Attraversiamo un paesaggio verdeggiante, superando paesi e villaggi. Qui e là ci sono ancora case distrutte, ricordi della guerra che si è consumata tra il 1992 e il 1995. È il 2012 e sono in macchina con mio zio Titi, che per me è come un secondo padre. Titi è il nomignolo che gli ho affibbiato quand’ero bambino. Abbasso il finestrino. Fa un caldo torrido nel paese del sangue e del miele.

La mia città natale, Prijedor, dove abitano lo zio Titi e la zia Mirjana, dista una ventina di chilometri dal paese della nonna. A metà strada nella macchina s’insinua uno strano odore metallico. Ci stiamo avvicinando al complesso minerario della cittadina di Omarska. Guardo dal finestrino e a destra della strada vedo un grande capannone industriale rosso. Quel colosso riporta a galla una certa nostalgia: è il segno che siamo quasi arrivati dalla nonna. Gli edifici orribili mi affascinano fin da quando ero piccolo, e questo è sempre stato particolarmente brutto e spoglio.

Ho scoperto da poco che durante la guerra la miniera fu il teatro di una delle peggiori atrocità compiute in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Qui, nell’estate del 1992, migliaia di croati e bosgnacchi (bosniaci musulmani) furono tenuti prigionieri e seviziati dai loro vicini serbi. Una vicenda rimossa da molti serbi di Prijedor.

“Guarda cosa stanno facendo. Tra un po’ qui non rimarrà niente della natura”. Lo zio Titi indica delle escavatrici in azione. Non molto tempo fa qui c’era un bosco e scorreva un fiume. Ora ci sono montagne di sabbia e residui di rame. Annuisco. “Hanno fatto un disastro”.

Dopo qualche esitazione mi azzardo a fare la domanda: “La miniera che abbiamo appena passato… Cos’è successo lì durante la guerra?”. Secondo lo zio Titi il capannone industriale di Omarska era un centro di detenzione. “Ci chiudevano i bosgnacchi e i croati che, armati, si ribellavano a noi, ai serbi. Era per la loro e la nostra sicurezza”.

Allora i crimini sono tutti bugie? Nella macchina cala il silenzio. Osservo mio zio, il suo sguardo è fisso sulla strada. I lineamenti del viso s’irrigidiscono. Sembra arrabbiato, lui che di solito non si arrabbia mai. “Un vero soldato serbo non farebbe cose del genere! Sono stati i bosgnacchi, non siamo stati noi”. Alla fine ammette che dei crimini di guerra sono stati commessi. “Ma i nomi dei nostri li faremo solo se li faranno anche i croati e i bosgnacchi!”.

Il paese perduto

È il 1999. Il mio primo giorno di scuola al centro di accoglienza per richiedenti asilo di Apeldoorn, nei Paesi Bassi. Siamo seduti in cerchio, alla mia sinistra e alla mia destra bambini sconosciuti: è il rituale del mattino. Chiudo gli occhi, vorrei essere invisibile. È l’inizio della mia vita olandese, ma l’unica cosa che riesco a pensare è: perché sono qui e non a casa? Il che mi spinge a farmi altre domande: perché è cominciata la guerra? Cos’è successo nel paese dove sono nato?

Comincia così la ricerca della verità, una ricerca che corre parallela agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, trascorsi a Veghel, nella provincia del Brabante e, più tardi, alla mia vita di studente a Tilburg. Parallela, ma nascosta. A parte il nome e l’abitudine di cenare con un panino, c’è poco che tradisca le mie radici balcaniche. Con i coetanei non parlo mai della guerra in Bosnia. Un istinto che mi porto dietro dall’infanzia, quando essere diverso voleva dire essere fuori dal giro.

A cinque anni cerco negli atlanti quel paese perduto che un tempo faceva parte della Jugoslavia e che oggi si chiama Bosnia Erzegovina. Durante l’adolescenza dedico migliaia di ore alle ricerche su internet. Testimonianze, video, documenti dell’epoca. Durante i viaggi nei Balcani parlo della guerra con diverse persone. A poco a poco diventa chiaro come si sia arrivati alla violenza e cosa sia successo a Prijedor. Una follia nazionalistica che ha portato ai campi di concentramento e agli omicidi di massa. I colpevoli sono serbi, proprio come mio padre, suo fratello Titi e tutti gli altri uomini dal lato paterno della famiglia. Hanno combattuto nell’esercito serbo, che è stato responsabile di crimini come quello di Omarska.

“Se parlassi con tuo zio della guerra”, dice mia madre, croata, mentre preparo la valigia, “temo che sarebbe la nostra ultima conversazione”. I miei genitori scapparono da Zagabria nel 1991. Erano studenti. Lì la guerra era già cominciata e per mio padre, serbo, la situazione era diventata troppo pericolosa. Finirono nel paese della nonna. In Bosnia la mobilitazione era in pieno fermento, e mio padre non voleva combattere. Tutti gli altri uomini della famiglia erano già al fronte in Croazia.

Un anno più tardi cominciò la guerra in Bosnia e per paura della polizia militare anche mio padre si unì all’esercito serbo. Ai miei genitori fu assegnata una casa nel quartiere di Puharska, a Prijedor, dove prima della guerra vivevano soprattutto ­bosgnacchi. “Quelli che erano rimasti nelle loro case erano vittime di continue intimidazioni notturne. Venivano attaccati da bande di serbi e la polizia non faceva niente per difenderli”, ricorda mia madre. Mio padre aveva con sé una pistola anche quando non era al fronte. “Nel caso i vicini fossero in pericolo”.

Nel 1994 nacqui io. Per cinque anni vivemmo in quella casa, poi gli inquilini originari vennero a rivendicarla. Che non fosse casa nostra mi fu detto anni più tardi.

Oggi a Prijedor non c’è quasi più niente a ricordare i tempi della guerra. La città fa parte della Republika Srpska, una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina insieme alla Federazione croato-musulmana. Qui i giornali e le tv considerano il conflitto degli anni novanta una guerra di difesa. Neanche una parola sugli eccidi serbi.

A Prijedor l’amministrazione comunale nega da anni la costruzione di un monumento per i 102 bambini e bambine uccisi durante il conflitto. Davanti al comune però ce ne sono due per i soldati serbi caduti. I crimini del 1992 sono documentati e una parte dei colpevoli è stata giudicata dalla Corte penale internazionale dell’Aia per la ex Jugoslavia. Rimane una domanda: perché la città tace?

**Non siamo in Europa **

Aprile 2017. L’aereo mi porta da Eindhoven a Tuzla, dove aspetto la corriera per Prijedor. Mentre ordino qualcosa da bere in un bar, entra una signora con due valigie pesanti. Chiede se può accendersi una sigaretta. “Certo, non siamo mica in Europa qua”, risponde la cameriera.

In Bosnia l’Europa è considerata un luogo lontano, un’illusione impalpabile. Pochi si sentono legati a concetti come socialdemocrazia, giustizia e riconciliazione. Cose così esistono solo sulla carta.

Quattro ore dopo siamo a Prijedor. I paesi che attraversiamo sono per la maggior parte etnicamente omogenei. Tutti sanno dove vivono i serbi ortodossi, i bosgnacchi musulmani e i croati cattolici. Questa gente condivide la stessa lingua e ha una storia comune ma è divisa da numerosi bagni di sangue. Il nome basta a sapere a che gruppo appartieni, e in tempo di guerra questa è una ragione sufficiente per essere uccisi.

Mia nonna, ormai morta, parlava spesso dei bosgnacchi e soprattutto degli ustascia, i fascisti croati, che massacravano i serbi durante la seconda guerra mondiale. Nel luglio del 1942 le forze dell’Asse organizzarono l’offensiva della Bosnia occidentale contro le truppe di Tito. Si combatté su un massiccio montuoso vicino a Prijedor. Alla battaglia seguì un genocidio: furono uccisi ventimila serbi, per la maggior parte civili. Nei campi di concentramento degli ustascia venivano applicati metodi di tortura temuti perfino dai nazisti.

“Convertire un terzo dei serbi, cacciarne un terzo e ammazzarne un terzo” era il motto del governo filonazista del fanatico cattolico croato Ante Pavelić. Secondo gli storici le vittime serbe del terrore ustascia furono tra le due e le trecentomila. Anche il paese della nonna fu invaso. “Eravamo impotenti. In qualsiasi momento potevamo essere violentati o uccisi, e tutto nelle nostre case”, raccontava. Tra gli ustascia c’erano anche dei croati dei paesi vicini, gente con cui qualche anno prima ci si sarebbe salutati cordialmente.

Studenti di Prijedor in visita al museo dedicato alla battaglia del monte Kozara, combattuta nel 1942 tra nazisti e partigiani jugoslavi, 5 giugno 2018. (Alessandro Penso per Internazionale)

Ubriachi di follia

Dopo la seconda guerra mondiale arrivarono i partigiani di Tito. Crearono una nuova nazione socialista: la Jugoslavia. Che non era governata da una potenza occupante, ma dagli stessi serbi, croati e bosgnacchi. Un progetto idealistico e romantico. Ma il romanticismo esige spesso dei sacrifici.

Nella nuova Jugoslavia ai singoli popoli era vietato commemorare le proprie vittime. Il motto era Bratstvo i jedinstvo, fratellanza e unità. I bambini a scuola non studiavano il genocidio dei serbi, ma le “vittime del fascismo”. Molti massacri, anche di altri popoli, furono nascosti sotto il tappeto. Bisognava costruire una nazione: parlare del passato avrebbe solo suscitato risentimenti. E sarebbe stato un freno al progresso. Dopo la seconda guerra mondiale Prijedor diventò un centro industriale. Tre grandi miniere di rame e la più grande cartiera d’Europa contribuirono alla relativa prosperità economica dei suoi abitanti. La città si sviluppò, ma i ricordi dell’orrore del passato erano ancora impressi nella memoria di molti serbi. “In quegli anni non sapevamo nemmeno chi fosse croato, bosgnacco o serbo”. Per Josipa Jurić-Suljanović, che ha ottant’anni, il periodo precedente alla guerra cominciata nel 1992 fu idilliaco. Nella vetrinetta nel salotto della sua casa nei Paesi Bassi c’è una foto di Tito. Subito dopo la seconda guerra mondiale un serbo uccise suo padre. “Lo chiamavano ustascia perché era croato”. Nonostante tutto lei continuò a vivere in pace con gli altri cittadini di Prijedor, che all’inizio degli anni novanta contava 112mila abitanti. I bosgnacchi rappresentavano circa il 45 per cento della popolazione e i serbi erano altrettanto numerosi.

Dopo il crollo del regime comunista, nel 1990, commemorare le vittime tornò a essere legale. Le adunate acquisirono una valenza nazional-politica. Cinquant’anni di sofferenza repressa diventarono la scusa per un nazionalismo sfrenato. “Tre dita alzate. Ere il gesto con cui cominciarono a salutarsi molti serbi”, ricorda Jurić-Suljanović. La radio di stato parlava sempre più spesso di un “ritorno degli ustascia”. Quando nel 1991 scoppiò la guerra in Croazia, la città si riempì di soldati serbi.

Eppure non erano molti gli abitanti di Prijedor convinti che nella loro città multietnica potesse scoppiare una guerra. “Per me e le mie amiche era tutto uno scherzo”, racconta ridendo Jurić-Suljanović. “Non si giudicano mica le persone per la loro nazionalità”. L’atmosfera si fece più cupa il 29 aprile 1992, quando venne ucciso il poliziotto serbo Radenko Djapo. Il colpevole rimase ignoto. Per il partito nazionalista dei serbi di Bosnia Sds fu l’alibi per prendere il controllo della città con l’aiuto dell’esercito. Si parlò di una reazione spontanea e necessaria per “proteggere la popolazione”, ma i documenti emersi anni dopo alla corte dell’Aia hanno dimostrato che si era trattato di un’operazione politica ben pianificata.

Il primo obiettivo furono i bosgnacchi del vicino paese di Hambarine. L’esercito serbo attaccò il 22 maggio, quattrocento persone fuggirono nei villaggi vicini. Chi rimaneva indietro veniva ucciso. La mattina dopo un centinaio di bosgnacchi e croati con poche armi attaccarono la città di Prijedor. Era un tentativo disperato, non avevano alcuna possibilità contro i seimila soldati serbi armati fino ai denti. Sventato l’attacco, cominciò la pulizia etnica della città.

“L’assalto avvenne di mattina”, ricorda Jurić-Suljanović. Insieme al figlio Narcis e ad altri, era nascosta nella cantina di alcuni parenti. “Sentivamo spari ed esplosioni. Sempre più numerosi e sempre più vicini. Nella cantina si respirava paura, potevamo quasi sentirne il sapore.”

Il campo di concentramento di Keraterm a Prijedor, il 5 giugno 2018 (Alessandro Penso per Internazionale)

“Fu subito chiaro che non eravamo più i benvenuti nella nostra città”, racconta Narcis Suljanović. Dalla finestra del bagno vide una granata colpire il minareto di una moschea. “In quel momento pensai: se si comportano così con gli edifici, cosa faranno alle persone?”. Decisero di scappare, ma i soldati serbi aprirono il fuoco non appena misero piede fuori casa. Il piano terra di un palazzo gli offrì riparo. Dalla finestra Suljanović vide enormi nuvole di fumo sopra la sua città. Aveva vent’anni.

Quell’estate i paesi dei dintorni abitati da bosgnacchi e croati furono devastati, la gente cacciata o uccisa. I bosgnacchi furono obbligati a portare una fascia bianca al braccio e ad appendere dei panni bianchi davanti alle loro case in segno di resa. Circa ventimila persone finirono nei tre campi di Keraterm, Omarska e Trnopolje. Narcis Suljanović, la sua fidanzata e sua madre sopravvissero nascondendosi da alcuni amici in città. “Per strada non eravamo al sicuro. Anche le persone per bene di punto in bianco avevano cominciato a odiarci. Se i soldati ci riconoscevano o ci chiedevano la carta d’identità, rischiavamo di essere uccisi su due piedi. Era come se tutti fossero ubriachi di follia”. Più di tremila bosgnacchi non sopravvissero a quell’estate. Tra le vittime ci furono i 102 bambini di Prijedor. I serbi persero 36 soldati.

Oggi, venticinque anni dopo la pulizia etnica, a Prijedor non vive più quasi nessun croato. I serbi sono la maggioranza, 55mila persone, e gran parte dei 28mila bosgnacchi è in città solo per le vacanze estive. Nelle scuole superiori i ragazzi non imparano niente della guerra. “Il novanta per cento della mia generazione non ha idea di cosa sia successo nella nostra città”, dice Katrina, che frequenta le superiori, in una puntata del programma per ragazzi Perspektiva. Nei libri di storia si trova una sola frase: chiedi agli adulti. “Ma se lo faccio”, dice Marko, un altro studente, “mi rispondono che non sono ancora abbastanza grande. Come possiamo scoprire la verità?”.

L’umorismo di zio Titi

“Perché non mangi niente, piccolo?”. Ho già finito il secondo piatto, ma la zia Mirjana vuole essere sicura che non abbia ancora fame. Il palazzo dove vivono i miei zii è stato costruito per i veterani di guerra. Serbi, si capisce. Starò qui per qualche settimana. Lo zio Titi è stato gravemente ferito durante la guerra: per giorni la sua vita è stata appesa a un filo.

È sera. Srdjan, il mio cugino preferito, è venuto a trovarci. Vive con la moglie e due bambini in un palazzo poco distante. Siamo seduti tutti e quattro sul lungo divano del salotto e parliamo di un lontano conoscente che dopo vent’anni di lavoro non ha ancora uno stipendio regolare. Viene pagato con buoni alimentari. Mantiene la famiglia coltivando verdure e vendendole al mercato. E il suo capo se la cava con un semplice: “Scusa, adesso non ho soldi”. Abitudini bosniache: se il principale ha agganci in politica – cosa che succede spesso – è meglio stare alla larga dai tribunali. “Proprio come in questo caso”, dice Titi. “Mettiamo che quest’uomo voglia fare causa al suo datore di lavoro perché non lo paga. Impossibile, perché non è scritto da nessuna parte che lavora per lui. La vittima non ha nessun appiglio per dimostrare la verità”.

“Per non parlare delle possibilità di mettere da parte una pensione decorosa”, aggiunge mia zia. Il cugino Sdrjan scoppia a ridere. Ridono anche i miei zii. Qui fanno così: è l’umorismo nero tipico della Bosnia, a cui mi devo abituare di nuovo. Tutti sono rassegnati e accettano le cose così come stanno. “Lo facciamo per non impazzire. Ci sono così tante situazioni tristi attorno a noi che è meglio prenderla a ridere”, spiega Sdrjan. Qualche settimana fa ha ricevuto una telefonata dal suo capo. Voleva sapere quanto durava il sesso con sua moglie. “Ehm… Quindici minuti?”, aveva risposto. “Bene”, era stata la reazione del capo. “Per il resto della giornata sei a mia disposizione per rispondere alle telefonate di colleghi e clienti”. Non pagato, ovviamente.

Sadmir e Armin davanti alla scuola del villaggio di Zecovi, il 7 giugno 2018 (Alessandro Penso per Internazionale)

Le condizioni di lavoro sono pessime per molti bosniaci. “Se ti lamenti, ti buttano fuori”, dice zia Mirjana, che da vent’anni è impiegata in una fabbrica di biscotti. “Guadagniamo 350 euro al mese. Facciamo turni di nove ore e abbiamo una pausa di un quarto d’ora al giorno. In questo momento 31 dei miei 367 colleghi sono in congedo di malattia a lungo termine”. Spesso hanno disturbi legati allo stress. Due mesi fa Mirjana ha avuto un ictus. “Per fortuna dai noi ci sono i permessi per malattia. In molte aziende vale la regola ‘niente lavoro, niente stipendio’”.

Se non possiamo parlare del passato, come possiamo andare avanti? Lo chiedo a Goran Zorić nel quartier generale di Kvart, un’organizzazione di Prijedor piuttosto discussa. Hanno una manciata di soci, quasi tutti di poco più di trent’anni, a cui piace ancora definirsi ragazzi. Le pareti e i mobili sono pieni di adesivi antifascisti, slogan come don’t forget Prijedor 92 e foto delle vittime del genocidio serbo del 1942. Sul divano accanto a Zorić ci sono Zorana Dabić, 31 anni, e Branko Ćulibrk, 29. Sono tutti e tre serbi. “Parlare delle stragi è la condizione necessaria per fare anche solo un passo avanti come società”, dice Zorić. Sopra alla sua testa è appesa la bandiera della Repubblica socialista di Bosnia ed Erzegovina, che esisteva ai tempi della Jugoslavia. “Ma non basta dire ‘sì, gli orrori del 1992 sono successi’. Bisogna collegarli ai problemi sociali ed economici del paese”.

**Giovani e nazionalisti **

A Prijedor le attività di Kvart non sono gradite a tutti. Me ne accorgo quando chiedo a un negoziante se posso usare il suo telefono per chiamare l’organizzazione. “Puoi chiamare tutti, tranne quei traditori!”, dice. Perché reagisce in maniera così violenta? “Parlano solo delle stragi di Prijedor. E le vittime serbe in altre parti della Bosnia?”. A ogni tentativo di parlare degli avvenimenti della sua città, l’uomo ribatte tirando in ballo i crimini contro i serbi. “Nel campo di concentramento di Jasenovac sono stati uccisi 800mila serbi!”. Una cifra smentita da tempo, ma a cui i serbi continuano a credere.

“Aizzano le persone le une contro le altre”, dice Dabić rollando la terza sigaretta nel giro di dieci minuti. “I tre popoli – croati, serbi e bosgnacchi – hanno i loro partiti e i loro miti nazionalisti. È un circolo vizioso da cui non riusciamo a uscire”.

Non appena nel dibattito pubblico si affacciano temi come la povertà, i leader politici reagiscono puntando il dito contro le altre etnie del paese. “Questa mattina è stato reso noto che la Repubblica Srpska è in bancarotta. Ma nessuno è sceso in strada a manifestare. È come se fossero tutti addormentati”.

Solo negli ultimi cinque anni 150mila cittadini bosniaci hanno lasciato il paese. Soprattutto giovani e laureati. “E con loro se n’è andata la massa critica che poteva opporsi a questo sistema”, osserva Ćulibrk. “Nel 2000 Prijedor era ancora viva. Nonostante la terribile situazione politica ed economica erano anni pieni di speranza. Il movimento antifascista contava un centinaio di giovani, c’erano diverse sottoculture, come i punk e gli anarchici. Oggi siamo rimasti solo noi”.

Parliamo di un lontano conoscente che dopo vent’anni di lavoro non ha ancora uno stipendio regolare. Viene pagato con buoni alimentari

Kvart organizza diverse attività per far conoscere alle nuove generazioni le stragi del 1992. Tra le iniziative ci sono un campo estivo per ragazzi chiamato “Guardare in faccia la storia”, una visita con pernottamento nell’ex campo di concentramento di Trnopolje e programmi per bambini con disabilità. Per il resto fanno cose leggere, come dicono loro stessi. “Graffiti, concerti, proteste”, spiega Dabić. “Ma la maggior parte dei giovani non partecipa. I loro genitori non li lasciano venire”.

I giovani vengono educati con il mito nazionale serbo, afferma Ćulibrk. “Se non sei con noi, allora sei contro di noi. È così che pensa la gente di qua”. Gli attivisti sono stati minacciati più volte da giovani hooligan nazionalisti. Nessuna reazione da parte della polizia. Nel 2013 l’allora sindaco di Prijedor definì “volgare parata di froci” una manifestazione in cui i partecipanti attraversarono il centro della città con fasce bianche al braccio.

Due anni fa alcuni poliziotti hanno pestato Nikola Kuridža, un attivista di 28 anni, mentre prendeva l’ascensore nel suo palazzo. L’hanno trascinato in una macchina della polizia, dove si è beccato ancora qualche ceffone in faccia, e poi l’hanno obbligato a firmare un documento in cui dichiarava di non essere stato maltrattato. Dopo l’aggressione Kuridža è andato a vivere a Sarajevo. “Il messaggio dell’amministrazione cittadina mi sembra chiaro, no?”, sospira Zorić. Dalla sua bocca esce una grande nuvola di fumo. “Chi la pensa diversamente qui non è il benvenuto”.

Un buon giornalista

L’accordo di Dayton del 1995 ha messo fine alla guerra e ha diviso la Bosnia Erzegovina in due entità. Il paese oggi è formato dalla Federazione croato-musulmana e dalla Repubblica Srpska. In un certo senso questa soluzione ha premiato gli eccidi nazionalisti. Prijedor è diventata una città serba e ortodossa, e molte strade hanno cambiato nome in onore dei signori serbi del passato.

È il giorno della Pasqua ortodossa. Mentre la zia Mirjana serve un piatto di zuppa, il canale serbo Rtrs trasmette un documentario sugli orrori degli ustascia, che nel 1942 uccisero 54 serbi proprio durante la Pasqua. Immagini in bianco e nero di cadaveri e corpi smembrati in televisione alle tre del pomeriggio. La sera tiro fuori dalla grande vetrina del salotto un libro bianco leggermente ingiallito che risale al 1980. S’intitola Come essere giornalista. “La coscienza di un giornalista lo obbliga a pubblicare solo la verità, a servire gli interessi delle persone libere in una società socialista”, c’è scritto.

Prima della guerra Titi era un giovane cronista pieno di ideali. Raccontare la verità era il suo motto. Lavorava per il giornale locale Kozarski Vjesnik. Quando scoprì un caso di corruzione che coinvolgeva alcuni politici del posto scrisse un articolo e lo presentò pieno d’orgoglio al direttore. “Non lo possiamo pubblicare. Lo sai, vero?”. Il pezzo fu riscritto “fino a diventare un articolo in cui non c’erano notizie”, ricorda con un ghigno ironico. “Ne uscii parecchio disilluso”. Giornalismo patriottico.

Il centro Sejkovaca di Sanski Most, il 4 giugno 2018. Grazie al Krajina identification project qui si identificano i resti delle vittime della guerra in Bosnia sepolte nelle fosse comuni (Alessandro Penso per Internazionale)

Fosse comuni

La miniera di Tomašica, due chilometri e mezzo fuori Prijedor, è ferma dai tempi della guerra. Eppure fino a poco tempo fa si scavava ancora. Non alla ricerca di minerali, ma di corpi. Nel 2013 qui sono stati scoperti più di quattrocento cadaveri. La vittima più giovane era Elvis Šarčević, di 13 anni, la più anziana Salih Kadirić, di 77 anni. Nonostante gli articoli pubblicati dalla stampa internazionale, qui a Prijedor nessuno ne sa niente. “È sicuramente una notizia ingigantita dai giornalisti”, pensa la gente comune. Anche il cugino Srdjan non ha mai sentito parlare di questa scoperta. “Tomašica? Ma non è quella miniera di rame abbandonata?”. In compenso mi presta la sua mountain bike.

Il paesaggio è verde e collinoso, qua e là ci sono zone di bosco. Attraverso diversi paesi con grandi case e bei giardini. Le persone sono disponibili, amichevoli e calorose. Finché non parlo di storia recente o di politica.

Incontro Milan, che ha 39 anni. Mentre io fatico sui saliscendi delle colline che incontriamo, lui pedala tranquillo sulla sua bici elettrica. “L’ho portata dall’Austria”. Faceva il poliziotto a Omarska, poi nel 2003 si è trasferito a Vienna. “Qui non c’era futuro, lì sì. Questo è quanto”. Gli racconto dove sto andando e cominciamo a parlare. Su per la collina, giù dalla collina.

Secondo lui la colpa della guerra è stata dell’occidente. “Siamo tutti pedine nelle loro mani. Sono stati loro a causare tutto questo. Se avessero voluto, avrebbero potuto fermare la guerra prima che cominciasse. Guarda cos’hanno fatto in Libia, e adesso in Siria. La guerra è un business e in occidente il business lo conoscono bene”.

Gli faccio notare che gli Stati Uniti non hanno obbligato nessuno a uccidere i propri vicini. Milan annuisce. “Ma devi anche tenere conto della storia. Il popolo serbo in questo territorio ha sofferto molto nella seconda guerra mondiale. Il revanscismo e la paura di una replica di quegli eventi hanno giocato un ruolo importante nel 1992”.

Ma cosa c’entrava con tutto questo il tredicenne Elvis Šarčević? La ripida discesa dà a Milan abbastanza tempo per pensarci. “Assolutamente niente. Che succedano certe cose è una vergogna. Certi criminali sono mossi da frustrazioni personali. Una volta un professore ti ha dato un brutto voto a scuola? Motivo sufficiente per torturarlo per ore, fino a ucciderlo”.

Hilmo Opovac, 64 anni, che ha perso una gamba nel 1992, il 7 giugno 2018 nel villaggio Čarakov (Alessandro Penso per Internazionale)

Fa un caldo torrido e il sudore mi gocciola dal mento. Milan fa segno di voler scambiare le bici. “Le persone intelligenti se ne stanno tranquille in questo tipo di situazioni, si fanno da parte. Anche se eri serbo era facile finire ucciso da qualche idiota, bastava che ti venisse in mente di difendere un bosgnacco o un croato”. Ma perché i politici di oggi rimangono in silenzio? “Semplice. Perché altrimenti il popolo non li vota”. Quindi è colpa della gente?

Arriviamo a un tratto di strada pianeggiante. Milan sospira. “La Bosnia è un paese complicato e fottuto, amico mio. Se il partito che governa in Republika Srpska dedica attenzione alle vittime croate o bosgnacche, l’opposizione grida al tradimento del popolo serbo”. Milan svolta a sinistra, verso il suo paese natale. Dice di non sapere niente della fossa comune. “È stata scoperta dieci anni dopo che ho lasciato il paese”.

La fermata successiva è un negozietto lungo la strada. Chiedo della fossa comune alla cassiera. “Non ne so niente. È sicuramente una storia gonfiata dai giornali”, risponde dubbiosa. “Ma non ti preoccupare, qui è assolutamente sicuro”.

Avvicinandomi a Tomašica parlo con molte altre persone. Sulla miniera di rame chiusa possono dirmi ogni particolare. Ma della fossa comune lì accanto non sanno niente.

Il navigatore gps m’informa che ho raggiunto il paese di Tomašica. Ma dov’è la fossa? A una fermata dell’autobus incontro Jovana, 18 anni. È la prima a parlarmi apertamente: “Oh, qui noi serbi abbiamo fatto grossi errori. Nessuno vuole ammetterlo, ma chi abita in paese sa molto bene cos’è successo”.

Una persona in bicicletta ci passa davanti, Jovana rimane in silenzio per qualche istante. “Non possono neanche negarlo, la puzza era insopportabile. L’esercito ha buttato acido sulla fossa per coprire l’odore dei corpi. Ma hanno solo peggiorato le cose”.

“Il popolo serbo non ha motivo di vergognarsi, solo determinati individui che hanno nome e cognome devono farlo”

I suoi genitori erano in paese durante la rimozione dei resti. “La mamma ha visto i camion con i corpi”. Indica una via che incrocia quella dove ci troviamo. “Neanche i miei genitori ne parlano volentieri, ma per loro è importante che io sappia cos’è successo”.

Jovana mi indica la direzione per la fossa comune: “Ancora dieci minuti in bici”. Lascio la strada in terra battuta, attraverso i binari della ferrovia, imbocco un sentiero di ghiaia. Fuori dall’ultima casa prima della fossa ci sono due donne e un uomo anziani seduti su una panchina. “Certo che puoi riempire la tua bottiglia, ragazzo mio. Siediti”.

Mi viene messo davanti un pezzo di torta fatta in casa e un bicchiere di succo d’uva. “Giovanotto, io lo so perché sei qui”, dice improvvisamente la padrona di casa. Dalla voce non sembra arrabbiata. “Non sei il primo a venire, ma sappi che non ho niente da raccontarti. Sai, non sono stati solo i bosgnacchi le vittime. Il nostro paese è stato messo a ferro e fuoco quando ci hanno attaccati”. È vero. Durante un’offensiva bosgnacco-croata nel 1995 il paese è stato occupato. Ma la fossa comune è stata scavata nel 1992, quando qui non c’era alcun accenno di guerra. Ringrazio per l’ospitalità e risalgo in bici. Non c’è più ghiaia, il terreno è di color ruggine.

“Vattene, o chiamo la polizia!”. Davanti a me c’è un ragazzo ben piantato, accanto a lui il suo cane da caccia. Gli tremano le mani. “Non potete lasciarci in pace? Non possiamo parlare del presente? Da quando hanno scoperto quella fossa comune, qui sono venute migliaia di persone”. Si riferisce ai familiari delle vittime. “In tutta la Bosnia ci sono persone alla ricerca delle ossa dei propri morti. Anche madri serbe”.

Solo quando gli mostro la mia carta d’identità e la patente capisce che non sono bosgnacco e si calma. “Non fraintendermi”, continua, “ho amici bosgnacchi e croati anch’io. Ma questo costante guardare al passato riporta a galla le tensioni. E io ormai penso a una cosa sola: andarmene da questo paese. Qui non c’è futuro, qui c’è solo storia”. Mentre il ragazzo se ne torna a casa, scorgo tra gli arbusti una grande buca piena d’acqua: è il punto in cui quattro anni fa si trovavano ancora quattrocento cadaveri. Il bacino è circondato da colline di sabbia che si sono formate durante gli scavi. Al centro, dei giunchi nascondono un nido di cigni. Anche qui nessuna targa commemorativa.

Amici o aggressori

“Il popolo serbo non ha motivo di vergognarsi, solo determinati individui con nome e cognome devono farlo”. Suad Pašic, bosgnacco di 56 anni, mi saluta con un ampio sorriso che rivela solo tre denti. Gli altri glieli hanno fatti sputare in tre campi di concentramento. Gli aguzzini li incontra ogni settimana per le strade di Prijedor. “Ma qui è sicuro. Finché non vai nei bar dove ci sono i nazionalisti non corri alcun pericolo”.

Secondo il giornalista e filosofo Dragan Bursać nella “visione del mondo dei serbi il popolo serbo è vittima di una cospirazione globale. A tutto questo si aggiunge una pronunciata allergia per ogni forma di autocritica”.

L’attuale sindaco di Prijedor, Milenko Đaković, è il tipo di persona che corrisponde perfettamente a questa descrizione. Non appena comincio a parlare dei massacri avvenuti nella sua città, sposta il discorso su altre località del paese, sulla seconda guerra mondiale, sul napalm in Vietnam e su altre scelleratezze dell’occidente. In questa città la riconciliazione si raggiunge evitando di guardare al passato e di farlo conoscere ai più giovani. “Sotterrare, non dissotterrare” è la massima con cui si congeda da me.

Mi trovo nel paese della nonna con i miei zii. Solo durante le vacanze estive, quando tornano gli emigrati, nella birreria locale c’è un po’ di vita. L’attività economica più importante è il moderno allevamento di capre di Vlado Lemić, ricchissimo procuratore calcistico e uomo d’affari. Quarant’anni fa giocava a calcio con mio padre, con palloni di plastica che si bucavano ogni volta che finivano tra i rovi. Non lontano dal vecchio campo sportivo, ormai in rovina, una quindicina di uomini è impegnata a potare rami lungo la strada. Tra di loro ci sono anche alcuni miei parenti.

“È arrivato l’olandese! Cosa scriverai su di noi?”. Uno degli uomini posa la sega. “Vuoi che ti racconti qualcosa?”. Si appoggia a un trattore. Made in Jugoslavia. “Quando avevamo la bandiera con la stella rossa c’era lavoro per tutti”. Un altro grida da un albero: “Non puoi spedire all’Aja anche noi?”. Gli altri ridono. “Tanto la colpa è comunque sempre nostra. Così almeno ce ne andiamo in Europa. Qui non è più vita”. Un prozio grida scherzando: “Gli hai spiegato che non siamo un popolo con inclinazioni al genocidio?”.

Quando siamo di nuovo in macchina chiedo allo zio Titi dov’era quando nel 1992 a Prijedor scoppiarono le violenze. “In Croazia, con il mio reparto dell’esercito”, racconta. “Quel poliziotto serbo fu ucciso e alla radio sentimmo che i bosgnacchi non deponevano le armi. Tornammo indietro per proteggere le nostre famiglie. Quella sera in città c’era un’atmosfera strana: i bosgnacchi erano ben organizzati”. Da cosa l’aveva capito? “Andavano tutti in giro con i pantaloni della tuta da ginnastica. Era il loro segno di riconoscimento. E molti mandarono i figli in località sicure una settimana prima dell’inizio dei combattimenti. Avevano dei piani per attaccarci”.

Nonostante tutto dal lato serbo ci fu a malapena qualche morto, le vittime bosgnacche furono invece migliaia. Soprattutto civili, spesso torturati prima di essere uccisi. “È vero che sono stati loro a pagare il prezzo più alto”, dice Titi. “Ma solo perché sono stati loro ad attaccarci. Quella volta siamo stati più furbi, altrimenti oggi non saremmo qui a chiacchierare”.

Alza la voce, lo sguardo rivolto alla strada. “Nel 1942 alla stazione di Prijedor furono giustiziate duecento persone. Perché erano serbe. I carnefici erano i loro vicini. Come puoi, in nome del cielo, fidarti di un popolo che fa una cosa del genere?”.

Leggo l’età dei ragazzi e dei bambini morti a Prijedor nel 1992. Diciassette anni, quindici, undici, tre, diciotto, otto, sedici. “Senti, per me chiunque uccida un bambino può marcire all’inferno. Non sono persone, ma mostri”, reagisce mio zio. “Ma c’erano anche diciassettenni e sedicenni armati”.

Per la prima volta apre bocca anche mia zia. “E che ne sai tu? Non hai visto niente del fronte, eri nell’artiglieria”. Si rivolge a me dal sedile posteriore. “Nel nostro palazzo viveva una signora serba. Quando cominciarono i combattimenti, fece nascondere nel suo piccolo appartamento 35 persone. La polizia bussò alla porta, ma lei li mandò via urlando. Quelle persone sono sopravvissute tutte. Ma queste storie non le racconta nessuno”. Per un po’ in macchina cala il silenzio. “I nostri migliori amici, una coppia, erano bosgnacchi”, continua la zia. “I nostri figli giocavano con i loro. Ci fidavamo di quella gente più che dei tuoi genitori. Quando scoppiò la guerra, gli offrimmo di nascondersi da noi. Ma loro non si fidarono. Ora vivono da qualche parte in Scandinavia”.

Durante il racconto della zia, Titi aspetta paziente il suo turno. “In quel palazzo vivevano sei famiglie di bosgnacchi”, aggiunge. “Durante tutta la guerra nessuno gli ha mai torto un capello. Gli uomini non dovettero neanche arruolarsi nell’esercito”. Dallo specchietto vedo mia zia annuire. “Noi serbi andammo al fronte e lasciammo le nostre famiglie con loro, senza alcun problema. Erano persone meravigliose”. Passiamo accanto a un campo. Titi indica un punto: “Qui nell’ottocento i turchi uccisero più di duecento uomini dei paesi vicini”. Per vendetta: un contadino aveva ammazzato un soldato ottomano e i compaesani non volevano consegnarlo alle autorità. Sul viso di mio zio compare un sorriso. “I serbi non fanno la spia”.◆ _vf _

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 140. Compra questo numero | Abbonati