A dicembre, qualche giorno dopo l’inizio degli scioperi contro la riforma delle pensioni voluta da Emmanuel Macron, è cominciata a girare la voce che il presidente francese aveva incontrato Larry Fink, capo del fondo d’investimento statunitense BlackRock. È vero che, da quando è stato eletto, Macron ha incontrato Fink in diverse occasioni. È anche vero che la BlackRock ha mostrato un chiaro interesse per la politica del governo francese sui fondi pensione. Ma la notizia era falsa.
Nonostante questo in Francia i social network sono impazziti. Su YouTube un video che mostrava le immagini di un precedente incontro tra Macron e Fink, intitolato “La riforma delle pensioni è la riforma BlackRock”, è diventato virale. L’azienda, che è la principale azionista di molte multinazionali francesi, in Francia è considerata l’incarnazione del capitalismo predatorio, e lo stesso Macron, che ha lavorato in una banca d’investimento è visto come il portabandiera dell’alta finanza.
L’anno di Macron è finito come era cominciato: con una serie di proteste contro le sue politiche sociali. Le manifestazioni dei gilet gialli, provocate dall’aumento del prezzo della benzina e del costo della vita, avevano raggiunto il culmine nel gennaio 2019. Rispetto a quel movimento populista ma politicamente eterogeneo, ora la mobilitazione contro Macron sembra in un certo senso più tradizionale.
Guidata dai sindacati, in particolare quelli che rappresentano i lavoratori delle ferrovie statali (Sncf) e della metropolitana di Parigi, questa nuova ondata di proteste è una ribellione contro la riforma delle pensioni proposta dal presidente francese.
Nel 2018 questi sindacati non erano riusciti a impedire a Macron di abolire lo statuto speciale che, per esempio, garantiva ai loro iscritti la sicurezza del posto di lavoro. Oggi i dipendenti delle ferrovie contestano un piano che punta a cancellare alcuni dei vantaggi di cui godono, come il diritto ad andare in pensione molti anni prima della maggior parte degli altri lavoratori.
Nel giro di poco tempo, altre categorie – insegnanti, medici, infermieri e altri dipendenti degli ospedali – insieme a un gran numero di pensionati e studenti, si sono unite alla loro lotta. Secondo il ministero dell’interno francese il 5 dicembre, il primo giorno dello sciopero, hanno preso parte alle manifestazioni in tutta la Francia 806mila persone. Secondo la Confederazione generale del lavoro (Cgt), un sindacato di sinistra, sarebbero state un milione e mezzo. In ogni caso è stato il più grande sciopero da una generazione.
Non è la prima volta che un governo francese prova a riformare il sistema pensionistico. Nel 1995, quando era presidente te Jacques Chirac, il primo ministro Alain Juppé aveva proposto una revisione completa del sistema sanitario e pensionistico allo scopo di ridurre il deficit. Dopo tre settimane di scioperi e manifestazioni, Juppé aveva dovuto rinunciare. In seguito anche il presidente conservatore Nicolas Sarkozy (nel 2010) e quello socialista François Hollande (nel 2013) avevano cercato di riformare il sistema. Ma anche loro si erano scottati le mani e le misure che avevano introdotto erano state modeste. Fin dal primo giorno, senza lasciarsi scoraggiare da questi precedenti, Macron si è impegnato a riuscire dove i suoi predecessori avevano fallito.
In Francia il sistema sanitario e quello pensionistico sono stati regolamentati nel secondo dopoguerra, e il loro principio guida è sempre stato quello della “solidarietà tra le generazioni”. Anche se si chiamano “assicurazione sanitaria” e “assicurazione di vecchiaia”, questi sistemi non sono quello che normalmente s’intende per assicurazioni. E non sono gestiti interamente dallo stato. Sono amministrati dai rappresentanti dei datori di lavoro e dei dipendenti, e ogni generazione contribuisce a finanziare le pensioni di quella precedente. Questi contributi, sia alle pensioni sia ai servizi sanitari, sono obbligatori, e in genere i datori di lavoro e i dipendenti pagano rispettivamente una quota del 55 e del 45 per cento. Questo modello, detto a ripartizione, è diverso dai fondi pensione privati che i dipendenti possono sottoscrivere. Questo secondo sistema, detto a capitalizzazione, può dare dividendi maggiori, ma è anche più rischioso, e i dipendenti non hanno alcun controllo su come i fondi pensione sono gestiti. Il timore dei lavoratori francesi, quindi, è che Macron abbia in mente un futuro in cui i fondi pensione andranno gradualmente a sostituire quelli ripartiti (com’è successo negli Stati Uniti).
Il presidente francese dice di voler introdurre un sistema “più giusto e più trasparente” al posto di quello vecchio, che negli ultimi settant’anni è diventato sempre più intricato a causa di moltissime eccezioni alla norma. La pensione mensile dei dipendenti pubblici, per esempio, si basa sulla media degli ultimi sei stipendi, mentre quella degli impiegati del settore privato è calcolata sulla media dei 25 anni in cui hanno guadagnato di più. Ormai esistono 42 regimi “speciali”, tutti più vantaggiosi di quello “normale”. I 145mila dipendenti delle ferrovie, per esempio, hanno diritto ad andare in pensione tra i 52 e i 57 anni. Macron vorrebbe equiparare la loro età pensionabile a quella degli altri lavoratori, che attualmente è 62 anni ma potrebbe salire a 64. In questo caso alcuni dipendenti delle ferrovie dovrebbero lavorare dieci anni in più. L’argomento con cui viene giustificata la riforma è che quando il sistema è stato progettato, alla fine degli anni quaranta, il macchinista di una locomotiva che andava in pensione a 50 anni non poteva aspettarsi di vivere per più di un’altra decina di anni. Ma il lavoro dei macchinisti degli attuali treni ad alta velocità, anche se sono tecnici specializzati, è molto meno faticoso, e la loro aspettativa di vita media supera i 75 anni. Lo stesso discorso vale per i lavoratori di quasi tutti i settori dell’industria.
Oltre a questo, la maggiore longevità e il fatto che si comincia a lavorare più tardi hanno ridotto il rapporto tra il numero di anni lavorati e quello degli anni di pensione. In poche parole, i cambiamenti sociali, tecnologici e sanitari stanno rendendo molti dei vecchi accordi pensionistici, i regimi “speciali”, inadatti alla situazione attuale. L’argomento principale di Macron a favore della sua riforma è il bisogno di eliminare i privilegi “ingiusti” di alcune categorie di lavoratori. E in teoria il nuovo sistema che propone, il “piano pensionistico universale”, basato su un punteggio attribuito a ogni ora lavorata e identico per tutti, sembra rispettare i princìpi di giustizia e trasparenza.
Ma i datori di lavoro, compreso lo stato, hanno approfittato di questi cosiddetti privilegi per tenere bassi i salari, perché i vantaggi pensionistici erano considerati una compensazione. Di conseguenza, gli stipendi di intere categorie di lavoratori sono rimasti fermi o hanno perso valore in termini reali. Questo vale in particolare per i dipendenti pubblici, che sono i principali beneficiari dei regimi “speciali”. I medici e gli infermieri francesi guadagnano meno della maggior parte dei loro colleghi europei e stanno abbandonando gli ospedali pubblici a migliaia. Lo stesso discorso vale per l’istruzione: in Francia un insegnante di scuola superiore a fine carriera guadagna circa 42.800 euro lordi all’anno, in Germania circa 72.400 euro. Ovviamente il progetto di Macron comporterà necessariamente un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno compensati da stipendi più alti.
**Obiettivi nascosti **
Perché lo sta facendo? Perché, qualsiasi cosa dica, Macron è un conservatore fiscale: quello che gli interessa più di tutto è far quadrare i conti. Dato che i fondi pensione francesi erano già in difficoltà, il vero obiettivo della riforma non è tanto gestire in modo più efficiente le pensioni, ma ridurre i costi. E la strategia del governo per farla approvare è stata dividere i lavoratori, dicendo a quelli del settore privato che per tutelare le loro pensioni era necessario abolire i privilegi di quelli del settore pubblico.
Com’era prevedibile, la gente ha capito il trucco, e questo spiega perché la questione delle pensioni ha fatto scendere in piazza un enorme numero di persone, compresi i giovani, che di solito è difficile mobilitare su problemi all’apparenza astratti e lontani nel futuro. Gli infermieri e gli studenti in particolare considerano questa disputa come parte della generale erosione delle condizioni di lavoro e dei salari. E molti di loro pensano che gli unici a guadagnarci saranno quelli che hanno i mezzi per preservare il livello delle loro pensioni integrandole con assicurazioni private.
La sensazione che Macron sia arrogante e inesperto ha fatto aumentare i sospetti che abbia degli obiettivi nascosti. A dicembre, dopo una settimana di scioperi, ha inviato il primo ministro Édouard Philippe a spiegare i dettagli della riforma in una serie di interviste. È stato un fiasco.
Fino a quel momento il sindacato più moderato, la Confederazione francese democratica del lavoro (Cfdt), era stato favorevole al progetto di riforma e intendeva negoziarne i dettagli con il governo, quindi non aveva preso parte agli scioperi. Ma dopo l’intervento di Philippe il leader della Cfdt Laurent Berger ha annunciato che, anche se in linea di principio il suo sindacato era ancora favorevole all’idea di un piano pensionistico uguale per tutti, adesso i suoi iscritti avrebbero partecipato alle manifestazioni. Il governo ha aggiunto al suo errore di giudizio iniziale altri sbagli, come quello di offrire una pensione minima mensile di mille euro come fosse una concessione. Ma i sindacati hanno fatto i conti e si sono accorti che in ogni caso la maggior parte dei lavoratori dipendenti avrebbe raggiunto quella cifra entro tre anni dal pensionamento. “Ci prendono per scemi”, ha detto un loro rappresentante in tv.
Le lavoratrici stanno aggiungendo la loro voce alle proteste, sottolineando che le donne hanno più probabilità di avere “una vita lavorativa frammentata”, a causa delle gravidanze, dell’accudimento dei figli e delle interruzioni di carriera. Quindi saranno quelle che ci rimetteranno di più con il sistema a punti, che calcola il diritto alla pensione di una persona sulla sua intera vita lavorativa piuttosto che sugli anni di stipendio più alto. Le contraddizioni del governo sono state subito messe a nudo.
Poco prima dell’intervento di Philippe, quattro noti economisti – Philippe Aghion, Antoine Bozio, Philippe Martin e Jean Pisani-Ferry – tutti sostenitori di Macron che lo hanno aiutato a stilare il suo programma e hanno partecipato ai dibattiti sull’introduzione del sistema pensionistico universale – avevano lanciato l’allarme. “Per realizzare una riforma così ambiziosa serve chiarezza, ma finora non c’è stata”, hanno scritto su Le Monde. E hanno messo in evidenza tre errori: le “considerazioni di bilancio” hanno avuto la meglio sugli obiettivi principali, che erano “la trasparenza, la sicurezza, la fiducia e l’equità”; la riforma ha creato sfiducia perché non ha stabilito regole chiare che avrebbero mantenuto il valore delle pensioni “anche in periodi di recessione”; limitarsi a “rimandare l’entrata in vigore delle nuove norme” era inutile dato che, per ottenere il consenso popolare, la riforma doveva essere considerata “giusta dal punto di vista sociale ed efficiente da quello economico”. Ma Macron non gli ha dato nessuna risposta, continuando a oscillare tra il rifiuto del dialogo e vaghi segnali conciliatori.
L’unica concessione significativa da parte di Philippe è stata annunciare che l’entrata in vigore del sistema universale, prevista per il 2025, sarebbe stata rimandata al 2037. Lo scopo era chiaro: quelli che hanno più di 44 anni non si devono preoccupare, sarà un problema dei loro figli. Non c’è da stupirsi se i manifestanti sono convinti che il vero obiettivo del governo sia smantellare lo stato sociale.
E non c’è da sorprendersi che Macron non riesca a liberarsi del soprannome di “presidente dei ricchi”. Secondo l’Istituto francese di statistica e studi economici (Insee), nel 2018 la disuguaglianza in Francia ha subìto il maggiore aumento dal 2010. Più di un francese su sette vive sotto la soglia di povertà. La riduzione delle imposte sui redditi da investimento concessa da Macron ai cittadini più ricchi non ha quindi portato vantaggi all’intera società come aveva promesso.
È stato proprio per evitare che la riforma delle pensioni fosse vista come un modo per spianare la strada alle assicurazioni private che i suoi precedenti consulenti economici gli avevano consigliato di separare la razionalizzazione del sistema pensionistico dalla necessità di risanare il bilancio pubblico. Il rifiuto del presidente è sembrato la conferma dei peggiori timori dei manifestanti, ma dopo un mese e mezzo di scioperi – il periodo più lungo di proteste dei lavoratori della storia francese – Macron non è stato ancora sconfitto. Anche se i sondaggi mostrano che la maggior parte dei francesi sta con i manifestanti, gli oppositori della riforma non riescono a proporre un’alternativa.
L’economista di sinistra Thomas Piketty ha suggerito di “fare tutto il possibile per garantire e aumentare le pensioni più basse (da una a tre volte il salario minimo), anche se questo significa far pagare un prezzo maggiore a chi ha un salario molto alto e un patrimonio”. Il gruppo degli économistes atterrés, gli economisti inorriditi, contesta la tesi dei macronisti secondo cui ci sono solo tre modi per tappare il buco delle pensioni: aumentare il numero di anni di contributi, ridurre le pensioni o una combinazione delle due cose. Sono invece a favore di misure per mantenere il principio fondante della solidarietà tra generazioni e l’etica collettivista e redistributiva che è alla sua base, e che la riforma di Macron andrebbe a erodere.
Ma il movimento progressista ha difficoltà a spostare il focus del dibattito. Non solo i sindacati sono sempre più screditati (soprattutto la Cgt, che è stata a lungo associata al Partito comunista e ha perso la sua egemonia), ma la sinistra in generale non riesce a proporre un’alternativa credibile al sistema economico prevalente e appare come il “partito del no”, senza un piano d’azione. La Francia non è sola. Dal Cile all’Iraq, dal Libano all’Algeria, dall’Ecuador al Sudan, il 2019 è stato segnato da una serie di rivolte popolari che in qualche modo hanno espresso il rifiuto di un ordine economico globale sempre più lontano dai bisogni della gente e sempre più basato sulla precarietà. Tutte queste rivolte hanno anche in comune il rifiuto della politica, che invece di una garanzia di giustizia sociale sembra l’incarnazione della negligenza e della corruzione.
In Francia, dopo giorni di sciopero, è arrivata un’improvvisa rivelazione: Jean- Paul Delevoye, il commissario incaricato da Macron di elaborare la riforma delle pensioni, si era “dimenticato” di dimettersi da altri 13 incarichi, di cui molti erano retribuiti (per un totale di 120mila euro all’anno) e uno era con una compagnia di assicurazione privata. Un chiaro conflitto d’interessi. Delevoye, un politico esperto che è stato sindaco, deputato dell’assemblea nazionale, senatore e ministro, ha dichiarato di aver agito in buona fede perché ignorava le regole, una spiegazione a cui nessuno ha creduto. “Questa gente crede di essere al di sopra della legge”, hanno pensato tutti. Ed è così che viene giudicata la classe politica in generale. All’inizio il governo ha cercato di salvarlo, ma una settimana dopo Delevoye è stato costretto a dimettersi.
La vicenda è risultata disastrosa per il governo. La disaffezione generale nei confronti della politica va da destra a sinistra. E in Francia, come nel resto d’Europa, la socialdemocrazia si sta gradualmente disintegrando. Il vecchio ordine politico è sempre meno in grado di difendere lo stato sociale dall’espansione incontrollata del capitalismo finanziario, che non lascia spazio alla ridistribuzione della ricchezza. Peggio ancora, la stessa socialdemocrazia è responsabile, perché per un secolo, dall’epoca di Bismarck agli anni settanta del novecento, ha collaborato con il capitalismo industriale e tratto vantaggi politici da questo accordo.
**Tra Thatcher e De Gaulle **
Ma il capitalismo finanziario globalizzato di oggi lascia poco margine ai governi per negoziare con i sindacati tradizionali, e non lascia neanche molto spazio di manovra ai partiti riformisti di centrosinistra. Questo è il motivo della progressiva disintegrazione del vecchio patto socialdemocratico, che ormai non ha quasi più nulla da offrire ai lavoratori. L’ostilità della maggior parte dei dipendenti francesi nei confronti della riforma delle pensioni non ha portavoce né rappresentanti nel sistema politico. Questa sinistra in disfacimento è incapace di proporre un’alternativa credibile alle proposte di Macron. I cittadini si stanno ribellando contro il brutale predominio del capitalismo finanziario, ma si trovano senza un partito.
Lo stesso Macron sembra condividere questa analisi: non vede nessuna opposizione a parte le proteste di piazza. Quando si è reso conto che sarebbero continuate, ha scelto la strategia del pourrissement, cioè lasciare che le cose degenerassero. Il 23 dicembre, mentre accusava gli scioperanti di rovinare il Natale a tutti, il governo ha improvvisamente annunciato che avrebbe ripreso le trattative con i sindacati, ma solo due settimane dopo, il 7 gennaio. Poi ha offerto l’esenzione dal sistema pensionistico universale a specifiche categorie: i militari, i poliziotti e i vigili del fuoco, i piloti e i dipendenti delle linee aeree nazionali, i pescatori, gli autisti di camion, i ballerini dell’Opera di Parigi e altre. In pratica, ha reintrodotto i “regimi speciali” che voleva abolire, ma è rimasto concentrato sull’obiettivo principale della riforma: ridurre il deficit.
L’11 gennaio Philippe ha annunciato una grande concessione. Ha fatto marcia indietro sull’aumento dell’età pensionabile a 64 anni, ma per trovare i 12 miliardi di euro che gli servono per far quadrare i conti ha detto di volerla portare gradualmente a 62. Perfino la moderata Cfdt si è opposta. Philippe ha dato ai sindacati e ai datori di lavoro quattro mesi per trovare un’alternativa, ma ha escluso un aumento dei contributi pensionistici, al quale i datori di lavoro sono contrari. Se non raggiungeranno un accordo, il governo farà votare la sua proposta originaria in parlamento (che ha già cominciato a esaminarla). In altre parole, se non si aumentano gli anni di lavoro e i contributi, ci sarà una sola alternativa: abbassare le pensioni.
Questo, naturalmente, è inaccettabile per i sindacati. Fatta eccezione per la Cfdt, tutti hanno definito questa proposta “un imbroglio”. Ma i ministri di Macron hanno cominciato a dire che, grazie a questa presunta concessione, “non c’è più motivo per scioperare”. Mentre i sondaggi dimostrano che molti francesi sono contrari alla riforma, gli scioperi stanno lentamente diminuendo. I partecipanti hanno già perso più di un mese di stipendio, e Macron sembra convinto che questo sia il suo “momento Thatcher”, la versione francese dello sciopero dei minatori britannici del 1984-1985, quando la lady di ferro si rifiutò di trattare per fermare le proteste contro la chiusura delle miniere.
Come per Margaret Thatcher trentacinque anni fa, oggi per Macron la posta in gioco è altissima: va ben oltre il bisogno di ridurre il deficit delle pensioni. È convinto Da sapere che questa battaglia sia fondamentale. E i sindacati sono d’accordo. Quando è stato eletto, la sua espressione preferita era “allo stesso tempo”: un colpo alla sinistra e “allo stesso tempo” un colpo alla destra. Quei giorni sembrano finiti, proprio perché il vecchio accordo socialdemocratico sta crollando. Macron vuole portare la Francia nell’era del capitalismo finanziario. Non cerca più di mantenere una posizione centrista, cerca di riunire la destra intorno a sé.
La riforma delle pensioni mira a realizzare quello che la destra conservatrice francese sta cercando di fare senza successo da vent’anni. La destra si è indebolita, ma molto meno del centrosinistra. Questo spiega la strategia di Macron. Il presidente Charles De Gaulle diceva: “Tra me e i comunisti non c’è nulla”. Voleva dire che finché il suo unico avversario fosse stato il Partito comunista sarebbe sempre rimasto al potere. Macron pensa che la socialdemocrazia non sia più una minaccia per lui. Perciò, se riuscirà a portare dalla sua parte la maggioranza degli elettori conservatori e di centrodestra, i gollisti e i sarkozisti, non ci sarà più nulla tra lui e Marine Le Pen. Finché la destra populista sarà il suo unico avversario, vincerà sempre. È un gioco rischioso. u bt
Sylvain Cypel è stato direttore del settimanale francese Courrier International e
corrispondente di Le Monde dagli Stati Uniti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati