Da quando il 9 marzo l’Italia intera è stata messa in quarantena, l’atmosfera qui a Parma è surreale. Se mi aggiro tra i vicoli e le piazze mi sento come il protagonista di un film post-apocalittico, che si chiede di continuo “dove sono finiti tutti?”. Se incrocio un altro essere umano, di solito reagisce con diffidenza, se non addirittura con paura. Si aggiusta la mascherina e si allontana rapidamente. Il tradizionale calore degli italiani è stato sostituito da un freddo istinto di autoconservazione. Un paese abituato al contatto fisico è ormai ossessionato dalla distanza tra le persone.
L’inquietante sensazione di assistere alla fine del mondo è esasperata dai telegiornali. La settimana scorsa sono scoppiate rivolte in varie carceri del paese: a Foggia c’è stata un’evasione di massa, mentre dalle finestre del penitenziario milanese di San Vittore usciva del fumo nero. A Modena nove detenuti sono morti durante un tentativo di evasione. E i posti di blocco e i controlli della polizia non fanno che aumentare il senso di minaccia.
Come un terremoto
La libertà di movimento all’interno dell’Europa senza confini è un ricordo lontano. Il 12 marzo al passo del Brennero, al confine con l’Austria, c’erano novanta chilometri di coda. La Slovenia ha chiuso le strade che la collegano all’Italia. L’isolamento dell’Italia è giustificabile considerando che ha il più alto numero di contagi da nuovo coronavirus dopo la Cina.
Ma gli italiani hanno anche la sensazione che il loro paese sia stato abbandonato. Il governo di Roma ha ricevuto più aiuti dalla Cina che dagli Stati Uniti o dall’Unione europea.
Ogni giorno il numero di contagi e di morti aumenta del 20-30 per cento. Parma è in Emilia-Romagna, una regione dove 4.525 persone (dati aggiornati al 18 marzo) sono risultate positive e le vittime accertate sono 458. Nella provincia di Parma sono stati confermati ottocento casi (dati aggiornati al 17 marzo). Una delle persone contagiate, Giovanna, è un’amica di famiglia. Ho l’impressione che l’oscurità si avvicini sempre di più. Negli ospedali le unità di rianimazione sono allo stremo. I reparti ormai sconfinano nei corridoi, nelle tende, nei parcheggi, nei giardini e nei magazzini. Si sentono parole come triage, spesso usate in tempi di guerra. I medici e gli infermieri sono costretti a decidere a quali pazienti dare la priorità. Alcuni dottori sono morti. Altri, parlando dell’afflusso negli ospedali, raccontano che “ogni giorno sembra di affrontare le conseguenze di un terremoto”.
Parte della stranezza dipende anche dal fatto che la gente non può andare da nessuna parte. Musei, palestre, scuole, cinema e biblioteche sono chiusi. Istintivamente vorremmo cercare il conforto e la compagnia della famiglia allargata, ma le autorità consigliano di stare lontani dagli anziani, i più vulnerabili al virus. Non è possibile assistere le persone che stanno male, come Giovanna. Nemmeno suo marito può starle vicino. Non si può andare in chiesa, perché le chiese sono chiuse. Mi piacerebbe spostarmi nella casa di campagna di mia suocera, ma non siamo autorizzati a lasciare la città. È incredibile la velocità con cui ci si abitua a una nuova routine. Non sali in ascensore con gli altri. Mantieni la distanza in fila (di solito qui si sta tutti incollati per evitare che qualcuno passi avanti). Quando vai a comprare il pane il commesso lo appoggia sul bancone, poi fa un passo indietro. Tu lo prendi, paghi e fai un passo indietro. Lui prende il denaro, appoggia il resto sul bancone, poi fa un passo indietro. Come se fossimo magneti che si respingono. Alcuni dei miei amici si comportano in modo nevrotico: si lavano le mani ogni mezz’ora, indossano guanti chirurgici per aprire una porta. È difficile non dubitare della propria sanità mentale. A un certo punto ti chiedi se sia sensato rispettare tutte queste limitazioni e seguire questi rituali.
L’11 marzo un altro decreto del governo ha rafforzato le restrizioni: tutti i negozi a eccezione delle farmacie e degli alimentari devono restare chiusi. Chi vuole uscire di casa deve stampare un’autocertificazione in cui indica il motivo dello spostamento.
Tutto questo somiglia all’idea che abbiamo del medioevo. Ci sentiamo chiusi in una città circondata da mura metaforiche, in cui le voci si rincorrono incontrollate: il nostro amico Marco ha una tosse secca; Silvio Berlusconi è risultato positivo al virus; i nostri bambini saranno costretti a frequentare la scuola per tutta l’estate. Anche il silenzio fa sembrare Parma una città medievale. Andare in bici, in Italia, non è mai stato così sicuro. Le auto, come le persone, sembrano voler mantenere le distanze.
In un certo senso tutto appare più delicato. Non mi ero mai accorto che nel palazzo accanto al mio ci fosse qualcuno che suona la chitarra. Ora, la sera tardi, riesco a sentirlo strimpellare. Il mondo naturale – le tortore, i fiori di ciliegio – sembra più vivo, più audace. E il silenzio ha coinvolto anche il calcio. Qualche sera fa si è giocata la partita tra Juventus e Inter, poco prima che il campionato fosse sospeso. Visto che non c’era pubblico allo stadio, dalla tv si potevano sentire i rumori del gioco: il pallone calciato, i lamenti, le urla, gli insulti. I giocatori sembravano comuni mortali, come i dilettanti che corrono sui campi di periferia. Naturalmente tra i contagiati ci sono anche alcuni calciatori.
È incredibile come tutti gli aggettivi usati di solito per l’Italia – socievole, emotiva, caotica, indisciplinata, polemica, divertente e ottimista nonostante tutti i suoi problemi – oggi sembrino fuori luogo. L’Italia oggi è il contrario: isolata, calma, ordinata, obbediente, intimidita, arcigna e pessimista. È come se il paese avesse scoperto un altro lato di sé, forse più profondo, sicuramente più austero e serio.
Per i prossimi mesi possiamo aspettarci un aumento delle nascite e dei divorzi
Naturalmente l’atmosfera è cupa, anche perché il numero di morti causate dal Covid-19 ha superato quota 2.978 (dati aggiornati al 18 marzo). Disorienta il fatto che in Italia, al momento, il tasso di letalità è del 7,1 per cento (dati aggiornati al 17 marzo), rispetto allo 0,5 per cento in Svezia e allo 0,2 per cento in Germania. Non si capisce come mai l’Italia sia stata colpita così duramente. È a causa della resistenza agli antibiotici? Di una popolazione molto anziana? Dell’abbondanza di fumatori? O è qualcosa di diverso?
Non sappiamo nemmeno perché in Italia il contagio sia stato così rapido. Con 250 casi per milione di abitanti, il rapporto è molto più alto di quello di qualsiasi altro paese del mondo. In Iran i casi sono 120 per milione di abitanti, in Cina appena 56.
Inoltre circolano forti timori, assolutamente fondati, sull’economia italiana, che già prima della crisi se la passava male. La borsa per diversi giorni ha subìto perdite pesanti. Dopo la chiusura di negozi e attività commerciali il 16 marzo il governo ha emanato un decreto che prevede la sospensione dei mutui per alcune categorie, un bonus per permettere ai genitori che lavorano di pagare le baby-sitter, e la sospensione di alcuni adempimenti fiscali. È probabile che i costi dell’indennità di disoccupazione (la cassa integrazione) aumentino. Nel complesso si stima che questi provvedimenti costeranno allo stato 25 miliardi di euro.
Mercati finanziari impietosi
Il problema è che le casse dello stato sono vuote. Se le banche non riceveranno il pagamento dei mutui e il governo dovrà rinunciare ai consueti introiti fiscali (e nel frattempo aumentare enormemente la spesa) sarà inevitabile un’improvvisa crisi di liquidità. I mercati, impietosi, lo sanno benissimo.
Il rendimento dei titoli di stato decennali (un classico indicatore del costo di finanziamento per un governo) ha fatto registrare un aumento da record per un singolo giorno, aumentando di 50 punti base. Le azioni di alcune delle principali banche del paese, come Intesa Sanpaolo e Unicredit, hanno fatto registrare perdite a due cifre. Anche per questo motivo in Italia è esplosa la rabbia davanti al rifiuto della Banca centrale europea di aiutare il paese. La risposta del presidente della repubblica Sergio Mattarella ha sfiorato l’escandescenza istituzionale: “Abbiamo bisogno di iniziative di solidarietà e non di mosse che possono ostacolare l’azione dell’Italia”.
Molti di noi provano una profonda tristezza davanti alle sofferenze che sta attraversando l’Italia. Per quanto sia frustrante a volte questo paese, sono e resto un patriota italiano, ossessionato dagli eroi del risorgimento che a metà dell’ottocento, guidati da Giuseppe Garibaldi, combatterono per unificare l’Italia contro le potenze europee. Quando i miei figli erano più piccoli avevano l’abitudine di salutare Garibaldi ogni volta che passavamo davanti alla sua statua, nella piazza centrale di Parma. Io ripetevo la mia citazione preferita dell’eroe dei due mondi: “L’Italia non sarà mai completamente priva di figli (e figlie, aggiungevo) che possono sorprendere il mondo”.
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Anch’io mi sono sentito offeso da quello che hanno detto e scritto i mezzi d’informazione internazionali. Evidentemente alcuni erano convinti che “i soliti italiani” avessero fatto l’ennesimo disastro. “Non seguono mai le regole”, ha detto qualcuno. I pregiudizi sull’Italia e la convinzione che il problema fosse il paese e non il virus hanno spinto molte persone a ignorare gli avvertimenti degli epidemiologi, dei giornalisti e di altre categorie che per settimane hanno invitato il resto d’Europa a prendere provvedimenti.
Mentre questo tsunami sanitario si muoveva al rallentatore verso il Regno Unito, il primo ministro Boris Johnson continuava a sostenere che non ci fosse alcun bisogno di misure “draconiane”. Abbiamo osservato a bocca aperta le migliaia di persone che assistevano alle corse ippiche a Cheltenham e le altre 3.500 che si sono riunite a Parigi vestite da puffi solo per battere un record mondiale.
Dall’Italia isolata ci è sembrato che il mondo, incapace di rinunciare allo sport, al divertimento e alla frivolezza, non si accorgesse della più grave pandemia a memoria d’uomo. La verità è che gli italiani sono molto attenti alla salute personale, alcuni in modo ossessivo. Scoprono la peste e il contagio da piccoli, a scuola, perché questi temi hanno un ruolo fondamentale in due classici della letteratura come I Promessi sposi di Alessandro Manzoni e il Decameron di Giovanni Boccaccio. In generale, in tema di igiene e medicina gli italiani sono più preparati degli altri europei. Ora che molti paesi stanno seguendo l’esempio del governo italiano chiudendo scuole, università e impianti sportivi, ci sentiamo più tranquilli.
Nella mia famiglia siamo in cinque, chiusi in casa. È la quarta settimana in cui i miei figli non vanno a scuola. Di sicuro ce ne vorranno almeno altre due. I ragazzi ricevono i compiti dagli insegnanti sul sito internet della scuola. Dobbiamo superare un’infinità di problemi tecnici e alla fine i compiti non bastano a tenerli impegnati per una mattina. Benedetta segue le lezioni di danza online, usando una sedia come sbarra ed esercitandosi in camera sua, in un spazio ridotto e inevitabilmente poco ordinato.
Siamo fortunati. Andiamo tutti d’accordo e inoltre io e Francesca possiamo lavorare da casa. Altre famiglie e coppie soffrono parecchio l’isolamento. Per i prossimi mesi possiamo ragionevolmente aspettarci un aumento delle nascite, ma anche dei divorzi.
Nella nostra famiglia il tempo che siamo costretti a passare insieme sta cambiando i rapporti e i ruoli. Senza i loro frenetici hobby, i nostri figli hanno molto tempo libero. Quindi abbiamo deciso di affidargli alcune faccende domestiche: stendono il bucato e puliscono il frigorifero, le finestre e i pavimenti. Li sottopongo ad alcune sfide didattiche: se vogliono guardare la tv devono prima imparare l’alfabeto fonetico della Nato (tutti e tre hanno passato il test e quindi hanno potuto vedere la tv), i nomi e le date dei monarchi Plantageneti (solo in due hanno passato il test), le tecniche dei nodi (tutti e tre) o un monologo di Shakespeare (solo uno di loro ha passato il test). Anche io sto imparando molto.
Intanto mi chiedo cosa pensino e provino. Oltre alla paura, devono affrontare delusioni che alla loro età possono essere enormi. Il corpo di ballo di cui fa parte Benedetta ha vinto una gara internazionale e come premio avrebbe dovuto esibirsi a New York, ad aprile. Non succederà. Emma, innamorata di Mozart, avrebbe dovuto visitare insieme alla nonna il teatro del paese natale di Giuseppe Verdi, Busseto, per assistere alle Nozze di Figaro. Niente da fare. Leonardo, come me, non vede l’ora di poter ricominciare a giocare a calcio. Nei nostri folli uno-contro-uno casalinghi abbiamo accidentalmente potato una pianta e distrutto qualche lampadina. I ragazzi stanno scoprendo anche nuove passioni. Ormai amano i giochi di carte, come il blackjack, e usano i fiammiferi al posto delle fiches. Leo ha deciso che voleva imparare lo spagnolo e ora mi chiama el padre oppure hombre. Benedetta sta cucendo una giacca, o almeno è quello che ci comunica da dietro la porta della sua stanza. Emma fa finta di tenersi in forma.
Sembra che tutto vada bene, ma anche loro, come noi, cominciano a soffrire di claustrofobia. Non sappiamo quando tutto questo finirà, né quale aspetto avrà il mondo esterno dopo la pandemia.
Tutti cercano di resistere
A Parma, finora, sono morte decine di persone a causa del virus. Presumiamo che ne moriranno molte altre. Una piccola città con una provincia in cui ci sono centinaia di casi di contagio significa che tutti hanno un amico, o un amico di un amico, che sta male. Molte attività commerciali falliranno. È meno importante della perdita di vite umane, certo, ma è comunque grave. Tutti cercano di resistere. I bambini hanno appeso ai balconi disegni con la scritta andrà tutto bene.
Ci sono stati momenti da pelle d’oca, come quando le canzoni hanno riempito l’aria di intere strade, con voci che si univano da una finestra all’altra. Ci sono stati anche momenti divertenti: a Roma un venditore del mercato ha indossato una larga ciambella di legno per assicurarsi il rispetto della distanza personale. Ma a volte si ha la sensazione che sia un umorismo patibolare. E spesso le canzoni suonano luttuose.
Nel frattempo è arrivata la primavera. Nelle strade deserte sono sbocciate le magnolie. Margherite, primule e denti di leone hanno colorato improvvisamente i prati. C’è odore di primavera. L’aria di Parma, per una volta, è così pulita che dal mio studio posso vedere le cime innevate dell’Appennino. Il panorama aumenta il mio desiderio di uscire. Ma fino a quando durerà questa emergenza, con rare eccezioni, continueremo a vivere da prigionieri, osservando il mondo dalle finestre delle nostre celle. ◆ as
Tobias Jones _ è un giornalista e scrittore inglese. Ha scritto Il cuore oscuro dell’Italia _ (Rizzoli 2003) e _Sangue sull’altare
_(Il Saggiatore 2012). Il suo ultimo libro, Ultrà_, uscirà in italiano a giugno. _
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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati