Perché i bambini nascono giovani? Il fenomeno più naturale del mondo in realtà è difficile da spiegare, almeno a livello cellulare. Consideriamo questo problema: gli elementi del concepimento sono vecchi. Quando una donna rimane incinta, ha portato con sé i suoi ovociti fin dalla nascita. Lo spermatozoo che si unisce all’ovulo per formare uno zigote può essersi sviluppato pochi mesi prima, ma eredita marcatori dell’età dall’uomo che lo ha prodotto. Ne consegue che anche lo zigote dovrebbe mostrare i segni dell’età – e all’inizio è così.
Ma poi comincia una misteriosa metamorfosi: le cellule dello zigote invertono quei danni, sbarazzandosi della polvere metaforica accumulata dai genitori sul loro dna. Dopo due settimane, le cellule dell’embrione tornano a una sorta di grado zero della giovinezza. Solo allora sono giovani come non lo saranno mai più. Capire questo processo, scoperto solo di recente e noto come “ringiovanimento naturale”, significa confrontarsi con una verità vertiginosa: non nasciamo giovani, lo diventiamo.
Molti scienziati oggi pensano che padroneggiare il ringiovanimento cellulare potrebbe essere la chiave per trasformare la durata e la qualità della vita umana. Alcuni sperano di riuscire, un giorno, a controllare questo processo per curare centinaia di malattie, prolungare la vita di decenni e perfino eliminare del tutto l’invecchiamento.
Negli ultimi vent’anni i ricercatori hanno imparato a innescare il ringiovanimento in laboratorio, ottenendo una serie di progressi che fanno apparire quel futuro straordinariamente vicino. Hanno preso cellule cutanee di novantenni e le hanno riportate allo stato giovanile in una piastra Petri. Hanno ringiovanito topi malati, facendo tornare neri i loro peli grigi e rafforzando i loro muscoli. Hanno prelevato dai ratti reni malfunzionanti, ringiovanendoli in laboratorio e reimpiantandoli con successo; ora stanno passando ai maiali. A marzo sono cominciate le prime sperimentazioni sugli esseri umani per testare la sicurezza di una terapia che punta a far regredire alcune malattie oculari e curare il glaucoma.
Dal piombo all’oro
Il ringiovanimento è uno degli sviluppi più recenti e promettenti degli studi sulla longevità, un campo che ha cominciato a svilupparsi seriamente nel 1993, quando una scienziata dell’università della California a San Francisco dimostrò di poter raddoppiare la durata della vita di un nematode intervenendo su un unico gene. Da allora la ricerca sui meccanismi dell’invecchiamento è decollata, sviluppandosi parallelamente a una fiorente industria guidata da imprenditori e perfino scienziati che promuovono peptidi, integratori, terapie laser, tute elettriche, polveri di collagene, crioterapie e infusioni di sangue privi di solide basi scientifiche. Oggi prodotti e trattamenti anti-età che sostengono di prolungare la giovinezza fanno parte di un settore globale del benessere dal valore stimato intorno ai duemila miliardi di dollari.
Ad alimentare questa industria ci sono alcuni degli uomini più ricchi del mondo, che cercano di comprarsi una vita più lunga sperimentando sul loro corpo o finanziando la ricerca. Figure di primo piano della Silicon valley, come Peter Thiel, Larry Ellison e Sam Altman, hanno investito complessivamente miliardi di dollari in aziende biotech e centri di ricerca dedicati a rallentare il processo d’invecchiamento.
Un intervento di Izpisua Belmonte a una conferenza ha attratto così tanti scienziati che è stato necessario chiamare la polizia
Il ringiovanimento sembra fantascienza come molte delle idee emerse dal campo della longevità, eppure tra gli scienziati c’è un ampio consenso sullo straordinario potenziale di questo settore. I contrasti più accesi non riguardano tanto la possibilità di invertire l’invecchiamento cellulare, quanto fino a che punto i ricercatori possano spingersi. Funzionerà sugli esseri umani? Sarà usato solo per interventi mirati contro specifiche malattie? O potrà diventare abbastanza sicuro da consentire un ringiovanimento dell’intero organismo – aiutando le persone a sembrare e a sentirsi più giovani, o addirittura a non invecchiare affatto?
Alcune risposte potrebbero arrivare dalla Altos Labs, una misteriosa azienda biotecnologica che sarebbe sostenuta da Jeff Bezos e dall’investitore Yuri Milner. È stata fondata nel 2022 con un contributo di tre miliardi di dollari, che si pensa sia il più ricco lancio di sempre nel settore. Una sorta di progetto Manhattan per la scienza della longevità, l’azienda è responsabile di una delle più forti migrazioni dall’università all’industria degli ultimi anni, riuscendo ad attirare i nomi più prestigiosi con stipendi milionari e la promessa di risorse pressoché illimitate. Tra i concorrenti, Altos è considerata una scatola nera. “Non condividono quello che fanno”, mi ha detto un ricercatore. I suoi scienziati hanno pubblicato raramente articoli e non hanno parlato con i giornalisti del loro lavoro – almeno fino allo scorso marzo, quando mi hanno invitata nei loro laboratori.
Il campus principale di Altos si trova a Redwood City, in California, ma gran parte della ricerca sul ringiovanimento viene condotta a San Diego sotto la direzione di Juan Carlos Izpisua Belmonte. È uno scienziato che suscita grande interesse nel suo campo, e nel 2019 ha scatenato un dibattito etico collaborando con ricercatori cinesi alla creazione di quella che è nota come una chimera: in questo caso, embrioni in parte di scimmia e in parte umani (tutti quelli sopravvissuti dopo venti giorni furono distrutti). Nel 2025, a una conferenza a Boston, il suo intervento ha attratto così tanti scienziati che è stato necessario chiamare la polizia per gestire la folla.
Cresciuto in una famiglia povera in Spagna, dove per un breve periodo giocò come calciatore professionista, a 65 anni Izpisua Belmonte ha ancora una presenza imponente: alto, con una testa completamente calva e la tendenza a parlare a bassa voce. Mi ha guidato attraverso i luminosi laboratori di San Diego con aria rilassata, ma i giovani ricercatori con cui ci fermavamo a parlare trasmettevano un’energia nervosa, come se il preside della loro scuola, che per caso era Albert Einstein, fosse passato ad ascoltare la presentazione del loro progetto. In una postazione ho visto muoversi in una piastra Petri diversi organoidi: minuscoli modelli biologici grandi quanto un chicco di riso che riproducono, per esempio, gli elementi fondamentali di un cuore umano, che batte davvero. Altos sta anche usando l’intelligenza artificiale per creare una “cellula virtuale”, che consentirebbe un numero di esperimenti enormemente superiore a quello possibile in laboratorio.
Izpisua Belmonte ha pubblicato il suo lavoro più importante nel 2016, quando ha sbalordito i suoi colleghi trovando un modo per ringiovanire topi affetti da malattie genetiche, prolungando la loro vita del 30 per cento. Se vi stupisce che uno scienziato di cui non avete mai sentito parlare abbia trovato il modo d’invertire l’invecchiamento nei topi, forse vi chiederete perché la notizia non ha avuto maggiore risonanza. Io sospetto che dipenda dal nome impenetrabile della procedura: riprogrammazione epigenetica parziale. Sembra qualcosa che richiede una telefonata all’assistenza tecnica o la capacità di usare un nuovo telecomando. Ma descrive un processo affascinante così facile da comprendere che i suoi colleghi alla fine si sono chiesti perché non ci avevano pensato prima.
Izpisua Belmonte ha capito come manipolare con precisione l’epigenetica dei topi, il processo con cui minuscoli gruppi di molecole si depositano sul dna e gli impartiscono istruzioni su quali geni attivare o disattivare. Sono queste molecole a dire alle cellule come specializzarsi – a decidere se devono diventare cellule cardiache, polmonari o cutanee – e come svolgere al meglio il loro compito. Anche se il nostro dna rimane stabile, le molecole epigenetiche cambiano in risposta all’esposizione al mondo esterno: sole, cibo, stress e perfino solitudine. Con il tempo alcune cominciano a legarsi nei posti sbagliati, mentre altre perdono il loro ancoraggio al dna, rendendo più difficile per le cellule leggere le istruzioni. E quando questo succede, secondo una teoria, comincia l’invecchiamento e la salute peggiora.
Lo studio di Izpisua Belmonte sui topi si basava su ricerche precedenti che avevano trovato un modo per azzerare quei marcatori epigenetici. Nel 2006 uno scienziato giapponese, Shinya Yamanaka, aveva individuato quattro geni insoliti che sono attivi nelle prime fasi dello sviluppo embrionale. Li aveva introdotti nelle cellule cutanee di topi anziani in una piastra Petri e aveva aspettato. Nel giro di due settimane le cellule si trasformarono, diventando qualcosa di molto simile a cellule staminali embrionali – come se stessero tornando indietro nel tempo verso la loro infanzia. “È un po’ come imparare a trasformare il piombo in oro”, disse uno scienziato rivale all’Associated Press.
Cellule adolescenti
La scoperta del potere di questi quattro geni, oggi noti come “fattori di Yamanaka”, fu premiata con il Nobel nel 2012, ma all’epoca non era chiaro che avrebbero svolto un ruolo cruciale negli studi sulla longevità. Per quanto importante fosse quella ricerca, gli scienziati erano consapevoli che applicare quei fattori agli esseri umani poteva essere rischioso. “Nessuno vuole trasformarsi in un ammasso di cellule staminali”, dice Eric Verdin, direttore del Buck institute for research on aging.
Il primo tentativo di trattare dei topi con i fattori di Yamanaka si concluse con un disastro biologico. In un esperimento del 2012 condotto in un centro di ricerca oncologica in Spagna, gli organi degli animali collassarono mentre le loro cellule cominciavano a dividersi senza controllo formando teratomi – tumori composti da frammenti di tessuti come capelli, denti e pelle. “Per me non è realistico pensare di usare i fattori di Yamanaka in un contesto clinico”, dichiarò nel 2021 alla Mit Technology Review uno dei principali autori dello studio: i rischi di cancro erano troppo elevati.
Izpisua Belmonte non era d’accordo. Aveva lavorato per trent’anni al Salk institute for biological studies, un prestigioso centro di ricerca non profit di San Diego, studiando la formazione di tessuti e organi durante lo sviluppo embrionale. A quel punto si chiese se la sua équipe poteva trovare un modo per regolare con precisione il processo di ringiovanimento: riavvolgere solo in parte l’epigenetica, in modo che le cellule potessero recuperare la resilienza della giovinezza senza perdere la loro identità e la capacità di funzionare. Invece di riportare la cellula all’infanzia, figurativamente parlando, forse avrebbe potuto farla tornare all’adolescenza.
Proprio come i trattamenti oncologici concedono ai pazienti il tempo di riprendersi dalla tossicità della chemioterapia, il metodo di Izpisua Belmonte prevedeva di esporre i topi ai fattori di Yamanaka in cicli di due giorni seguiti da cinque di pausa. Alla fine della terapia, i topi erano talmente cambiati che alcuni tecnici di laboratorio pensarono che fossero stati sostituiti. Da deboli e apatici erano diventati energici; il pelo era più folto e scuro, il cuore più forte. “Il nostro studio dimostra che l’invecchiamento non deve necessariamente procedere in una sola direzione”, disse Izpisua Belmonte ai giornalisti dopo la pubblicazione del suo lavoro su Cell nel 2016. “Se modulato con attenzione, potrebbe essere reversibile”.
Quell’articolo, oggi considerato uno dei più importanti del decennio, in un primo momento fu respinto da diverse riviste scientifiche. “L’obiezione non era: ‘È sbagliato’, ma: ‘Non può essere vero’”, ha raccontato Izpisua Belmonte. Capiva quelle resistenze: anche lui era stato incredulo quando aveva capito che i topi avevano perso l’equivalente umano di vent’anni d’invecchiamento. Dice di essersi sentito come gli ingegneri della Nasa dopo il lancio del primo razzo nello spazio. “Spesso è così che la scienza avanza”, ha detto. “Quello che in un primo momento sembra incredibile, in seguito con prove sufficienti può apparire quasi ovvio”.
Le implicazioni per la medicina umana furono immediatamente elettrizzanti. Sulla scia dell’articolo pubblicato da Cell nel 2016 nacquero diverse aziende biotecnologiche intenzionate a sfruttare il ringiovanimento cellulare. Ma nessuna era più grande o meglio finanziata della Altos Labs, che in seguito è riuscita ad assumere Izpisua Belmonte e buona parte della sua équipe di ricerca al Salk institute for biological studies. Manuel Serrano, l’autore principale dello studio sui teratomi, ha raccontato alla Mit Technology Review che la Altos lo pagava da cinque a dieci volte più del centro di ricerca spagnolo dove lavorava prima.
Secondo Sinclair “i nostri corpi somigliano a computer che si possono riprogrammare per tornare giovani”
Nel laboratorio di San Diego, Izpisua Belmonte mi ha portato davanti a un microscopio dove una giovane bioingegnera, Zeinab Chahine, mi ha mostrato due vetrini che, come poi ho capito, rappresentano il cuore del lavoro svolto alla Altos Labs. Il primo conteneva una cellula cutanea non trattata prelevata da una persona di 96 anni. Sembrava un motivo tessile dell’era atomica, con trattini rosa acceso, inclinati e distanziati tra loro, su uno sfondo rosa pallido. “Queste cellule sono piuttosto invecchiate”, ha detto Chahine. “E hanno perso la capacità di funzionare come dovrebbero”.
Le cellule giovani che funzionano bene riescono a passare facilmente dallo svolgimento dei loro compiti nell’organismo alla riparazione dei danni che si verificano naturalmente con il tempo. Quando entrano in modalità riparazione, rinforzano la propria struttura, come se aggiungessero strati di cemento a un muro. Le ricerche di Izpisua Belmonte indicano che invecchiando le cellule faticano a leggere le istruzioni epigenetiche e restano bloccate in modalità riparazione, incapaci di tornare alle funzioni normali. Continuano ad aggiungere strati su strati diventando fibrose e rigide, il che innesca ulteriori e dannosi tentativi di riparazione. Secondo Izpisua Belmonte è questo processo che ci porta a invecchiare e morire. Quando è riuscito a invertirlo in laboratorio, facendo ringiovanire le cellule bloccate in modalità riparazione, anche molti altri segni distintivi dell’invecchiamento cellulare sono scomparsi.
Il secondo vetrino mostrava invece una cellula della pelle ringiovanita dalla Altos Labs. Perfino io riuscivo a vedere che le linee erano più sottili, parallele e ravvicinate – un risultato ottenuto, mi hanno detto, con una nuova formula, diversa dai fattori di Yamanaka, oggi considerati solo uno dei molti sistemi possibili per attivare il ringiovanimento cellulare. Altos e una manciata di altre startup sono in competizione per trovare la versione più sicura. L’azienda sta conducendo ricerche sul ringiovanimento di reni, cuore e fegato, che spesso sono i primi organi a deteriorarsi con l’età. La speranza è che riparando l’organo che invecchia per primo gli scienziati possano offrire una vita più lunga e più sana, con tutto il corpo che rallenta più o meno contemporaneamente, riducendo il declino a una breve fase finale.
Hal Barron, amministratore delegato della Altos Labs, mi ha detto che anche il cervello è un campo di ricerca cruciale per il laboratorio. Nessuno vuole prolungare la vita delle persone per poi costringerle a soffrire di demenza per anni. “Credo che tutti siano d’accordo che vivere abbastanza a lungo solo per sviluppare l’alzheimer…”. Scuote la testa. “Quella è solo un’altra sfida.”
Anche se riuscissimo a curare tutti i tumori, ha detto Barron, la speranza di vita media negli Stati Uniti aumenterebbe solo di due o tre anni
Previsioni sbagliate
Malgrado le enormi risorse della Altos, il laboratorio che finora ha portato più avanti gli studi sul ringiovanimento ha sede all’università di Harvard ed è guidato da David Sinclair, la figura più controversa nel campo della longevità. Professore di genetica, Sinclair ha pubblicato decine di articoli innovativi, ma si è anche guadagnato la fama di enfatizzare eccessivamente i progressi della scienza della longevità. Nel 2019 ha pubblicato il bestseller Longevità: perché invecchiamo e perché non dobbiamo farlo (Verduci 2020), e ha sostenuto che la prima persona destinata a vivere fino a 150 anni è già nata. “L’invecchiamento non è qualcosa che dobbiamo accettare per forza”, ha detto al World government summit, il vertice mondiale dei governi che si è tenuto quest’anno negli Emirati Arabi Uniti. “Sta diventando sempre più trattabile. I nostri corpi somigliano di più a computer che si possono programmare, riprogrammare e riavviare per tornare giovani”.
Altre previsioni formulate da Sinclair in passato non si sono realizzate. All’inizio degli anni duemila fondò una startup basata sui risultati di una sua ricerca secondo cui il resveratrolo, un composto presente nel vino rosso, poteva essere usato per rallentare l’invecchiamento. Nel 2008 l’azienda fu venduta al colosso farmaceutico GlaxoSmithKline per 720 milioni di dollari. L’operazione dette il via a un boom degli investimenti nella longevità, ma oggi viene citata anche come una storia esemplare dei rischi del settore: gli scienziati della Pfizer, che conducevano ricerche autonome, stabilirono che il composto non era promettente e ipotizzarono che i risultati di Sinclair fossero dovuti a un errore ricorrente di laboratorio. Nel 2010 la Gsk ridusse drasticamente le ricerche sul resveratrolo, adducendo problemi di sicurezza. Sinclair ha dichiarato che studi successivi confermano le sue tesi.
In seguito Sinclair ha fondato altre aziende, tra cui una società nel settore del benessere che gestisce insieme alla compagna, la chef e guaritrice energetica Serena Poon, oltre a una startup per la longevità degli animali domestici. Nella primavera del 2024 ha diffuso sui social un comunicato stampa secondo cui era “provato” che uno degli integratori dell’azienda poteva invertire l’invecchiamento nei cani, citando studi che molti scienziati hanno giudicato estremamente dubbi.
Matt Kaeberlein, un ricercatore che aveva lavorato con Sinclair in un laboratorio del Massachusetts institute of technology e oggi contribuisce a dirigere un progetto sulla longevità dei cani, lo ha accusato su Twitter di essere un ciarlatano. L’ex preside della Harvard medical school ha lasciato intendere che le dichiarazioni di Sinclair stavano danneggiando la reputazione dell’università. Sinclair alla fine è stato costretto a rinunciare alla presidenza della Academy of health and lifespan sciences, un gruppo di importanti studiosi della longevità che lui stesso ha contribuito a fondare. Ha dichiarato che le sue parole erano state riportate in modo scorretto nel comunicato.
Malgrado le polemiche, molti membri di quell’accademia mi hanno detto di credere che Sinclair abbia svolto e continuerà a svolgere un lavoro importante. Sinclair è stato uno dei principali sostenitori dell’idea che l’invecchiamento comincia quando l’epigenetica va alla deriva, rendendo difficile per le cellule accedere alle informazioni di cui hanno bisogno – quella che chiama “teoria dell’informazione dell’invecchiamento”. Questa teoria è diventata molto influente, anche se parecchi colleghi ritengono che sia solo uno dei vari fattori del declino. Tutti hanno seguito con attenzione i passi avanti della Life Biosciences, la startup di Sinclair, verso le sperimentazioni umane sul ringiovanimento, dopo un’importante scoperta ottenuta nel suo laboratorio ad Harvard nel 2018.
Quell’anno Yuancheng Ryan Lu, uno dei suoi dottorandi, aveva deciso di tentare – dopo molti fallimenti – un nuovo metodo di ringiovanimento cellulare che lui e Sinclair stavano già sperimentando in laboratorio: eliminare dai quattro fattori di Yamanaka quello più associato al cancro. L’idea di Lu era applicare gli altri tre fattori alle cellule del nervo ottico di topi resi ciechi. Con sua sorpresa, il trattamento funzionò: i topi recuperarono la vista.
Lu e Sinclair pubblicarono i risultati su Nature nel 2020 e la Life Biosciences cominciò a lavorare per ottenere l’approvazione della Food and drug administration alle sperimentazioni cliniche sugli umani, conducendo ulteriori studi sui topi e passando poi ai primati. In un laboratorio sull’isola caraibica di Saint Kitts, i ricercatori incaricati dalla Life Biosciences danneggiarono con un laser i nervi ottici di alcune scimmie e poi iniettarono nei loro occhi gli stessi tre fattori di Yamanaka, che ripristinarono il codice epigenetico e recuperarono la funzionalità visiva.
Lo studio era molto piccolo e i risultati non sono ancora stati pubblicati. Ma Michael Ringel, che ha un dottorato di ricerca in biologia, è rimasto tanto colpito da lasciare il ruolo di direttore generale alla Boston Consulting Group per entrare alla Life Biosciences come direttore operativo. Sapeva di andare a lavorare con uno scienziato che, ha ammesso, era “allo stesso tempo celebre e controverso”. Ma continua a sostenere che Sinclair ha contribuito come pochi altri al progresso del settore. In ogni caso, ha detto, i dati presentati da Sinclair gli sembravano persuasivi. “È stato questo a convincermi”. A marzo, la Life Biosciences ha avviato le prime sperimentazioni per trattare il glaucoma su un primo gruppo di massimo diciotto persone.
Daniel Ives, amministratore delegato della Shift Biosciences, un’altra azienda che si occupa di ringiovanimento cellulare, ritiene che l’Fda abbia adottato misure di sicurezza adeguate prima di autorizzare la sperimentazione, ma continua a temere lo scenario peggiore. “È un intervento che comporta un rischio di cancro, e c’è la possibilità che finisca male”, dice. Se qualcosa andasse storto, getterebbe un’ombra sull’intero settore, e anche per questo gran parte della comunità scientifica spera in un successo. “Forse la persona che lo guida non piace a tutti, ma se sta facendo avanzare la medicina va benissimo. Vediamo se può funzionare”, dice Ives. “Se riuscissimo a ringiovanire a comando una persona o anche solo una parte del corpo, potrebbe essere straordinariamente utile. È questo l’aspetto entusiasmante”.
Sinclair, evidentemente consapevole delle accuse di eccessivo entusiasmo che gli sono state rivolte in passato, sembra aver voluto mostrarsi equilibrato nell’unica dichiarazione rilasciata per questo articolo: “Il progresso scientifico ha sempre comportato iterazioni, correzioni di rotta, competizione e critiche”, ha scritto in un’email. “Il mio gruppo e io puntiamo a portare avanti questo lavoro con cautela e responsabilità mentre ci avviciniamo alle sperimentazioni sugli umani”. Perfino uno dei suoi detrattori più accesi, Matt Kaeberlein, gli ha riconosciuto il merito di essere il primo scienziato a testare il ringiovanimento sugli esseri umani. “È un po’ paradossale che, dopo le tante cose che lui ha enfatizzato, deludendo poi le aspettative, questa possa essere quella che segna davvero una svolta”, ha detto.
Abbassare l’asticella
All’inizio del 2026 ho partecipato a una conferenza sulla scienza della longevità organizzata a Miami dall’Academy of health and lifespan science. Quel weekend circa 65 scienziati di tutto il mondo si sono scambiati informazioni, hanno fatto la fila per il caffè e si sono lamentati del tempo della città, colpita da un’ondata di freddo anomala. Le iguane, stordite dalle temperature sotto zero, cadevano dai rami e ingombravano i marciapiedi. Scienziati con anelli Oura e Apple Watch al polso aggiravano i rettili cercando di raggiungere i diecimila passi quotidiani o di massimizzare il loro allenamento a intervalli ad alta intensità. Altri scattavano foto da mandare ad amici zoologi: le iguane erano spacciate oppure potevano ancora riprendersi?
Entrare a far parte dell’accademia è un riconoscimento prestigioso per gli scienziati della longevità, e proteggere la reputazione dell’organizzazione era uno dei temi previsti del primo giorno di discussione. I suoi principali esponenti avevano cominciato a pensare di avere un problema d’immagine: nella percezione pubblica, ricerche rivoluzionarie come il ringiovanimento cellulare vengono spesso associate ad aziende che vendono integratori privi di basi scientifiche e miliardari come Bryan Johnson, famoso per essersi sottoposto a trasfusioni di sangue del figlio. “Ci sono troppi termini, poca chiarezza, messaggi contraddittori, confusione e via dicendo”, ha detto alla platea Nir Barzilai, professore dell’Albert Einstein college of medicine e presidente dell’accademia.
Barzilai, noto per le sue ricerche sui geni della longevità nei centenari, ha poi presentato un consulente d’immagine appena assunto che ha segnalato ai presenti un disallineamento tra il loro lavoro e “gli approcci anti-età più marginali”, “le ciarlatanerie” che danneggiano il settore. Dopo qualche discussione, il gruppo ha votato per cambiare nome in Academy of geroscience, la denominazione suggerita dal consulente (la geroscienza è la scienza dell’invecchiamento). Ringel, il dirigente della Life Biosciences, non sembrava convinto dal nuovo nome: non era sicuro che comunicasse l’enorme potenziale del settore, che può veramente trasformare il corso della vita umana.
La conferenza ha messo in luce il dibattito in corso tra i ricercatori della longevità – o geroscienziati – su come gestire le aspettative dell’opinione pubblica. Prima di entrare alla Altos Labs, Izpisua Belmonte, come Sinclair, era noto per le sue grandiose dichiarazioni su quanto potevamo aspettarci di prolungare la vita umana e tra quanto tempo. Nel 2019 dichiarò alla Mit Technology Review che probabilmente era già nato qualcuno destinato a vivere fino a 130 anni; gli esseri umani, disse, un giorno potrebbero superare di 50 anni l’attuale speranza di vita.
Hal Barron, amministratore delegato di Altos Labs, evita accuratamente questo tipo di previsioni. Teme che qualcuno stia talmente alzando le aspettative da impedire all’opinione pubblica di riconoscere un progresso miracoloso quando si verificherà. Anche se domani riuscissimo a curare tutti i tumori, ha detto Barron, la speranza di vita media negli Stati Uniti con ogni probabilità aumenterebbe solo di due o tre anni. “Quindi, se allungassimo la durata della vita in buona salute di tre anni, avremmo ottenuto l’equivalente di qualcosa che non succederà presto, cioè curare il cancro”, ha detto. Se la Altos riuscisse ad aggiungere cinque anni all’aspettativa di vita – un risultato perfino superiore alle sue speranze – Barron teme che le persone rimarrebbero comunque deluse. “Anche solo ritardare di tre anni l’invecchiamento ovarico o l’alzheimer sarebbe una svolta”, ha detto.
Minuti preziosi
Gli scienziati non sono d’accordo nemmeno sul linguaggio da usare per descrivere quello che fanno. Sinclair parla spesso del suo lavoro come ricerche sull’“inversione dell’età”. In un recente scambio su X con Elon Musk, ha promesso che “l’inversione dell’età sta arrivando”. La Altos, al contrario, dichiara sul suo sito che la missione dell’azienda è usare il ringiovanimento per invertire “malattie, lesioni e disabilità in cui si incorre nel corso della vita”. Suona come medicina, piuttosto che come una curvatura del continuum spaziotemporale della nostra biologia.
Eric Verdin, del Buck institute for research on aging, presente anche lui alla conferenza, è infastidito dalle dichiarazioni pubbliche che lasciano intravedere un imminente ringiovanimento di tutto il corpo e suggeriscono che questa ricerca potrebbe tradursi in una pillola o un’iniezione capaci di cancellare le rughe e rivitalizzare le cellule in modo da farci guarire in fretta come bambini o correre veloci come un tempo. “Far regredire una malattia localizzata e invertire l’invecchiamento sono due cose molto diverse”, ha detto. Anche se lo studio sull’occhio di Sinclair dovesse avere successo, quello che funziona nell’occhio – un sistema relativamente circoscritto – potrebbe non dimostrarsi sicuro in organi molto più interconnessi con il resto del corpo.
L’ultima sera della conferenza Nir Barzilai ha detto ai partecipanti che il mattino dopo voleva vedere più gente in palestra. Era un modo per ricordare a tutti che, malgrado gli sforzi e i miliardi profusi in esperimenti di ringiovanimento altamente tecnologici, c’è un solo metodo scientificamente accertato per allungare la vita umana: un’attività fisica intensa accompagnata da una dieta sana e possibilmente povera di calorie.
Sinclair è tra gli scienziati che hanno condotto e divulgato ricerche per spiegare perché il corpo invecchia più lentamente quando il cibo scarseggia. La restrizione calorica induce l’organismo a entrare in modalità riparazione cellulare, per riuscire a vivere abbastanza a lungo da riprodursi in tempi migliori. Secondo alcune ricerche, lo stesso fenomeno si verificherebbe anche in altre condizioni difficili, come il caldo o il freddo intensi.
Con il freddo che faceva, la grande piscina all’aperto dell’hotel di Miami dove si svolgeva la conferenza è rimasta quasi sempre deserta. Anche all’interno, il sistema di riscaldamento non era attrezzato per affrontare le basse temperature. Alcuni di noi hanno cominciato a portare scialli e maglioni alle presentazioni, molte delle quali promettevano che eravamo vicini – molto vicini – a una svolta destinata a cambiare per sempre il paradigma dell’invecchiamento.
Mentre passavamo il weekend a rabbrividire in attesa del futuro, potevamo almeno consolarci pensando che forse stavamo aggiungendo qualche minuto prezioso alla nostra vita. ◆ gc
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati