La polvere, che anno dopo anno terrorizza la gente della valle, sale dalla cima della montagna e poi cala lentamente lungo il pendio, come fosse nebbia. Dalla foschia spuntano le estremità di corna gigantesche: stamattina, poco dopo il sorgere del sole, centinaia di bovini si sono messi in moto. Gli animali dapprima si muovono esitanti, poi sempre più veloci, fino a ritrovare il loro atavico ritmo comune. Ora si lanciano giù per la montagna, s’infilano in una gola, avanzano come un’onda che quando incontra un ostacolo si separa e dopo averlo superato si ricongiunge nuovamente. Una valanga di corpi. Il rumore di centinaia di passi pesanti, ogni passo un colpo sordo, zoccoli che lasciano il segno sul terreno arido, sollevando vortici di terra visibili a chilometri di distanza, come fosse una tempesta. È la mandria di Alhaji Gagau.
Il signore dei bovini è poco più alto dei suoi animali: piccolo di statura, sottile come un giunco, un volto duro come la punta del bastone di legno con cui sprona le vacche, Gagau ha 31 anni ed è padre di quattro graziosi bambini. “Tprrr! Tprrr!”, grida, come già secoli fa i suoi antenati. “Jot, jot, jot!”. Indossa un cappuccio impolverato e un’ampia djellaba, la lunga tunica tradizionale. Allarga le braccia come se surfasse su un mare di animali.
Il bestiame corre giù per il ripido sentiero di montagna, Gagau è proprio in mezzo alla mandria, lotta per mantenere l’equilibrio, rischiando continuamente di essere scaraventato a terra e allontana gli animali che minacciano di ferirlo con le loro corna.
Il viaggio comincia
Alhaji Gagau è a capo di sette famiglie nomadi, per un totale di 43 persone, e trecento animali. Anche queste famiglie, come quasi tutti i nomadi della Nigeria, appartengono all’etnia peul. Dopo cinque mesi in montagna, praticamente l’intera stagione delle piogge, Gagau ha deciso che oggi porterà la mandria a valle. È un giorno di dicembre nella savana della Nigeria orientale, nel paesaggio primordiale dei vulcani Song, lontano da ogni strada. I crateri di vulcani estinti da tempo sono allineati l’uno dopo l’altro.
Negli ultimi mesi Gagau ha usato come accampamento il cratere più grande di tutti: c’era erba a sufficienza, ma adesso è cominciata la stagione secca e gli animali non trovano più abbastanza acqua. “È ora”, dice Gagau. “Non possiamo restare di più”. Gli animali morirebbero.
Questa mattina sua moglie Maimunat ha smontato la capanna, una struttura circolare di erba e rami, con un telone di plastica a proteggerla dalla pioggia. La figlia maggiore Abu, di nove anni, e il figlio Ahmadu, di sei, raccolgono le masserizie: sette ciotole di plastica per la pappa di mais, tre pentole di metallo, un minuscolo specchio con la cornice intagliata a mano. Maimunat intanto mette a sedere i due figli più piccoli, Halima di quattro anni e Buba di due, sull’asino più mansueto che possiedono.
La famiglia sta per affrontare un viaggio rischioso che la porterà a sud per quasi cento chilometri. Secondo Gagau con po’ di fortuna ci vorranno due settimane per raggiungere la valle del fiume Hawal. Lì, dove scorre sempre acqua a sufficienza, trascorreranno la stagione secca.
Gagau sa bene che al minimo errore la situazione potrebbe precipitare
“Ce la farete a resistere?”, chiede Gagau a noi giornalisti prima di partire, squadrandoci con aria scettica. In molti ci avevano sconsigliato di accompagnare la carovana dei nomadi. Il viaggio nasconde pericoli difficili da prevedere: attraverseremo un paese dove è in corso una guerra civile tra le più cruente del mondo, che ogni anno provoca migliaia di vittime, anche se non conquista le prime pagine dei giornali come fa invece il conflitto con il gruppo islamista Boko haram nel nord della Nigeria.
Qui non si tratta di uno scontro tra stato ed estremisti, ma tra due diversi stili di vita: quello contadino e quello nomade. Caino e Abele. Cominciato nella Bibbia, questo conflitto oggi minaccia di arrivare a una conclusione sanguinosa. In Nigeria intere regioni ne sono vittime.
Tre parenti di Gagau ci affiancano come guardie del corpo, per proteggerci dai possibili rapimenti. Siamo i primi giornalisti che si uniscono alla marcia dei nomadi. Vogliamo documentare in prima persona la crisi che attraversa il paese. La principale economia dell’Africa è un gigante dai piedi d’argilla: con un sud cristiano relativamente ricco e un nord musulmano povero, la Nigeria è un’accozzaglia di 514 etnie che si tiene insieme a fatica. Anche per noi questo è un viaggio nell’ignoto.
Una popolazione in crescita
Per molto tempo tra nomadi e contadini ha regnato un certo equilibrio: non c’è mai stata una pace assoluta, ma le due parti riuscivano a riconciliarsi rapidamente dopo gli scontri. I villaggi contadini erano piccoli e la savana percorsa dai nomadi vasta. Ma oggi la vastità è diventata troppo stretta: negli ultimi decenni in Nigeria, come nella maggior parte dei paesi africani, la popolazione è aumentata rapidamente, passando dai 41 milioni del 1955 agli attuali 206.
Con ogni anno che passa, il ritmo accelera: solo nel 2019 gli abitanti della Nigeria sono aumentati di cinque milioni. Mentre i villaggi esistenti si espandono e ne nascono di nuovi, anche i nomadi sono sempre più numerosi. La savana, ormai lambita dai villaggi, deve nutrire un numero crescente di mandrie. Dall’inizio del nuovo millennio i conflitti si moltiplicano. All’inizio erano omicidi isolati: moriva un contadino, moriva un nomade, a vendetta seguiva vendetta. Le uccisioni si susseguivano, ma i tribunali non condannavano nessuno: così interi villaggi si sono armati per farsi giustizia da soli, mentre anche i nomadi formavano le loro milizie.
E da entrambe le parti l’odio è cresciuto. In molte regioni della Nigeria la lotta per la ridistribuzione delle risorse è diventata guerra civile, anche se il mondo le presta poca attenzione.
Il governo ha usato più volte aerei da combattimento per impedire che le due parti si sterminassero a vicenda. Politici e predicatori estremisti aizzano i peul musulmani e i contadini cristiani gli uni contro gli altri. Dal 2016 questi conflitti hanno causato cinque volte più vittime della guerra contro Boko haram. Secondo le stime dell’International crisis group, dal 2011 sono morte 17mila persone, di cui quattromila probabilmente negli ultimi due anni. Profughi e sfollati sono centinaia di migliaia. Lo stato è impotente e né i nomadi né i contadini si fidano della polizia corrotta.
“Ho paura”, ci dice qualche giorno dopo il parroco Moses Daniel, che tutti chiamano Father, padre. La sua canonica sorge isolata su una collina ai margini del villaggio cristiano di Bare, lungo le sponde dell’Hawal, lo stesso fiume verso il quale si dirige Alhaji Gagau con la sua mandria. La canonica è circondata dalle rovine di case contadine saccheggiate dai nomadi negli ultimi due anni: le pareti di fango sono crollate e un tappeto verde di rampicanti le ha ricoperte. “Temo che nelle prossime settimane ci saranno nuovi scontri”, dice Father Moses. I tentativi del religioso cattolico di mediare tra nomadi e contadini hanno sempre meno successo. Negli ultimi due anni quasi tutti i villaggi dei dintorni hanno subìto degli attacchi. Il parroco aspetta con preoccupazione l’arrivo delle mandrie al termine della stagione delle piogge. Proprio come Alhaji Gagau e i suoi, decine di altre carovane peul si stanno dirigendo qui. “Vengono da nord, attraversando le montagne. E io prego il Signore”.
Gagau ha fatto mettere in fondo alla carovana le famiglie con gli asini per proteggerle, mentre lui, ogni volta che teme possibili scontri con i contadini lungo il percorso, raggiunge la testa del corteo brandendo il bastone. Altrimenti se ne sta in mezzo alla mandria, al centro della carovana, in modo da poterne vedere sia il capo sia la coda. Una decina di giovani uomini, ragazzi ancora imberbi, anche loro armati di bastoni e machete, marcia di fianco al corteo. I bambini non più grandi di dodici anni invece corrono con le pecore, e i più piccoli con le capre. Queste piccole mandrie si fanno strada in mezzo a quella dei bovini, sinuose come banchi di pesci.
“Oi, shh, shh, oi, trr, oi, oi”.
Percorrono i primi chilometri rapidamente, attraversando i campi strappati alla montagna. I contadini hanno già terminato il raccolto: la terra è brulla, ci sono solo foglie secche. Gagau assicura che paga ogni singolo contadino per il passaggio: mille naira, 2,50 euro, il doppio di quanto guadagna un bracciante della zona. Via via che procede la mandria incontra sempre più spesso campi in cui il miglio, non ancora raccolto, cresce ad altezza uomo. “Lunguda”, grida Gagau a uno dei suoi ragazzi, “muoviti!”. “Manu, non ti addormentare!”.
I contadini restano a distanza di sicurezza, impugnando asce e machete. Non salutano, se ne stanno lì piantati a fissare la mandria, in silenzio. Gagau sa bene che al minimo errore la situazione potrebbe precipitare. “Lunguda!”, urla, quando un gruppo di vacche affamate irrompe nel campo di miglio senza che il ragazzo reagisca. Lunguda è un ventenne allampanato, figlio di un capofamiglia. “Un bravo ragazzo”, dice Gagau, “ma troppo distratto”.
In Nigeria nomadi e contadini abitano la stessa terra e hanno la stessa nazionalità, ma appartengono a etnie diverse, gran parte delle quali coltiva la terra. I nomadi appartengono per il 90 per cento a un’unica etnia, quella peul, che vive in tutto il Sahel, la fascia di territorio a sud del Sahara che si estende dalla Mauritania nell’ovest al Sudan nell’est. In epoca precoloniale il loro regno comprendeva ampie aree della Nigeria e riducevano in schiavitù le etnie che sottomettevano. I peul sono un’etnia divisa in tanti gruppi, parlano la lingua fulfulde, che dal punto di vista grammaticale è tra le più complesse del mondo, e hanno elaborato una filosofia, chiamata pulaaku. Sono per lo più musulmani, e anche in questo sono diversi dai contadini, in maggioranza cristiani: un elemento che evidentemente non facilita la riconciliazione.
“I nomadi peul sono una piaga”, ha scritto recentemente su Twitter un ex ministro cristiano dalla capitale Abuja. “Sono cattivi. Sono sanguisughe, criminali parassiti e pazzi assassini che si nutrono della carne del nostro popolo”.
Dopo qualche chilometro il sentiero di montagna attraversa una gola, con pareti di roccia da entrambi i lati. Gagau tira fuori il kalashnikov che finora aveva tenuto nascosto sotto il mantello. “Non vedo l’ora di uscire di qua”, dice. “Non è un posto sicuro”. Anche gli altri peul si sono messi in spalla i fucili, quasi tutti a canna liscia e prodotti da fabbri locali.
La guerra contro Boko haram
I due versanti della gola sono abitati dai cosiddetti ladri di uomini, una banda di fuorilegge specializzata in rapimenti. Da un anno usano le caverne che si trovano nella gola come covo, si lamenta Gagau, e da lì fanno la posta alle vittime. Mirano a rapire i contadini più ricchi e i proprietari di bestiame come lui. Li tengono per qualche settimana nelle caverne, li picchiano e filmano le sevizie con i cellulari per chiedere il riscatto.
Nell’ultimo mese Gagau ha saputo di tre rapimenti, tutti in questa gola. In Nigeria l’industria dei sequestri prospera. Nel 2019 la polizia ha arrestato 109 rapitori solo nello stato federale di Adamawa, quello che la mandria di Gagau sta percorrendo da nord a sud.
Sul paese pesano ancora le conseguenze della guerra contro Boko haram. Nel 2014, apparentemente dal nulla, il gruppo islamista era riuscito a portare sotto il suo controllo gran parte del nord, mentre lo stato si era rivelato per quello che è ancora oggi nelle province settentrionali: una chimera, un guscio vuoto che ha permesso a Boko haram di espandersi praticamente indisturbato.
È solo grazie agli imponenti aiuti dall’estero che il gruppo terroristico è stato sconfitto. Il conflitto ha lasciato una società imbarbarita e una popolazione ancora più povera di prima, spaventata, sradicata, sfollata, e passata sotto il controllo di milizie locali che, sfruttando l’assenza dello stato, hanno preso il potere in molti villaggi. Secondo le stime delle Nazioni Unite, in Nigeria ci sono trecento milioni di armi illegali, messe in circolazione dal conflitto con Boko haram.
Dopo ore di cammino sul sentiero di sassi il passo del bestiame si fa insicuro. Gagau indica il manto ormai ispido, con i ciuffi di pelo che stanno su dritti. “Si stanno stancando”, dice a Manu, un ragazzo di diciott’anni orgoglioso di guidare la mandria per la prima volta. Sulle spalle Manu porta un vitellino che trema dalla stanchezza. Verso mezzogiorno la carovana arriva ai piedi delle montagne vulcaniche, il punto in cui la gola si allarga diventando pianura. Oltrepassa i resti di un villaggio abbandonato anni prima, a causa degli scontri tra peul e contadini. “Non so cosa sia successo esattamente qui”, dice Gagau evasivo.
La desertificazione avanza. Ogni anno diventa più difficile trovare erba e acqua
Si sbriga a spingere oltre la mandria, consentendole di riposare solo quando pensa di aver messo una distanza sufficiente tra sé e i ladri di uomini che abitano la montagna. Ci fermiamo sulle sponde di un fiume, in un grande campo di mais già raccolto.
Viene allestito l’accampamento per la notte. Gagau e sua moglie slegano i bagagli con le provviste dal dorso delle mucche. Ogni giorno le famiglie in viaggio devono prepararsi da capo i giacigli. Maimanut, la moglie di Gagau, lo ha imparato dalla madre: da millenni in tutta la zona del Sahel i peul fanno allo stesso modo. La prima cosa è il palo per i vitellini: Maimanut lo pianta nella terra e fissa la lunga fune alla quale legare i quattro vitellini della famiglia. Poi va nel campo a cercare otto robusti steli di mais: li pianta nel terreno disponendoli a forma di cerchio e, piegandoli con cura verso il centro, fissa insieme le estremità. Poi aggiunge delle corde più corte per legare gli steli l’uno all’altro a metà lunghezza. Infine copre sia la struttura sia il terreno con delle stuoie di paglia. Manda i figli maschi nel campo a cercare legna da ardere, mentre le figlie vanno a prendere tre sassi più grandi per formare un focolare.
D’inverno le temperature notturne scendono a poco più di dieci gradi e le persone battono i denti sotto le coperte sottili. Di giorno fanno quasi 30 gradi: comunque freschetto rispetto ai 40 dell’estate.
In Africa fin dalla preistoria i nomadi hanno sempre seguito la pioggia. Le pitture rupestri sulla pietra arenaria del massiccio montuoso del Tassili n’Ajjer, nel Sahara centrale, attuale Algeria, risalenti al sesto millennio avanti Cristo, raffigurano mandrie al pascolo e alla mungitura, e poi abitazioni non troppo diverse da quelle di Gagau e Maimanut.
Ma sembra proprio che questa generazione stia assistendo alla fine di un’epoca. Ogni anno diventa più difficile trovare erba e acqua per gli animali. La desertificazione avanza: secondo le stime dei gruppi ambientalisti, in Nigeria il riscaldamento climatico porta alla perdita di 350mila ettari di terra fertile all’anno. Di conseguenza cresce la concorrenza per le aree rimaste. “I campi che abbiamo attraversato oggi”, dice Alhaji Gagau alla sera, “quattro anni fa ancora non c’erano”. Teme che l’anno prossimo, lungo il percorso attraverso le montagne, anche le ultime aree libere della savana saranno occupate dalle coltivazioni. “Siamo qui da centinaia di anni”, dice. “Come fanno i contadini a dire che questa terra appartiene a loro?”.
La sera nel campo di mais le sette famiglie guidate da Gagau, accampate a una certa distanza l’una dall’altra per avere un po’ di privacy, danno fuoco a grandi cumuli di sterpaglie. Ogni famiglia possiede più o meno quaranta capi di bestiame. Gli animali si radunano attorno ai fuochi fissando le fiamme, il cui calore uccide i parassiti nel loro pelo. I peul sono molto legati ai loro animali: li macellano solo per le festività più importanti e vivono vendendoli o barattandone il latte. Gli danno dei nomi e Gagau conosce quelli degli antenati dei suoi animali fino alla terza generazione. Per i peul gli animali hanno un’anima, sono abitati dai jinn, gli spiriti.
Nella notte sentiamo degli spari, a poche centinaia di metri dall’accampamento. In preda al panico gli animali si disperdono. Sembra che i ladri di uomini abbiano seguito la carovana. Ma presto gli spari finiscono e ritorna il silenzio: si sentono soltanto le rane che gracidano nel fiume.
La mattina dopo
La giornata, cominciata male, minaccia di finire peggio. Davanti a Gagau si staglia una prima fila di piccoli insediamenti da attraversare. Lui, in testa alla mandria, rimane fermo, indeciso, sul sentiero polveroso che conduce al primo villaggio. I suoi ragazzi hanno caricato le armi. L’anno scorso, mentre tornavano verso le montagne e stavano per varcare l’ingresso del villaggio, gli si era parato davanti un gruppo di giovani figli di contadini. Gli erano corsi incontro brandendo i machete, racconta Gagau che, temendo che volessero ucciderlo, aveva sparato. Un ragazzo era caduto a terra. Avevano sparato anche gli altri peul e altri due contadini erano rimasti feriti. A quel punto altri uomini erano accorsi dal villaggio e si erano avventati sulle vacche con i machete, uccidendone sei. “Non so perché il villaggio ci ha attaccati”, dice Gagau.
La catastrofe era stata evitata per un pelo. Gagau aveva già assoldato un gruppo di combattenti peul per vendicare l’uccisione delle vacche attaccando il villaggio. Ma il capo del villaggio aveva inviato dei mediatori per proporre un incontro, che Gagau infine aveva accettato. Pur di evitare la vendetta, il capo del villaggio si era scusato e aveva mostrato a Gagau due dei giovani che l’avevano attaccato rinchiusi nella cella del posto di polizia, in manette e picchiati a sangue. Non avevano agito in nome del villaggio, erano drogati, sniffavano colla, doveva perdonarli. Gagau si era lasciato convincere e aveva perfino rifiutato il risarcimento che il capo del villaggio gli offriva. Tiene all’onore, ma tiene ancor di più alla pace.
La mandria entra nel villaggio, i peul incitano gli animali perché si affrettino. Tutto sembra abbandonato: gli uomini se ne stanno accovacciati a una certa distanza dalla strada, davanti ai banchi chiusi del mercato, e osservano cupi la carovana. In poco tempo i nomadi se lo lasciano alle spalle e spingono il bestiame attraverso altri due centri abitati. Successivamente veniamo a sapere che la maggior parte delle donne e dei bambini dei contadini si era nascosta nei campi.
Un grande e spoglio massiccio montuoso ci separa ancora dal traguardo, la pianura alluvionale dove sorge il villaggio musulmano di Wurdyanka, un ex accampamento nomade riservato alla stagione secca. A 25 chilometri di distanza c’è Bare, il villaggio contadino cristiano dove Father Moses attende spaventato l’arrivo delle carovane peul. Alle pendici della montagna Gagau fa allestire l’accampamento per la notte. Poi i sei uomini che lo seguono con le loro mandrie si consultano, seduti sulla terra arida.
“Non c’è erba neanche là”, dice uno che possiede un cellulare: quasi tutti gli uomini più importanti ne hanno uno, ma non c’è quasi mai campo, giusto in cima a qualche collina. L’uomo ha avuto questa informazione oggi da un suo parente. Ma Gagau continua a sostenere che invece là di erba ce n’è abbastanza. Non riesce a convincerli e il gruppo si divide: oltrepassato il fiume la maggior parte delle sette famiglie si spingerà più in là, verso il sud ricco di piogge.
“Non hanno rispetto per la mia autorità”, lamenta Gagau più avanti nel corso della serata, davanti alla capanna della sua famiglia. Cinque anni fa i capoclan lo hanno eletto perché li guidasse. Prima di lui era suo padre a rivestire questo ruolo, e prima ancora il padre di suo padre. “Eleggessero qualcun altro adesso. Io non mi faccio umiliare”. In effetti finora il suo bilancio da capo è piuttosto modesto. “È come se fossi vittima di un sortilegio”, si lamenta. Nell’anno in cui è succeduto a suo padre, Boko haram ha conquistato i pascoli tradizionali del clan nella Nigeria settentrionale, nello stato federale di Borno. Per decine di anni avevano trascorso lì la stagione delle piogge, mentre nella stagione secca tornavano nei pressi del villaggio di Wurdyanka, proprio come adesso. Ogni viaggio del clan di Gagau ha Wurdyanka come punto di partenza e di arrivo. Qui abitano quasi solo peul. È a Wurdyanka che si stabiliscono gli anziani del clan quando sono ormai troppo deboli per affrontare il viaggio.
Gagau non ha idea di dove si dirigeranno nella prossima stagione delle piogge. Si è già spinto in tutte le direzioni e ovunque ha incontrato solo miseria. Nel suo primo anno a capo della mandria del clan, aveva deciso di andare a sud, nello stato federale di Taraba, perché aveva sentito che lì c’era erba in abbondanza. Solo che era anche pieno di contadini. Lungo il cammino la polizia lo ha arrestato e picchiato. L’hanno lasciato andare solo quando suo padre ha pagato la cauzione. Nel suo secondo anno si è diretto in Camerun con le mandrie di venti famiglie, lasciando donne e bambini a Wurdyanka con gli anziani. Ma dopo un mese in Camerun è tornato indietro: l’erba era tanta, ma erano tanti anche i ladri di bestiame. E poi i peul soffrivano di diarrea: abituati a riso e mais, non tolleravano le radici di igname che si mangiano in quel paese e si ammalavano.
Nel suo terzo anno Gagau ha affrontato nuovamente il viaggio verso nord, verso il Borno. Aveva sentito che il conflitto con Boko haram era finito, ma non era vero. Le bande degli islamisti imperversavano ancora, saccheggiando la savana. Per due volte di seguito nella stagione delle piogge Gagau ha condotto la mandria nella remota zona dei crateri dei vulcani Song, ma probabilmente questa sarà l’ultima volta. “Ormai è quasi impossibile trovare un sentiero percorribile, le coltivazioni sono dappertutto”.
Gagau segue le piste che i peul usano da decenni per la transumanza. Negli anni sessanta il governo le ha messe sotto tutela in tutto il paese, dichiarandole “corridoi migratori”. A segnalarle sono stati messi dei paletti di metallo che arrivano fino alla cintola. I paletti sono ancora lì, ma quasi tutti i corridoi sono diventati campi coltivati. Nessuno ha fatto rispettare la legge, lamentano i peul, nessuno osa scacciare i contadini, c’è troppa pressione sociale.
L’erba non basterà
La mattina dopo il gruppo si divide. Solo due famiglie rimangono fedeli a Gagau e proseguono con lui verso sud, verso il valico oltre il quale c’è Wurdyanka. Lì lo aspetta suo padre. “Vieni a Wurdyanka, figlio mio”, gli ha detto giorni fa al telefono. “L’erba dei campi è già verde”.
Il sole non è ancora sorto e loro arrancano per arrivare al valico, le vacche scivolano sulle rocce, sui cespugli crescono spine lunghe come dita che fanno sanguinare uomini e animali, ferendogli gli occhi come colpi di frusta. Capita – per fortuna di rado – che gli animali restino ciechi, racconta Gagau. L’anno scorso sul passo ha perso quattro capi, caduti giù per la parete rompendosi le zampe. E perfino quassù, dove ci sono solo sassi e poca terra, si imbattono in qualche campo coltivato. I concimi artificiali sono arrivati nella zona per la prima volta sei o sette anni fa e oggi permettono ai contadini di ricavare un raccolto anche dai terreni più poveri.
Quando raggiungono la valle in cui si trova Wurdyanka, esausti ma senza aver perso neppure un animale e portando in spalla i vitelli più deboli, Gagau capisce subito una cosa: l’erba non basterà. Il capo ha sbagliato i calcoli e le famiglie che hanno proseguito il viaggio avevano avuto ragione a metterlo in guardia. A Gagau cominciano a dolere la testa e le ginocchia, ed è solo grazie alle medicine che riesce a continuare la marcia. L’erba nella valle è bruciata per il caldo, il suolo coperto da fili d’erba secchi e foglie avvizzite. Gagau conduce la mandria attraverso un paesaggio inaridito, sulla strada che porta a Wurdyanka. Lì, su un colle, vivono i suoi genitori. Ma neanche lì ci sarà erba. Dalla casa dei genitori si vede in lontananza il fiume presso il quale Father Moses attende l’arrivo delle carovane peul nel villaggio di Bare.
“Ho paura”, dice Gagau. Sa che i prossimi mesi porteranno miseria e povertà.
Le violenze maggiori si registrano nella Nigeria centrale, nella middle belt, dove le aride savane settentrionali incontrano i fertili paesaggi fluviali del meridione. Dal nord un numero crescente di nomadi cerca di sfuggire alla siccità spingendosi il più possibile verso sud. Il primo grande fiume che incontrano è l’Hawal, sulle cui sponde sorge il villaggio di Bare. È qui che corre il fronte della guerra per l’acqua. Da entrambi i lati regna la disperazione.
“In ogni mio sermone metto in guardia i contadini: non lasciate il villaggio il venerdì”
La mandria di Gagau raggiunge la valle del fiume e tre giorni dopo il villaggio di Bare sembra sotto assedio. È venerdì e come spesso succede in quel giorno le mandrie dei peul stanno bloccando la via d’accesso. Verso sera Father Moses siede nella sala da pranzo della missione con la quarta bottiglia di birra Tiger davanti a sé. È un uomo muscoloso con i baffi, di certo non il tipico parroco, per molte cose ricorda Don Camillo. Ride molto, beve molto e ama parlare chiaro. “In ogni mio sermone metto in guardia i contadini: di venerdì non dovete lasciare il villaggio”. Perché il venerdì è giorno di mercato e i giovani peul portano le bestie all’ingresso del villaggio, per estorcere un pedaggio ai contadini.
Father Moses ha appena aperto un’altra bottiglia quando riceve una telefonata: gli comunicano che hanno di nuovo chiuso la strada. “Devo andare, altrimenti rischiamo un bagno di sangue”, dice correndo fuori verso la sua jeep.
Noi reporter abbiamo cambiato fronte, una manovra delicata. Arrivati in pianura abbiamo lasciato la mandria di Gagau, senza informarlo dei nostri piani per motivi di sicurezza. Abbiamo cambiato interpreti: quelli nuovi sono cristiani, perché se ci accompagnassero dei musulmani a Bare saremmo accolti con ostilità. Per motivi di sicurezza non riveliamo neanche che fino a poco tempo fa eravamo sotto la protezione dei peul.
Bare è un villaggio di erba e fango. Ci vive l’etnia bwazza, uno dei gruppi nigeriani più piccoli: conta seimila persone, di cui duemila solo a Bare. Ma i numeri esatti non li conosce nessuno. Il villaggio sorge su un’altura che sovrasta il fiume Hawal e si compone di piccoli gruppi di capanne circolari di fango con il tetto d’erba, strette le une alle altre. A Bare c’è un’unica strada, larga a sufficienza per un’automobile. Ciascun gruppo di capanne segnala la presenza di una famiglia allargata: benché in maggioranza cristiani, gli abitanti sono poligami e molti uomini hanno tre mogli. Ogni moglie abita nella sua capanna insieme ai figli. Gli alloggi delle famiglie sono separati tra loro da stuoie d’erba intrecciata e anche il villaggio è nascosto al mondo esterno da una sorta di cinta muraria fatta di stuoie d’erba.
Qualche anno fa, quando la popolazione in crescita non ha più avuto spazio sulla collina sopra il fiume, gli abitanti hanno creato un nuovo insediamento sulla collina a fianco, a un chilometro di distanza. Lo hanno chiamato Daso, il nome dell’erba. Il villaggio è stato eretto nelle vicinanze della missione e della scuola, costruita dalla chiesa cattolica grazie alle offerte ricevute dall’estero. Daso sembrava rappresentare il futuro: campi più fertili, case più grandi in mattoni e cemento. Pochi anni fa il governo ha anche portato la corrente elettrica. Ma dopo aver subìto diversi attacchi dei peul nel 2018 e 2019, Daso è ormai quasi completamente distrutto. La gente ha paura e non va più nei campi. Gli abitanti sono fuggiti e sono tornati a Bare. È rimasto solo Father Moses nella sua canonica.
Il parroco riemerge dall’oscurità, con i jeans e la maglietta sporchi di fango. Percorre avanti e indietro la sala da pranzo, racconta agitato che è uscito dal paese in macchina e ha proseguito finché la mandria non gli ha bloccato la strada. Quando è arrivato, alcuni uomini della milizia del villaggio avevano già cominciato a bersagliare il bestiame con frecce avvelenate. La maggior parte dei peul è scappata, ma i contadini hanno dato la caccia a uno di loro che si era nascosto in un fosso. Fuggiva a zig zag per i campi e se Moses non lo avesse inseguito con la sua jeep sarebbe riuscito a farla franca. “L’ho urtato con la macchina”, dice. Poi gli uomini della milizia lo hanno aggredito. “E se non fosse stato per me, lo avrebbero ucciso”. Gli anni a Bare hanno indurito Father Moses. “Da privato cittadino dico che dobbiamo combattere i peul con la violenza, è l’unico linguaggio che conoscono. Ma ovviamente come uomo di chiesa devo dire: parliamone, trattiamo”.
Adesso è notte e il prigioniero è disteso fuori, davanti alla canonica, dove dopo gli scontri degli ultimi mesi è stato allestito un avamposto militare difeso da dodici uomini. “Guardatelo!”, esclama il parroco andando dal prigioniero. Il ragazzo è disteso a terra nel buio, mani e piedi legati. Il parroco gli illumina il viso sporco con una torcia. “Lo hanno conciato proprio male”. Prima lo hanno picchiato gli abitanti del villaggio, poi i soldati. “Liberatelo”, dice Father Moses ai militari. “Altrimenti i peul verranno a riprenderselo”. Il ragazzo chiede dell’acqua, un soldato gliela dà. Negli ultimi anni a Bare la pace è svanita giorno dopo giorno. Per molto tempo contadini e peul hanno convissuto: i proprietari delle mandrie vendevano il latte, i contadini il raccolto. C’era chi pagava i peul perché facessero pascolare gli animali nei campi dopo il raccolto per concimarli. Sapevano che dove le vacche pascolavano il raccolto sarebbe stato migliore.
Attacchi e vendette
Nel 2014 c’è stato il primo morto, pare fosse un contadino. Nei campi intorno a Wurdyanka si moltiplicavano gli scontri per il diritto di pascolo. Spesso i peul si rifiutavano di pagare i risarcimenti per i campi distrutti: questa è la versione dei contadini, che dicono di essersi vendicati macellando qualche animale. Nel 2016 quasi tutti i villaggi lungo il fiume hanno subìto gli attacchi dei peul. “Vogliono islamizzare l’intera regione”, sostiene Father Moses. Il suo timore è condiviso da molti cristiani.
Daso è stato distrutto per la prima volta nel giugno del 2018. Il massacro con machete e fucili a canna liscia è durato tre giorni: sono morti 25 contadini e 75 sono stati feriti. Quanti peul abbiano perso la vita non si sa. Father Moses è l’unico che i peul tollerano ancora, tutti gli altri sono scappati. Per l’inverno la situazione sembrava essersi tranquillizzata e il prete ha invitato i fuggitivi di Daso a tornare nel villaggio. Ma non aveva capito come stavano le cose: poco dopo i peul hanno attaccato di nuovo, appiccando ancora una volta il fuoco. Da allora la guerriglia continua e nessuno sa bene come fermare la spirale della violenza.
Nella notte il parroco telefona all’ardo di Wurdyanka. Gli ardo sono i capi tradizionali peul e a questo ardo è sottoposto anche Gagau. Il capo nega ogni responsabilità nell’incidente. Poco dopo nel cortile della canonica arriva una piccola delegazione per portare via il ragazzo picchiato. “C’è un’unica soluzione al nostro problema”, dice uno degli inviati peul. “O noi sconfiggiamo voi o voi sconfiggete noi. Altrimenti non ci sarà mai la pace”. Tra le proteste dei miliziani del villaggio i soldati liberano il ragazzo. Non vogliono avere problemi con i peul. Anche se il tribunale della città più vicina dista solo qualche chilometro, non si tiene alcun processo. Non c’è udienza pubblica, non si sentono testimoni. Nessuna delle due parti ha modo di esporre la propria accusa e la propria difesa. E così, mese dopo mese, a vendetta segue vendetta e a colpa segue colpa.
Le tre vedove
Il giorno dopo a Bare lo scontento è grande. Negli ultimi mesi cinque abitanti del villaggio sono morti negli attacchi lungo la strada d’accesso. “Ora che hanno catturato un criminale lo lasciano andare”, protesta Alice Charles Leku, una delle vedove di Charles Leku. Sedute davanti alle capanne dei parenti con cui vivono da quando sono state cacciate da Daso, le donne – di 54, 39 e 33 anni – portano fazzoletti colorati e magliette che provengono dalle raccolte di abiti usati europei. Charles Leku era uno degli anziani del villaggio, presidente della sezione locale del People’s democratic party, fino a poco tempo fa il partito di governo in Nigeria. Leku e Father Moses erano quelli che il villaggio mandava a trattare con i peul quando c’era un conflitto.
Anche la sera del 29 agosto 2018 avevano cercato di trovare una rappacificazione con i nomadi. Qualche ora dopo Charles Leku era morto.
Dorcas Charles Leku, 39 anni, racconta: “Quel giorno eravamo tornati per la prima volta nei nostri campi. Dopo l’attacco del giugno 2018 non avevamo mai avuto il coraggio di farlo. Mi accompagnava mio marito e con noi c’era anche nostro figlio Donald, che aveva quattro mesi. Andavamo a piedi da Bare a Daso, dove abitavamo prima. A ovest di Daso c’è la mia risaia. Quando siamo arrivati abbiamo visto che il riso era già abbastanza alto. A quel punto abbiamo sentito degli spari: sei uomini si sono avvicinati correndo. ‘Corri!’, mi ha gridato Charles e io ho cominciato a correre, e anche lui, ma poi è scivolato e lo hanno preso. Mi hanno detto: ‘Non ti faremo nulla. Vogliamo solo tuo marito’. Ho visto solo che cominciavano a colpirlo con i machete e lui gridava, chiamava il nome di suo figlio Donald. Poi sono corsa via, non ho visto che gli tagliavano la testa, ma quando i nostri uomini lo hanno riportato al villaggio la testa di Charles non c’era più”.
A Bare quasi ogni famiglia ha perso dei parenti e quasi ogni casa ha accolto sfollati di Daso. La maggior parte delle capanne sono strapiene e sembrano accampamenti di fortuna. Anche i ruderi vengono abitati.
Quando Charles Leku era vivo, le tre vedove appartenevano alla famiglia più ricca del paese: nei campi di Leku lavoravano tre braccianti e c’era abbastanza denaro per mandare a scuola i figli più grandi. Ora sei bambini su dieci hanno dovuto lasciare la scuola, i campi sono incolti e le tre donne devono andare a lavorare a giornata: una guadagna qualcosina trasportando l’acqua, l’altra fa la birra, la terza lavora nei campi altrui. Ma non tutti i giorni c’è da lavorare. A Bare molte persone soffrono la fame.
I peul sono l’ultimo grande popolo nomade della Terra. E hanno i giorni contati
Charles Leku è sepolto sotto la chioma dell’albero sacro di Bare, che si dice sia abitato dallo spirito di Nkut, il dio protettore del villaggio. Su una stuoia all’ombra dell’albero siede Martin Leku, fratello minore di Charles e sacerdote di un culto tradizionale. Sotto l’albero riceve malati e gente disperata.
“Mi chiedo cosa stiano facendo con la testa di mio fratello”, dice. Alcuni testimoni gli hanno riferito che i peul hanno reagito a quello spettacolo esultando e sparando in aria per la gioia. La superstizione vuole che finché avranno il cranio di uno degli uomini più importanti della comunità, l’intero villaggio sarà in loro potere.
Da allora il fratello sacerdote tenta di ritrovare la testa di Charles. Si è messo in viaggio per incontrare un altro sacerdote qualche villaggio più in là. Lui ha versato delle erbe nell’acqua ed entrambi ci hanno guardato dentro: hanno visto la testa di Charles con il viso rivolto verso l’alto e tante mani che la sostenevano. “Così abbiamo saputo che era ancora nelle mani dei peul”.
Poi Martin Leku è stato da un veggente specializzato nel ritrovamento dei dispersi. Con un vetro e quattro legnetti incisi a mano l’uomo ha costruito un piccolo specchio, ci ha sventolato sopra una coda di vacca e poi entrambi hanno guardato la superficie. Per qualche minuto non hanno visto niente, poi è apparsa la testa di Charles. Questa volta era appoggiata a un masso ai cui piedi sedevano molti peul. Il veggente riusciva addirittura a descrivere dove si trovava esattamente il masso. Tornato a Bare, Martin Leku ha chiesto a sette ragazzi di accompagnarlo armati di fucili, arco e frecce. Ma quando il giorno dopo hanno raggiunto il masso, il cranio non c’era. Finora Martin Leku ha consultato quattro stregoni spendendo molto denaro.
“C’è abbastanza terra per i peul e per noi”, dice. Le persone che vanno in pellegrinaggio da lui sono ancora più numerose di quelle che vanno da Father Moses. “Solo che i peul vogliono liberarsi di noi, vogliono la terra tutta per loro”. Su questo il prete e lo stregone la pensano allo stesso modo.
Nella capitale Abuja l’élite del paese discute da anni di come mettere fine alla strage. Dopo molti tentativi falliti, nel 2018 il governo ha presentato il piano nazionale per la trasformazione degli allevamenti.
Entro il 2027 si dovrebbero creare fattorie moderne per 176 milioni di euro. L’obiettivo è rendere stanziali i nomadi, non con i divieti ma con gli incentivi. Le fattorie dovranno avere accesso all’acqua, al mangime industriale, ai veterinari e alle scuole.
Finora il progetto non è stato attuato per l’opposizione dei proprietari terrieri, dei governatori degli stati federali e della popolazione stanziale, che rifiuta di cedere grandi aree ai peul. Molti esperti inoltre dubitano che queste aziende agricole possano sopravvivere sul mercato senza grandi capitali a disposizione. E le centinaia di migliaia di giovani pastori di cui le famiglie non avrebbero più bisogno? Finirebbero in miseria, e magari a ingrossare le file di Boko haram.
Caino scaccia Abele
I peul sono l’ultimo grande popolo nomade della Terra, venti milioni di persone che vivono tutte in Africa. Ma gli ultimi nomadi sembrano avere i giorni contati. La pressione demografica è troppo grande. Caino, il contadino, scaccia il fratello Abele, definitivamente.
In Nigeria dove non arrivano i tecnocrati arriva la violenza. A Bare è stata creata la milizia Anila, una brigata di volontari composta al momento da 135 uomini che pattugliano il villaggio in due turni guidati da un poliziotto in pensione. Quando fanno la ronda nel villaggio suonano corni di vacca. Hanno armi primitive: sparano con i fucili a canna liscia e lanciano frecce avvelenate che dovrebbero essere letali. Gli uomini di Anila sostengono di non aver ancora ucciso nessuno, ma i peul li accusano di aver compiuto dei massacri.
La protezione che Father Moses sperava di ottenere dai dodici soldati dell’avamposto si è rivelata una minaccia. I militari alloggiano in un edificio di fronte alla canonica. Ogni sera verso le undici, quando le ragazze, spesso minorenni, sgattaiolano dai soldati, e poi di nuovo tra le quattro e le cinque del mattino, quando tornano dalle loro famiglie, in canonica riecheggiano i latrati dei cani. Una notte con una ragazza costa ai soldati 2,50 euro. Father Moses ha saputo di alcune gravidanze e della condanna sociale e teme che presto ci saranno anche i primi casi di aids. “Ho portato l’epidemia a Bare”, si rammarica.
Al telefono Gagau ci racconta che dopo un’altra settimana lui e la sua mandria hanno raggiunto Wurdyanka, dove vivono i suoi genitori, assieme a zie e zii con cui si dividono cinque capanne circolari isolate su una collina. Lì il governo ha istituito una grazing reserve, una riserva di pascolo per i peul: arbusti spinosi, erba secca e polvere.
Gagau vorrebbe ripartire con la mandria a marzo, mese di massima siccità e miseria, quando gli animali rischiano di morire. Costruirà due capanne sulla collina per la famiglia e la lascerà lì. Assolderà altri uomini armati e oltrepasserà Bare per dirigersi a sud.
Teme che questa volta qualcuno possa morire. “Devo trovare una strada che ci porti all’erba. Non ho scelta”, ci aveva detto nell’ultima notte del nostro viaggio insieme. Sopra di lui brillavano le stelle che per migliaia di anni hanno indicato ai peul la direzione da seguire nella savana, ma che da tempo hanno perso la loro funzione. Le stelle non possono indicare a Gagau la via d’uscita. Sono solo minuscoli puntini bianchi, freddi e lontani. ◆ sk
Wolfgang Bauerè un giornalista tedesco del settimanale Die Zeit. Il suo ultimo libro è Le ragazze rapite. Boko Haram e il terrore nel cuore dell’Africa (La Nuova Frontiera 2017).
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1353 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati