In questa guerra io ho già vinto. A marzo, quando gli aerei da combattimento statunitensi sono decollati verso l’Iran, ho assicurato il mio gruzzoletto contro i rischi della situazione internazionale. Per farlo mi sono bastati cinque clic una sera su una piattaforma di trading, dopo il lavoro in redazione.

Lo strumento che ho usato era un’operazione di hedge (copertura): si punta una certa somma (diciamo per esempio 500 dollari statunitensi) su un evento che si spera non succeda. Nel mio caso, su un’escalation del conflitto e su una brusca riduzione del prezzo del bitcoin, perché quando il mondo va in rovina gli investitori tendono a evitare soprattutto le attività più rischiose.

Se la guerra non fa troppi danni, si perde una parte del denaro investito, un po’ come succede con i soldi spesi nei premi assicurativi. Se invece il conflitto si inasprisce, la rendita derivante da questo investimento compensa le perdite registrate negli altri settori in cui sono depositati i risparmi. Il tutto ha spaventosamente senso. Ma la mia “assicurazione” è diventata conveniente solo quando i missili hanno colpito il bersaglio. Le persone che fanno scelte come la mia hanno un nome. In tedesco si chiamano Kriegesgewinnler, profittatori di guerra.

Dall’inizio di luglio la guerra è nuovamente entrata in una fase critica. I missili iraniani hanno colpito le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, il presidente statunitense Donald Trump ha riattivato il blocco navale e ha lanciato altri attacchi aerei e le navi hanno ricominciato ad andare a fuoco. Il 13 luglio il prezzo del petrolio era salito del 4 per cento e poi aveva continuato ad aumentare, con un rincaro superiore al 10 per cento nell’arco di una settimana.

Questa escalation si è fatta sentire su un mercato finanziario che è molto cambiato rispetto alla fine di febbraio, quando la guerra è cominciata. Ora c’è una massa di gente che prende decisioni in base alle notizie: piccoli investitori, trader dilettanti e risparmiatori che solitamente investono in exchange traded fund (Etf, fondi d’investimento quotati in borsa) e che tutto a un tratto cedono alla tentazione di puntare sulle materie prime. Nella sola giornata del 12 marzo − mentre lo stretto di Hormuz era completamente bloccato, nemmeno una petroliera riusciva ad attraversarlo e il prezzo del petrolio continuava a salire – i piccoli investitori privati hanno iniettato la cifra record di 211 milioni di dollari nei fondi petroliferi, aspettandosi ulteriori aumenti dei prezzi.

A marzo ho assicurato il mio gruzzoletto contro i rischi della situazione internazionale. Per farlo mi sono bastati cinque clic

Da quando la Vanda Research − un’azienda di analisi che monitora l’attività dei piccoli investitori − segue questo settore, è stata la somma più alta mai investita in questo tipo di fondi in un giorno solo. Le nervose oscillazioni del prezzo del greggio “sono diventate virali per i trader al dettaglio”, ha osservato Viraj Patel, un esperto di strategie di mercato che lavora per la Vanda, in un’intervista alla rete televisiva finanziaria Cnbc. A questo punto alcuni piccoli investitori cercano di assicurare una parte dei propri risparmi come faccio io, mentre altri puntano a guadagnarci sul serio. Dal 13 luglio il settore è di nuovo in fermento.

Chi festeggia e chi no

Questa tendenza si può seguire in tempo reale. Accanto alle chat dei broker e a piattaforme online come Discord c’è X, il social media di Elon Musk che è diventato uno spazio cruciale dove gli operatori finanziari si scambiano notizie, annunciano i successi e ammettono le perdite. L’atmosfera è simile a quella che in passato regnava nelle borse valori, prima che le transazioni elettroniche prendessero il posto delle grida.

Alle 8.42 ora italiana di martedì 14 luglio, l’utente di X che ha scelto lo pseudonimo @0xL1nK_hl celebra il profitto del 60 per cento che ha appena ottenuto. Sta facendo scommesse speculative sull’aumento dei prezzi del petrolio, ma vuole smettere presto perché teme che il presidente statunitense pubblichi post controproducenti, “manipolazioni del mercato firmate Donald Trump”.

Nella notte fra il 13 e il 14 luglio un altro investitore chiamato @Cryptoculero scrive contrariato: “È venuto il momento di ripensare la vostra strategia di investimento per la quarantesima volta dall’inizio del conflitto”. Il post si riferisce ai capovolgimenti che si susseguono senza sosta in questa guerra del tira e molla: prima un rincaro del greggio, poi una riduzione del prezzo che induce a vendere l’oro e il petrolio e a comprare bitcoin, e così via.

La sera del 13 luglio JayWave, un utente di X che scrive di speculazioni finanziarie, si scaglia contro il piano di Trump di imporre un pedaggio del 20 per cento su tutte le merci che transitano per lo stretto di Hormuz: “Questa è inflazione pura e semplice. Oggi il prezzo del petrolio è aumentato del 5 per cento, ed è solo l’inizio”. Mentre i missili esplodono in una certa regione, nel resto del mondo gli speculatori cercano di capire chi ci sta guadagnando di più.

Una domanda che sorge spontanea è se per i piccoli investitori valga la pena. A questo interrogativo nessuno può dare una risposta certa, perché chi guadagna parla pubblicamente dei suoi successi, mentre di solito chi perde tende a restare zitto. “Attenzione al tranello”, si legge di continuo nelle analisi sull’argomento pubblicate sui canali specializzati di YouTube. Oppure: “Il continuo altalenare del prezzo del petrolio produce effetti devastanti per i piccoli investitori”. Gli studi sulle transazioni infragiornaliere rivelano da anni che queste operazioni producono perdite quasi per tutti. Più si agisce in modo rapido e frenetico, più si rischia di rimetterci.

Secondo Michael Walzer chi trae profitto dalle disgrazie altrui senza cercare di aiutare nessuno si rende complice di queste sciagure

Un’altra domanda è ancora più scomoda: quanto sono etiche queste attività? A un certo punto qualsiasi persona perbene dovrà chiederselo per forza. Il dibattito sui profittatori risale a molto prima che questa parola cominciasse a essere usata per riferirsi alle speculazioni in tempo di guerra. Chi voglia studiare meglio la questione si troverà presto di fronte alle classiche dispute filosofiche sull’etica del profitto, da Cicerone a Tommaso d’Aquino. La prima guerra mondiale ci ha già dato abbastanza da pensare. Se lo scandalo sui profittatori che scoppiò in quegli anni si riferiva soprattutto agli imprenditori che traevano profitto dall’industria bellica, alcuni se la prendevano anche con gli “affaristi” e gli “speculatori” che si arricchivano in patria mentre tanti morivano al fronte.

Indagando più a fondo si scopre che l’etica contemporanea ha organizzato la questione in categorie ancora più sofisticate. Per esempio, il filosofo statunitense Michael Walzer ha scritto il libro Guerre giuste e ingiuste (Laterza 2009), considerato dagli anni settanta un testo di riferimento sull’etica della guerra. Fondamentalmente la sua tesi è questa: chi trae profitto dalle disgrazie altrui senza cercare di aiutare nessuno si rende complice di queste sciagure, non tanto per averle causate ma per averne tratto vantaggio.

Vittime invisibili

Saba Bazargan, un collega di Walzer che insegna all’università della California, distingue tra due tipi di profittatori di guerra: quelli che contribuiscono attivamente al conflitto, per esempio i mercanti d’armi e i lobbisti, e gli opportunisti che si limitano ad arricchirsi. Secondo Bazargan i profittatori attivi sono effettivamente colpevoli, ma anche gli opportunisti devono alle vittime almeno una parte dei loro utili in segno di riparazione.

L’instabilità dei prezzi era il linguaggio che serviva per far capire al mondo che doveva creare un paio di rotte alternative allo stretto di Hormuz

Questa tesi mi mette a disagio, anche se non riesco a seguire il ragionamento fino in fondo. A chi sono debitore per aver assicurato i miei risparmi con un’operazione di copertura sulle criptovalute? Chi trarrebbe vantaggio se il denaro che ho messo da parte perdesse valore a causa della guerra? Il capitano della petroliera bloccata nello stretto di Hormuz? Il cittadino tedesco che deve pagare una bolletta del gas più alta per il riscaldamento? Tutti gli abitanti della regione compresa tra l’Europa e il golfo Persico? Il mio tentativo di compensare le perdite, per quel che ne capisco io, non fa nessuna vittima, o almeno io non ne vedo.

Studiando ulteriormente la questione mi sono imbattuto negli scritti dell’economista Ingo Pies, che insegna etica economica all’università tedesca di Halle e si occupa da anni della morale della speculazione finanziaria. Le sue idee mi sembrano molto favorevoli a questa pratica. Leggendo i suoi scritti mi pare di capire che le operazioni che ho fatto a marzo non lo avrebbero indignato minimamente. Pies ha studiato per esempio la speculazione agraria in seguito alla recente crisi finanziaria globale, quando i prezzi dei cereali sono schizzati alle stelle. All’epoca l’organizzazione per la tutela dei consumatori Foodwatch aveva bollato gli speculatori agrari come “produttori di fame” e i politici si erano detti d’accordo.

Pies obiettava che quelle critiche erano sbagliate e definiva questo errore fallacia intenzionale: poiché lo speculatore vuole trarre guadagno dall’aumento dei prezzi, è accusato di esserne la causa. Dall’intenzione si deduce insomma l’effetto, ma secondo lo studioso è a qualcos’altro che bisognerebbe prestare attenzione, vale a dire a quali siano le conseguenze effettive di una certa azione. Scommettendo su un aumento dei prezzi non si contribuisce certo a causarli, o almeno non lo si può dare per scontato. Lo speculatore si limita a indicare prima di altri che una scarsità è imminente.

Stando a questa visione più indulgente, nel contesto della crisi dello stretto di Hormuz un investitore come me non sarebbe un profittatore di guerra ma un messaggero, una delle persone che contribuiscono ad annunciare segnali di prezzo utili, anche se determinati dalla guerra. Di che segnali si tratta? I più evidenti hanno a che fare con il petrolio. Prima della guerra un barile di Brent costava più o meno settanta dollari, mentre nelle prime settimane del conflitto il suo prezzo ha superato temporaneamente i 117. Da allora sui forum finanziari si è parlato spesso delle fluttuazioni giornaliere estreme registrate in certi momenti. Se la quotazione del greggio aumenta o diventa instabile, questo incremento si ripercuote a poco a poco su tutta la catena del valore: benzina, costi di spedizione, biglietti aerei e via dicendo. Il risultato è un tasso d’inflazione alto che impedisce alle banche centrali di ridurre i tassi d’interesse, anche se l’economia ne avrebbe bisogno.

Dan Saelinger, Trunk archive

Lo stesso vale per il gas metano, solo che in questo caso la situazione è perfino peggiore. Dallo stretto di Hormuz passa anche un quinto del gas naturale liquefatto (gnl) trasportato via mare a livello globale, soprattutto quello prodotto dal Qatar per le centrali elettriche asiatiche ed europee, e ora il suo commercio risente sia del blocco navale sia della devastazione provocata a marzo dai missili iraniani lanciati contro Ras Laffan, il più grande impianto di produzione di gnl del pianeta.

Moltiplicarsi di scommesse

Ma il peggio succede in un settore a cui solo pochissimi trader amatoriali prestano attenzione: quello dei concimi. Prima della guerra, dallo stretto di Hormuz passava circa un terzo dei fertilizzanti trasportati via mare su scala mondiale: nei paesi del Golfo si trovano infatti i giacimenti di metano che si usa per produrre urea e ammoniaca al costo più basso. Senza concime, i raccolti si riducono e le conseguenze sono il rincaro dei prodotti alimentari, la malnutrizione e i morti per inedia. Alla conferenza sulla sostenibilità che si è tenuta a giugno ad Amburgo, gli esperti hanno avvertito che il blocco navale potrebbe costringere alla fame fino a 45 milioni di persone. Una volta che si arriva a questo punto non sembra più una questione accademica chiedersi se sia etico scommettere sulle variazioni dei prezzi in tempi di guerra.

Secondo alcune voci critiche, il fatto è che se a speculare su un aumento di prezzi − per esempio del petrolio − non sono più solo alcuni operatori finanziari ma decine di migliaia contemporaneamente, un’impennata delle quotazioni è inevitabile. Quando i prezzi a termine aumentano, diventa improvvisamente conveniente fare incetta di greggio (tenendolo fermo nelle cisterne, nei magazzini e sulle navi) per venderlo solo quando il prezzo sarà salito ancora di più. È questo l’effetto delle scommesse nel mondo reale: l’offerta si riduce. E dato che nei mercati tutti prendono esempio da tutti gli altri, tante piccole scommesse possono trasformarsi in un’imponente scommessa di massa, che fa aumentare il prezzo anche più di quanto giustificherebbero una guerra o un blocco unicamente in base all’effettiva scarsità.

In teoria, questa correlazione sarebbe interessante, ma in pratica si manifesta solo di rado. Dopo ogni crisi dei prezzi gli economisti hanno sempre rivalutato gli effetti sottostanti. Studi approfonditi sono stati realizzati dopo lo shock petrolifero del 2008, quando il boom economico cinese gonfiò la domanda. Allora il greggio arrivò a 147 dollari al barile, e tutti puntarono il dito contro gli speculatori. Secondo le conclusioni raggiunte all’epoca da un autorevole studio economico condotto su vasta scala, l’impennata dei prezzi poteva essere spiegata quasi interamente dalla legge della domanda e dell’offerta, in particolare dalla sete di petrolio della Cina e dalla sua limitata capacità produttiva. Per spiegare il fenomeno, dunque, non è stato necessario tirare in ballo le scommesse degli operatori finanziari, e soprattutto non sono stati trovati da nessuna parte i depositi stracolmi che avrebbero dovuto esserci se gli speculatori avessero davvero limitato l’offerta di greggio.

Costi reali

Questo non significa che la speculazione non provochi mai un aumento dei prezzi. Ma quando la rotta petrolifera più importante del pianeta è sottoposta a un blocco assoluto come quello attuale, il problema più urgente non sono i privati che investono in fondi petroliferi, tanto più se si considera che perfino i 211 milioni di dollari trasferiti dagli investitori nella giornata record del 12 marzo sono una cifra irrisoria in un mercato in cui ogni giorno cambiano di mano contratti per centinaia di milioni di barili.

Questo non assolve del tutto gli speculatori. Come ha dimostrato fra l’altro uno studio del Fondo monetario internazionale, nei momenti di calma dei mercati finanziari la speculazione tende ad avere un effetto stabilizzante, equilibrando i prezzi. Ma nei momenti di panico le operazioni speculative accentuano le fluttuazioni causando effetti negativi. Il fenomeno si è manifestato chiaramente quest’anno nel mercato petrolifero, dove i prezzi hanno registrato notevoli oscillazioni, variando di continuo e attestandosi continuamente a livelli troppo alti o troppo bassi. Il prezzo del greggio ha raggiunto un grado di volatilità che non si vedeva dal 2020, e variazioni di parecchi punti percentuali nell’arco di qualche ora sono diventate la norma. Quando ad aprile le prime pagine dei giornali hanno ventilato la possibilità di una riapertura dello stretto, il prezzo è colato a picco, riducendosi di sette dollari, per schizzare subito dopo nuovamente verso l’alto.

Più scommesse speculative si fanno, più i prezzi diventano instabili. Questo è l’unico motivo per cui la speculazione produce effetti dannosi: più è imprevedibile l’andamento dei prezzi, più rincarano i premi assicurativi, il costo dei trasporti e tutti i fattori contro cui chi si muove sul mercato vuole assicurarsi. Maggiore è l’incertezza degli investitori sui guadagni che ricaveranno dal petrolio nel prossimo futuro, maggiore sarà la loro esitazione a investire. Tutto questo può influenzare i prezzi al consumo, anche quelli del frumento e dei concimi.

Sull’ottovolante
Prezzo di un barile di petrolio Brent, migliaia di dollari (oilprice.com)

Ma per quanto questo sia vero in teoria, un po’ alla volta finiamo davvero per ricadere in un dibattito accademico. Anche in questo caso, infatti, si può affermare tutto e il contrario di tutto. Si può dire, per esempio, che la speculazione finanziaria è vantaggiosa, che senza speculatori non esisterebbero i futures che proprio adesso agricoltori, armatori, fornitori di gasolio da riscaldamento, compagnie aeree e produttori di fertilizzanti usano per assicurarsi contro la prossima impennata dei prezzi. È proprio questa garanzia a permettergli di fare previsioni di vendita attendibili e a rendere gestibile la loro attività imprenditoriale. In fondo qualcuno dovrà pur detenere la controparte dei futures, e questo compito spetta, a fronte di un premio, agli speculatori dei mercati finanziari.

Utili messaggeri?

La speculazione ha un altro effetto positivo: ci sono volute la penosa crisi dei prezzi causata dal blocco dello stretto di Hormuz e la nuova insicurezza sul futuro dei prezzi per imporre nell’arco di qualche mese quello che decenni di avvertimenti diplomatici non erano riusciti a fare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno completato a tempo di record la prima metà dell’oleodotto che stanno costruendo per aggirare lo stretto di Hormuz e stanno perfino pensando di costruire un nuovo porto sulla loro costa orientale; i sauditi stanno pompando a pieno ritmo il petrolio che passa dalla conduttura che corre lungo il mar Rosso; l’Unione europea ha lanciato un piano per la produzione interna di fertilizzanti e i paesi del Golfo stanno investendo miliardi di dollari nei parchi solari asiatici. Si potrebbe dire che l’instabilità dei prezzi era il linguaggio che serviva per far capire al mondo che doveva investire capitali e creare un paio di rotte alternative allo stretto di Hormuz. Gli speculatori hanno contribuito a rendere comprensibile questo messaggio.

E io? L’operazione di hedge che ho fatto a marzo era un’assicurazione, un tentativo di creare stabilità per i miei risparmi: una scommessa da cinquecento dollari sulla possibilità che il conflitto si inasprisse e quindi il prezzo del bitcoin crollasse. Stando alla pura teoria degli economisti, io sono il più innocuo degli speculatori: un messaggero tra decine di migliaia, con un minuscolo megafono in mano. Nemmeno un sacco di concime è rimasto bloccato in un porto per colpa mia.

Eppure sospetto che i filosofi non me la faranno passare liscia. Anche chi approfitta solo in maniera opportunistica del caos nel mondo, ha scritto Bazargan, deve condividere una parte del proprio guadagno, non per punizione ma per semplice decenza. Per controbattere non trovo alcuna argomentazione che non sembri un po’ troppo comoda perfino a me. All’epoca il mio profitto − ovvero la compensazione della mia perdita – è stato a malapena degno di nota. Ma a Karachi o a Nairobi ci sono organizzazioni che con quella somma avrebbero potuto comprare un sacco di concime.◆ fp

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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati