incontriamo, indossa ancora il camice azzurro dell’ospedale, con una sacca per la colostomia in una mano e una busta con le radiografie nell’altra. “Appena sto meglio torno in Iran”, dice con gli occhi ancora stravolti. Mohammad viene da Maimana, a novecento chilometri a nord di Zaranj. Siccome è il primogenito, molto probabilmente gli sono stati affidati i risparmi di famiglia. Se non manda soldi a casa, la famiglia non saprà come andare avanti.

La seconda tappa del viaggio di alcuni migranti afgani verso l’Iran, 2016 (Andrew Quilty, Vu/Karma press photo)

Di notte a Zaranj i tossicodipendenti si radunano in vari angoli della città per fumare oppio, eroina o cristalli di metanfetamina, che si comprano per meno di un dollaro a dose. Il 90 per cento della produzione mondiale di oppiacei è gestita dall’Afghanistan, e gran parte passa da Nim­ruz. Alla periferia della città, la clinica di disintossicazione Chigini, gestita dal ministero contro la droga afgano, ospita circa 150 tossicodipendenti alla volta. Il programma di riabilitazione è semplice: astinenza, alimentazione sana, ginnastica leggera e terapia del dolore.

Il primo passo, però, è rasarsi la testa. Seduti sul pavimento di cemento, tutti girati dalla stessa parte con le teste calve, i pazienti sembrano una setta di fanatici religiosi. Ma qui la redenzione è una rarità. Tutti hanno una ricaduta dopo i 45 giorni di cure. Restare puliti senza un lavoro, e in molti casi dopo aver perso un familiare a causa della droga, è molto difficile. Quasi tutti dicono di aver preso il vizio in Iran. “Vengono spinti a drogarsi perché così riescono a lavorare di più senza sentire la fame. Sono analfabeti, quindi si ritrovano intrappolati nella dipendenza”.

Dopo pranzo, guidato da due uomini, il gruppo intona in coro una canzone persiana, accompagnata dalle percussioni. Amir, 27 anni, scoppia in lacrime. “La canzone mi ha ricordato mia madre”, dice. Amir è tossicodipendente da nove anni, da quando è stato per la prima volta in Iran. “È stata in coma per 35 giorni, poi è morta. Dieci giorni dopo sono venuto qui perché mi sentivo in colpa”.

La clinica Chigini ha chiuso a maggio per mancanza di fondi, dice Amini. Sempre quest’anno un imprenditore privato, Haji Nazir, ha aperto un’altra clinica con cinquecento posti letto.

Prigione dorata

Il quarto giorno in città, dopo il tramonto, il figlio del governatore Mohammad Samiullah ci invita per un barbecue con kebab di agnello. Di poco più di vent’anni, con la barba corta e un paio di incredibili occhi verdi, Haris Stanikzai trasuda sicurezza e profuma di acqua di colonia. È il primogenito, ed è a Nimruz per consigliare il padre, oltre che per tenergli compagnia, cosa forse ancora più importante in una città desolata come Zaranj. Per paura che sia rapito, il padre gli proibisce di uscire da solo. Quindi i suoi unici amici a Nimruz sono le sue guardie del corpo. Per Stanikzai questo posto non è la porta della libertà. È una prigione.

Stanikzai lotta costantemente con la noia e fa di tutto per tenersi impegnato. Mentre un agnello intero sfrigola sul barbecue, ci porta a fare un giro del suo “zoo”, un grande giardino all’interno della residenza del governatore. “Guarda che belle quelle due capre!”, esclama indicando un piccolo recinto. Mi fermo un attimo. “Credo che siano antilopi sudafricane”, gli dico.

Far arrivare questi animali a Kabul in aereo, da qualunque luogo, costa 6mila dollari a capo, dice Stanikzai. Lo zoo vanta varie specie di uccelli, tra cui pavoni e pappagalli, ma la maggior parte degli animali muore per il caldo. Tra le ultime vittime c’è un’intera famiglia di antilopi.

Cerchiamo un po’ d’ombra dentro la base, dove un gruppo di ufficiali di polizia sta sciacquando della frutta secca

Stanikzai vive una vita diversissima da quella dei poveri migranti che si riversano in massa a Nimruz, ma disprezza chi non vede l’ora di andarsene dall’Afghanistan. “Nessuno pensa al paese. Tutti pensano al loro tornaconto”, dice. “Sono tutti contenti di andare in Iran a fare gli operai, a pulire i bagni, a farsi sfruttare. Ma non vogliono servire il loro paese arruolandosi nella polizia o nell’esercito”. In realtà, anche lui è deluso. Si sente fuori posto in Afghanistan e spera di raggiungere la sua fidanzata in Germania. È arrivato alla conclusione che, pur adorando i suoi genitori, deve andarsene.

Dopo cena, steso su un letto di cuscini e avvolto nel suo shalwar kameez fresco di bucato, Stanikzai fuma l’hookah e intona una melodia che canta sempre al telefono alla sua fidanzata, My heart will go on di Céline Dion. È un’interpretazione molto stonata, ma sincera.

Qualche giorno fa, ha chiesto alle guardie del corpo di accompagnarci nel cuore del deserto, con il permesso del padre. Il governatore è uno scrupoloso osservatore del pashtunwali, il tradizionale codice di ospitalità pashtun. Perciò se gli ospiti vogliono vedere il deserto, per qualsiasi motivo, suo figlio li scorterà.

Lui non vede l’ora. Si ricorda l’ultima volta che il governatore (è così che chiama il padre) ha lasciato la città. Stanikzai – che in quel momento svolgeva a tutti gli effetti le funzioni del padre – era corso nel deserto con un mitragliatore in mano e aveva sparato al sole urlando al cielo. “Mi sentivo completamente libero”, ricorda sorridendo.

Stanikzai, le sue dieci guardie del corpo, Quilty e io montiamo sui pick-up e seguiamo il fiume Helmand in direzione sud, verso Chahar Burjak, a due ore e mezza da Zaranj. La strada è punteggiata di pick-up, talmente carichi di migranti, che i paraurti quasi strusciano sull’asfalto. Tutti si limitano ai beni più essenziali: occhiali protettivi e acqua.

Lasciata la carreggiata principale, le strade e i cartelli stradali spariscono. Si alza una tempesta di sabbia. Non riusciamo a vedere più in là di cinque metri; la sabbia scivola sui finestrini come i fondi di vino sui bordi di un bicchiere. L’autista ci rassicura; è cresciuto da queste parti, dice, e può guidare a occhi chiusi. Di fatto, è proprio quello che sta facendo. Ecco perché i migranti dipendono così tanto dai trafficanti – e perché i trafficanti sono così difficili da prendere.

Arrivati a Chahar Burjak ci fermiamo in una base che ospita almeno 120 poliziotti. Il vento si è placato, rivelando l’immensa distesa deserta. Alle nostre spalle scorre il fiume Helmand, e in lontananza una manciata di pick-up di ronda sfreccia sulla sabbia, con a bordo poliziotti armati di fucili d’assalto Ak-47 e lanciarazzi che spuntano dalle auto come aculei.

Prima di metterci in marcia con Stanizkai e i suoi, incontriamo Rahmatullah Naser, un loquace tenente-colonnello della polizia nazionale di frontiera, che ha il compito ingrato di tappare i buchi attraverso cui passano persone, armi e droga. “Abbiamo provato tante volte a inasprire i controlli, ma i trafficanti scelgono sempre percorsi diversi e più pericolosi. L’anno scorso molti sono morti o si sono persi”, dice Naser, con la barba di due giorni. “È come provare a chiudere la finestra quando la porta è aperta”, aggiunge, con la voce roca e l’alito che puzza di whisky.

Il deserto prende e il deserto dà. Un esempio sono le Toyota Hilux cariche di taliban che ogni tanto sbucano dal nulla e assaltano le basi con granate e mitragliatrici. Qui nessuno ha dubbi su chi li ha mandati: l’Iran.

Paura del vento

A Zaranj c’è una grave siccità. Gli imprenditori locali pompano l’acqua dai laghi e la distribuiscono nelle case per cinque dollari a tanica. Il governo ha appena avviato i lavori per la costruzione di una grande diga, chiamata Kamal Khan, che dovrebbe garantire la fornitura di elettricità e l’irrigazione di 175mila ettari di terra.

Il progetto ha suscitato le ire dell’Iran. Le paludi di Hamoun, dalla parte iraniana del confine, hanno sofferto molto sotto il regime dei taliban, che aveva sbarrato le chiuse della diga Kajaki ancora più a monte del fiume Helmand, e ora l’Iran teme che la deviazione del corso d’acqua prosciughi completamente le zone paludose. Il progetto Kamal Khan procede con enorme lentezza ma è uno dei capisaldi del governatorato di Samiullah. A Nimruz, la autorità dicono che l’Iran sta tentando di sabotare la costruzione della diga dando appoggio ai taliban locali.

“I taliban sono vicini al confine, quindi riescono a procurarsi armi migliori, e possono attraversare la frontiera per recuperare energie”, dice Humayoon, il massiccio e baffuto comandante della base.

Cerchiamo un po’ d’ombra dentro la base, dove un gruppo di ufficiali di polizia sta sciacquando della frutta secca. Il tè verde che beviamo ha rimasugli di sabbia. Fuori sembra che si stia alzando un’altra tempesta. Le raffiche che spazzano l’Afghanistan occidentale – “il vento dei 120 giorni”, come lo chiamano qui – influenzano la vita delle persone più di qualsiasi autorità. “Non temiamo la guerra. Abbiamo paura di questo vento”, dice Fazl Ahmad Zuri, un altro comandante della base. Restano tutti a guardare mentre i trafficanti attraversano il deserto con camion carichi di migranti. Dicono che non sono in grado di fermarli. “Viaggiano come animali. Molti muoiono nel deserto. Le ragazze vengono stuprate”, dice Zuri. “È morta più gente cercando di emigrare che arruolandosi nelle forze di sicurezza”.

L’ultimo giorno a Zaranj riceviamo una chiamata da Khoda Rahim, un trafficante che cerco di contattare da cinque giorni. Alla fine riesco a incontrarlo grazie a un aiuto inatteso: una fonte dei servizi segreti afgani, che lo conosce. In una casa di fango affacciata su un vicolo nascosto, Rahim, sudato e con una grande pancia, mi spiega come funziona l’industria del contrabbando. L’agente segreto ascolta in un angolo.

Rahim è arrivato a Nimruz circa cinque anni fa da Faryab, nel nord, dove torna spesso. La sua attività principale è “guidare” i migranti provenienti dalla sua provincia, che chiama suoi “parenti”. “Gente di tutte e 34 le province ha alberghi da queste parti, e chi arriva qui si rivolge ai conterranei”, spiega. Il lavoro di Rahim è portare i migranti al confine mettendoli in contatto con gli autisti. A quel punto subentra una “guida” pachistana.

Nessuna illusione

Il dolce richiamo alla preghiera aleggia sui tetti di fango, inondati dal sole del tardo pomeriggio. Mandare tanti ragazzi incontro all’incertezza e al pericolo non sembra creare imbarazzo a Rahim. Con i soldi che ha guadagnato è riuscito a mandare due dei suoi figli a scuola. Dice che non illude i clienti sulla vita che li aspetta in Europa. “Ogni giorno duecento Toyota partono da Chahar Burjak verso il confine”, dice. “Pensi che il governo non lo sappia? Ma dobbiamo stare attenti. Se quelli dell’intelligence ci scoprono, ci arrestano”.

Guardo l’agente nell’angolo. Non fa una piega.

“La gente se ne va perché ha fame. Se avessimo i soldi ce ne staremmo a casa nostra. Tutte le famiglie hanno almeno un parente che lavora in Turchia, in Iran o in Europa e che manda i soldi a casa”, dice Rahim. “Finché per gli afgani non ci sarà lavoro, continueranno ad andar via”. ◆ fas

Sune Engel Rasmussen è il corrispondente del Guardian dall’Afghanistan.

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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati