È finita. Aleksandar Vučić, con la sua banda di criminali e propagandisti, non deciderà più delle nostre vite. Lo ha stabilito la maggioranza dei serbi in queste elezioni, più simili a una rivolta nazionale che a una normale consultazione. Il voto è stato una battaglia per la libertà e la sopravvivenza, una battaglia che non poteva essere persa. “Ha vinto la Lista studentesca. Avrà tra i 135 e i 140 seggi, noi circa 105. Nessun altro partito ha superato la soglia di sbarramento. Per ora noi abbiamo circa 1.720.000 voti, ma è del tutto irrilevante. Loro ne hanno circa 2.200.000”, ha detto subito dopo la chiusura delle urne l’ex presidente, sforzandosi di apparire non come un politico pronto a mollare, ma come chi si prepara a un rapido ritorno.

La Lista studentesca, nata dalla grande mobilitazione degli ultimi due anni contro la corruzione e il regime di Vučić, ha ottenuto il 52,8 per cento dei voti, mentre Serbia unita, l’alleanza che sosteneva l’ex presidente, si è fermata al 39,1 per cento. L’affluenza è stata molto alta, intorno al 69 per cento. Il dato più sorprendente non è stato tanto il risultato (che soprattutto negli ultimi giorni della campagna, dopo la grande manifestazione di Belgrado del 22 ottobre, era immaginabile), quanto il riconoscimento della sconfitta da parte di Vučić subito dopo la chiusura dei seggi. L’ex presidente ha perfino anticipato di un’ora il suo messaggio alla stampa.

Non è chiaro da dove provenga questo atteggiamento così conciliante, dopo che nei giorni precedenti erano stati schierati veicoli antisommossa per reprimere le manifestazioni nel centro di Belgrado ed erano stati mobilitati decine di uomini mascherati nel tristemente noto accampamento paramilitare nella zona del Parco dei pionieri, il quartier generale dei picchiatori del Partito progressista serbo (Sns, la formazione di Vučić, nazionalista e populista).

 Possiamo davvero credere che l’uomo che per anni si è appropriato di tutte le istituzioni e le risorse dello stato si sia reso conto di ciò che era evidente fin dalle prime ore del mattino ai seggi, cioè che aveva contro una forza invincibile di persone che si sono sollevate e hanno deciso di lottare per i loro diritti? In quelle condizioni, qualsiasi tentativo di usare la forza per riorientare la volontà elettorale avrebbe avuto un effetto boomerang con conseguenze pericolose per lui e per i suoi complici? O forse hanno avuto un ruolo importante i tanti appelli arrivati dall’estero nel tardo pomeriggio di questa storica giornata elettorale, per chiedere di mantenere la pace e rispettare la volontà degli elettori?

Un’altra occasione

Ma poi, in fondo, tutto questo oggi ha davvero importanza? Dopo quattordici anni sotto il giogo dell’autocrazia, della corruzione, della violenza e del tribalismo del regime di Vučić, non è più importante concentrarsi su quello che verrà? In particolare bisogna capire quali opportunità, quali responsabilità e quali pericoli comporta un risultato elettorale ottenuto sulle ali di una rivolta civile guidata per due anni dagli studenti e scatenata dalle tragiche conseguenze della corruzione di un governo che agisce secondo le leggi della mafia.

 Un primo tentativo, poi fallito, di costruire uno stato degno di questo nome lo avevamo già fatto nel 2000, cacciando un regime simile a quello appena caduto, quello di Milošević, in cui Vučić era ministro dell’informazione e aveva già cominciato la sua battaglia contro la libertà di stampa. Purtroppo allora erano mancate la determinazione e la perseveranza necessarie per portare a termine l’impresa.

 Il prezzo da pagare è stato enorme. Le vittime sono state molte di più delle 16 persone schiacciate dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad nel novembre 2024, che ha segnato l’inizio della grande mobilitazione degli studenti, e le perdite materiali cominciano appena a vedersi.

Oggi abbiamo un’altra opportunità, che merita i festeggiamenti e la gioia che hanno invaso le strade delle città serbe. 

 Ma non dobbiamo perdere di vista il punto essenziale: l’obiettivo non è liberarsi di un singolo individuo indegno, ma creare le condizioni perché nessun’altra figura simile a quella di Vučić possa arrampicarsi dal fango della società, dove merita di stare, fino a una posizione di potere che gli consenta di sottrarre il futuro all’intero paese e ai suoi cittadini. ◆ ab

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati