Funerali, matrimoni, lezioni: nei miei primi trent’anni di vita sono sempre arrivata in ritardo. Al lavoro, dal dentista, agli appuntamenti con gli amici. Ovunque, tranne che in aeroporto. Il fondo l’ho toccato quando il mio patrigno ha ricevuto un’onorificenza insieme ad altre persone. Il suo cognome comincia per H, e al mio arrivo erano già alla K. Non avevo una scusa seria. Ero rimasta a lavorare e poco prima della cerimonia avevo deciso di cambiarmi. Perciò me ne stavo a trafficare in bagno mentre a duecento metri di distanza lui viveva il suo momento di gloria. Una cosa a cui mia madre, già gravemente malata, teneva molto.

Mia madre non ha detto nulla. Né allora né quando mi sono persa il funerale di una zia perché, scioccamente, dovevo “finire una cosa”. Né le tante altre volte in cui mi sono presentata in ritardo da qualche parte. Ci aveva fatto il callo. All’epoca la mia vita era un caos. Vivevo in un piccolissimo e costosissimo appartamento nella zona est di Amsterdam, avevo un gatto che faceva sempre la pipì sul letto e una relazione con un uomo sposato. Una volta sarei dovuta andare con lui da mia madre il 1 gennaio, ma ci siamo trattenuti oltre il previsto con gli amici con cui avevamo passato la notte. Ho chiamato mia madre per augurarle buon anno, e qualche giorno dopo ho rotto con il mio amante. Mia madre è morta quello stesso anno.

Mi si torce lo stomaco se ripenso alla leggerezza con cui mi comportavo prima dei trent’anni. Se allora avessi detto che la mia vita era un caos, forse sarebbe suonato romantico: “Guardate quanto sono giovane!”. Ma in realtà era tutto molto sgradevole. Prendiamo la cerimonia per l’onorificenza del mio patrigno. Avrei semplicemente dovuto presentarmi in tempo, anche solo per mia madre.

Un altro caffè

A un certo punto ho deciso di migliorare la mia vita. Nei primi anni il tentativo è riuscito solo a metà, in particolare per quanto riguardava i buoni propositi “fare più sport” e “non bere durante la settimana”. Non è andata meglio nemmeno dopo che mi sono sposata e sono diventata madre. Ogni volta che avevo un buon margine per arrivare puntuale da qualche parte, decidevo di bermi un altro caffè o non trovavo le chiavi di casa o volevo dare un bacio o raccontare una storia a uno dei miei figli.

Quando ho cominciato a farci attenzione, mi sono accorta che molte persone hanno problemi a essere puntuali. Alcune, ho notato, arrivano sempre in ritardo, e altre mai. E chiunque parlava con me di questo argomento aveva un’opinione precisa. Secondo qualcuno, il messaggio che danno i ritardatari è: “Il mio tempo conta più del tuo”. Per qualcun altro la puntualità è una questione di principio, di leadership, di un patto con se stessi.

La puntualità, come mostrano varie ricerche, è legata alla coscienziosità e all’amicalità, o gradevolezza, due delle cinque grandi dimensioni della personalità secondo la teoria dei big five. Anche chi ottiene un punteggio alto in uno degli altri tratti caratteriali – il nevroticismo – è spesso puntuale (anche se esistono persone nevrotiche che arrivano in ritardo perché odiano aspettare). Altri studi hanno rilevato che i mattinieri tendono a essere più puntuali, mentre chi soffre di un disturbo da deficit dell’attenzione tende decisamente a essere un ritardatario. Un bel problema nei Paesi Bassi, dove la puntualità è la norma. Da noi i ritardatari partono in svantaggio. Forse è per questo che citano sempre una ricerca sul nesso tra percezione del tempo e carattere, da cui emerge una loro immagine positiva.

Vorrei essere come lui. Mantenere la calma e accumulare solo due minuti di ritardo

La scelta possibile

Uno studio statunitense dimostra che per le persone ansiose (le quali, notoriamente, tendono ad arrivare in anticipo) il tempo passa più velocemente rispetto a chi è più rilassato. L’ha confermato un semplice esperimento: gli intervistati si sono prima sottoposti a un test della personalità, poi hanno dovuto contare mentalmente fino a un minuto. Per chi credeva di non avere mai tempo a sufficienza, il minuto durava in media cinquantotto secondi, mentre per chi non avvertiva quel genere di pressione durava anche settantasette secondi.

Le persone ansiose, concludevano gli scienziati, sono più puntuali. Molti giornali e riviste hanno capovolto allegramente la questione scrivendo che essere ritardatari è segno di un buon carattere. I ritardatari non possono farci nulla: sono ottimisti di natura, pensano di poter realizzare più cose nell’arco di una sola giornata e quindi hanno più successo nella vita.

Sarà vero? Ho i miei dubbi. Io sono mattiniera e non posso nascondermi dietro a un disturbo da deficit dell’attenzione. Inoltre non credo che qualcuno, vedendomi arrivare in ritardo alla cerimonia del mio patrigno, abbia pensato: “Ma che ragazza allegra, avrà il mondo ai suoi piedi”.

Mi sono rivolta a Jeff Conte, psicologo dell’università di San Diego e tra gli autori della ricerca sul nesso tra personalità e percezione del tempo, per capire meglio come stanno le cose. I ritardatari sono persone più simpatiche? Macché: per Conte è una questione di scarsa pianificazione. Organizzandosi bene, mi scrive, si può evitare di arrivare in ritardo: “C’è sempre una scelta”.

Anche per lo psicologo dello sviluppo olandese Steven Pont non è vero che i ritardatari non possono farci niente: “Le persone giustificano il proprio comportamento riconducendolo a un tratto caratteriale: sono un ritardatario, non c’è niente da fare. Se una persona dice di essere zoppa, però, deve zoppicare sempre. Non può improvvisamente mettersi a correre per qualcosa che ritiene importante, altrimenti gli altri non prenderanno più sul serio il suo zoppicare”.

Pont tocca un punto delicato. Forse per me la cerimonia del mio patrigno non era poi così importante. E come si spiega che quando c’è da prendere un aereo, invece, arrivo sempre con largo anticipo? “I veri ritardatari”, risponde Pont, “perdono anche l’aereo e arrivano in ritardo ai colloqui di lavoro. Negli altri casi si tratta di persone che sanno essere puntuali, ma semplicemente si fanno delle concessioni a scapito degli altri”. Se la mettiamo così, non c’è niente di bello nell’essere ritardatari. Io non sono condannata ad arrivare in ritardo, evidentemente scelgo di farlo. Sono come tante altre persone, spiega Pont, per le quali il ritardo è una forma di resistenza, un modo di tenere il punto, di non sottostare a un’imposizione altrui. “Io vorrei essere puntuale”, balbetto, “ma ogni volta succede qualcosa per cui non ci riesco”.

“Cerchi di capire da cosa dipende”, mi risponde Pont. “Il tempo è un simbolo del rapporto che si ha con se stessi. Alcune persone hanno uno strano rapporto con il mangiare, altre con l’autorità e altre ancora con il tempo. Io credo che non sia solo questione di pianificazione. Altrimenti come si spiega che per le cose che lei giudica importanti riesce a organizzarsi senza problemi?”.

La puntualità, insomma, è un campo minato. Quando si aspetta un amico in ritardo al tavolo di un bar vengono in mente mille domande: è successo qualcosa? Si è dimenticato dell’appuntamento? La mattina fa più fatica ad attivarsi? O magari c’è dell’altro? Vuole farmi capire qualcosa? Non gli interessa vedermi? Ci sono amicizie che finiscono per molto meno.

Ho chiesto un parere a Rick Pastoor, autore del libro Het geheim van slimmer werken (Il segreto per lavorare in modo più intelligente). Ci siamo dati appuntamento alle nove. Pastoor è arrivato con due minuti di ritardo e si è scusato. Mi ha detto che sua figlia era malata: quei due minuti gli erano serviti per organizzare la giornata con la moglie dato che la bambina non poteva andare all’asilo. Pastoor era rilassato, anche se gli sarebbe piaciuto arrivare in perfetto orario. La definisce “una questione di rispetto” e “d’integrità”: “Mi piace tenere fede agli impegni presi. Qualcuno potrebbe dire che due minuti di ritardo non fanno la differenza, ma io preferirei evitarli. So che posso fare di meglio”.

Badare a se stessi

Vorrei essere come lui. Mantenere la calma e accumulare solo due minuti di ritardo anche se la giornata prende una piega imprevista. “Sperimenta, cerca di capire cosa fa per te”. Mi ha spiegato che il suo orologio vibra cinque minuti prima che sia ora di avviarsi al suo impegno successivo: “Così, se sono con qualcuno, posso continuare a parlare tranquillamente e so quando chiudere la conversazione”. Mi ha dato un consiglio dopo l’altro: annotare il luogo di ogni appuntamento sull’agenda e assicurarsi di sapere quando muoversi per arrivare in tempo; tenere la casa in ordine; fare in modo di sapere dove si trova ogni cosa. In altre parole: badare a me stessa.

Qualcun altro suggerisce di cronometrare le mie azioni. Quanto ci vuole per uscire di casa? Quanto ci metto ad arrivare al lavoro, dieci minuti o dodici? E poi prepararsi ad aspettare. Portare un libro, dell’acqua, una ricarica per il cellulare, in modo da avere qualcosa da fare nell’attesa. Così sto cominciando a migliorare. Non che arrivi sempre puntuale, ma succede più spesso, e non ci sono più stati episodi imbarazzanti come in passato. A volte mi sembra di aver ottenuto un piccolo trionfo su me stessa. Di recente, quando si è bucata una ruota della bicicletta mentre andavo a un appuntamento dal lato opposto della città, ho scoperto che mi rimanevano ancora trentotto minuti. “Bici fuori uso”, ho scritto. “Arrivo a piedi, ma sarò puntuale”. “Ok”, mi ha risposto distrattamente la persona con cui dovevo vedermi. Ma per me quel risultato ha fatto un mondo di differenza. ◆ sm

Vera Spaans ha scritto un libro sull’essere ritardatari: Te laat – waarom je nooit zomaar te vroeg of te laat bent (Troppo tardi. Perché non è mai troppo presto o troppo tardi, Das Mag uitgevers 2020).

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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati