Alla sua sorgente, nella valle della Beqaa, il fiume Litani è profondo, impetuoso e azzurro. Dopo aver attraversato il Libano verso sud, rallenta in prossimità di Tiro, dove sfocia nel Mediterraneo. Per effetto dell’inquinamento a volte in estate le sue acque assumono un colore fangoso e un odore fetido. È il fiume più lungo interamente in territorio libanese, essenziale per la fornitura di acqua potabile, l’agricoltura e la produzione di energia elettrica del paese.
Il Litani rappresenta anche un fattore strategico cruciale. Per Israele, il cui confine corre in parte parallelo al tratto inferiore del fiume, è al tempo stesso una risorsa ambita e una fonte ossessiva di preoccupazione per la sicurezza. Tra il fiume e la frontiera gli abitanti del sud del Libano vivono in un territorio da sempre trascurato da Beirut, logorato da quasi un secolo di combattimenti. Qui è la guerra a scandire la quotidianità.
Oggi questa zona è di nuovo devastata e la sua popolazione costretta all’esilio. Hassan Ayoub, medico di 62 anni originario del villaggio di Aynata, incarna la memoria di tre generazioni segnate dal conflitto. Suo padre Ali, comunista impegnato al fianco dei palestinesi, fu ucciso nel 1972 negli scontri con Israele. Sua madre Zeinab è morta sotto i bombardamenti israeliani dell’estate 2006. Ayoub ha visto due volte il suo villaggio ridotto in macerie e si dice pronto a ricostruire la sua casa ancora una volta, se sarà possibile.
Le dichiarazioni israeliane non lasciano spazio all’ottimismo. Il 31 marzo il ministro della difesa Israel Katz ha detto che “tutte le abitazioni delle località libanesi vicine al confine israeliano saranno distrutte quando Israele avrà instaurato una zona cuscinetto” fino al Litani. Questa prospettiva angoscia gli sfollati: non rivedere mai più la loro casa e subire un’altra occupazione, come quella dal 1978 al 2000, che ha lasciato dolorose cicatrici.
Difficile immaginare che il confine israelo-libanese, oggi sigillato, disseminato di filo spinato e puntellato da muri di cemento – il primo dei quali, alto dieci metri, è stato eretto nel 2012 all’altezza della porta di Fatima – sia rimasto per molto tempo uno spazio aperto. Fino alla caduta dell’impero ottomano, all’indomani della prima guerra mondiale, la regione viveva guardando verso la Galilea, soprattutto per il commercio, in una continuità geografica naturale. Gli spostamenti da Beirut a Gerusalemme erano agevoli.
Quando l’impero ottomano crollò si delineò una nuova mappa del Medio Oriente. Mentre la Francia e il Regno Unito, vincitori della guerra, tracciavano i confini dei territori di cui si erano attribuiti il controllo, il movimento sionista promuoveva la creazione di uno stato ebraico che si estendesse fino al Litani. Il fiume è il “confine naturale di Israele”, scrisse nel 1919 Chaim Weizmann, uno dei leader del movimento, in una lettera indirizzata al governo britannico. La linea di demarcazione stabilita quattro anni più tardi non gli diede ragione: annesso al Grande Libano, il sud del Litani fu relegato alla periferia di un nuovo stato sotto mandato francese. All’epoca la frontiera era ancora solo una seccatura amministrativa. Nelle sue memorie la preside Wadad Makdisi Cortas raccontò così il suo ritorno a Beirut, nel 1927, dopo una giornata a Gerusalemme: “Alla frontiera libanese i soldati francesi si sono innervositi quando li abbiamo svegliati. Avremmo preferito tornare a casa nostra senza la loro autorizzazione”.
Gli scambi con la Palestina rimasero frequenti, ma erano già carichi di inquietudine. “La Palestina viveva in uno stato di tensione dopo la pubblicazione della dichiarazione Balfour”, scriveva Makdisi Cortas in Dunya Ahbabtuha (Un mondo che ho amato, 1960).
Il riferimento è al documento con cui nel 1917 Londra s’impegnò a sostenere la creazione di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. “Il tragitto tra Haifa e Beirut durava meno di tre ore. Le persone andavano e venivano, le nostre vite si mescolavano”. Il Litani non diventò un confine, ma l’idea non è mai svanita. Il 23 marzo il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich l’ha rivendicato negli stessi termini: “Il nuovo confine israeliano deve essere il Litani”.
La funzione strategica del fiume fu confermata nel corso della seconda guerra mondiale. Nel 1941, durante la battaglia del Litani, le truppe francesi di Vichy affrontarono gli alleati con l’obiettivo di controllare la strada per Beirut. La fine della guerra portò altri stravolgimenti in Medio Oriente. Indipendente dal 1943, il Libano dovette aspettare fino al 1946 per veder partire gli ultimi contingenti francesi. Il sud non aveva neppure un ospedale. Campi e uliveti erano disseminati di mine antipersona che ancora esplodono, mutilando pastori e bambini.
La resistenza palestinese
La creazione dello stato di Israele nel maggio 1948 fu accompagnata dalla violenta espropriazione di centinaia di migliaia di palestinesi, sconvolgendo la regione. In autunno l’esercito israeliano lanciò l’operazione Hiram (dal nome di un re biblico di Tiro) per prendere il controllo della Galilea. L’offensiva fu folgorante: i villaggi palestinesi furono svuotati e i loro abitanti imprigionati o espulsi.
Il successo spinse il primo ministro israeliano David Ben Gurion a sognare l’espansione, soprattutto in Libano dove, come scrisse nel suo diario, avrebbe voluto “stabilire uno stato cristiano, la cui frontiera meridionale sarà il fiume Litani”. Tredici villaggi del sud del Libano furono occupati, non senza atrocità. Ottanta abitanti di Houla furono uccisi, altrettanti a Saliha, antico villaggio libanese ceduto nel 1924 alla Palestina sotto mandato britannico. Israele si ritirò nell’aprile del 1949 seminando rancore e desiderio di vendetta.
Ben Gurion riprese l’idea qualche anno più tardi, condividendola con Moshe Sharett, che prese il suo posto come premier nel 1954. Ci tornò nel 1956, alla vigilia dell’intervento militare in Egitto, condotto da Francia e Regno Unito insieme a Israele dopo la nazionalizzazione del canale di Suez voluta dal militare egiziano Gamal Abdel Nasser. Il fallimento dell’operazione impedì la realizzazione del progetto.
L’interesse israeliano per il Libano, soprattutto per le risorse idriche del sud del paese, si manifestò nuovamente negli anni sessanta. Alcuni interventi di sviluppo sul torrente Hasbani, affluente del Giordano, fecero temere una deviazione del suo corso e provocarono minacce di rappresaglia.
“Sarebbe sbagliato considerare questo contesto storico come la chiave del comportamento israeliano in Libano”, scriveva Samir Kassir, giornalista e storico ucciso nel 2005, nel libro La guerre du Liban. De la dissension nationale au conflit régional (La guerra del Libano. Dai contrasti interni al conflitto regionale), uscito nel 1994. “Tuttavia, ha un peso sulla realtà. Non come la trama di un piano preordinato, ma come un quadro di riferimento che plasma in larga misura la percezione di Israele riguardo allo spazio libanese, alle azioni da intraprendere e alle fratture che può creare”.
Dopo la guerra del 1948 il Libano ha accolto molti palestinesi: qualche migliaio di cristiani naturalizzati e tantissimi rifugiati, che fornivano manodopera a basso costo. Alcuni della classe media entrarono nelle università formando una gioventù militante. Come la Giordania e la Siria, il Libano diventò un territorio di radicamento della resistenza palestinese.
La svolta arrivò nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni, che si concluse con la disfatta degli eserciti arabi. L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) si scontrò con l’ostilità più o meno esplicita di paesi che fino a quel momento l’avevano tollerata.
Espulsi dalla Giordania in seguito al settembre nero, nel 1970, e con il divieto di attaccare dalla Siria a partire dal 1971 imposto dal nuovo regime di Hafez al Assad, i fedayin videro ridursi le loro basi. Si ritirarono verso il sud del Libano, dove il confine, privo di grandi ostacoli naturali, si prestava alle incursioni. Nella parte orientale, alla frontiera con la Siria, anche i contrafforti del monte Hermon che sormontano il nord della Galilea offrivano un terreno favorevole alla guerriglia.
Nella zona regnava un clima di benevolenza nei loro confronti: “Alla simpatia generale che, come in tutto il mondo arabo, gli abitanti del sud del Libano provavano per i palestinesi si aggiungeva un sentimento di vicinanza, alimentato dal ricordo dei legami che esistevano in questa ‘Galilea divisa’ prima della creazione del confine e della sua successiva chiusura”, ha scritto Kassir.
Il villaggio di Khiam fu il primo ad accoglierli. Le operazioni armate dei fedayin si moltiplicarono: due nel 1967, 29 nel 1968, 150 nel 1969. Questa presenza generò una politica interventista di Israele che, con il pretesto di compiere “rappresaglie”, trasformò il sud del paese in un campo di battaglia: colpi di artiglieria, raid aerei, offensive di fanteria e blindati.
Nel settembre 1972 le rappresaglie israeliane seguite al sequestro di ostaggi compiuto alle Olimpiadi di Monaco da un commando palestinese (16 morti, di cui undici atleti israeliani) furono così diffuse che “l’esercito libanese, solitamente passivo, non poté fare altro che resistere”, ricordava Kassir. Secondo le statistiche ufficiali, tra il 1968 e il 1974 Israele avrebbe commesso tremila violazioni territoriali in Libano, causando ottocento vittime tra libanesi e palestinesi.
Gratitudine e ostilità
Nel 1975 la luna di miele tra libanesi e palestinesi era già un ricordo. La presenza palestinese aveva un costo, che molti non volevano più sostenere – nel dicembre 1968 un raid israeliano aveva distrutto tredici aerei di linea a terra all’aeroporto di Beirut. Le tensioni interreligiose e politiche culminarono in una guerra civile, che scoppiò nella primavera del 1975.
All’inizio dell’anno successivo l’esercito libanese si disintegrò e i combattimenti raggiunsero il sud. Il primo ministro israeliano, Yitzhak Rabin, autorizzò l’invio di aiuti umanitari ai villaggi di confine assediati dall’Olp ma anche un sostegno materiale alle milizie cristiane affermando che “Israele le aiuterà ad aiutare se stesse” contro i palestinesi.
Nei pressi della porta di Fatima fu aperto un valico di confine. In un meleto fu installata una clinica israeliana che curava gratuitamente gli abitanti dei villaggi; più di 400 libanesi ottennero un permesso di lavoro. Shimon Peres, ministro della difesa israeliano, approvò questa strategia, ufficializzando nel luglio 1976 la sua dottrina della “buona frontiera”: una zona cuscinetto affidata a una minoranza alleata.
Il maggiore Saad Haddad ne prese il comando. Nato a Marjayoun da una famiglia cristiana, l’ufficiale dissidente detestava i palestinesi. Le sue milizie pattugliavano la zona indossando l’uniforme israeliana ornata di uno stemma: una croce bianca su sfondo blu. Gli uomini di Haddad si scontravano con l’Olp e i suoi alleati libanesi, bombardando senza pietà villaggi ormai diventati nemici. I civili feriti accorrevano dai medici israeliani della “buona frontiera”.
Il 14 marzo 1978 Israele lanciò un’offensiva ufficialmente destinata a neutralizzare l’Olp e a ripristinare la sovranità libanese: l’operazione Litani. Ma il riferimento al fiume faceva “dubitare della serietà di Israele”, ricorda Ghassan Tueni, autore di Une guerre pour les autres (Una guerra per gli altri, 1985): “Il caos in cui si trovava il Libano non offriva forse allo stato ebraico l’occasione ideale per spostare il suo confine settentrionale fino al Litani?”.
In tre giorni furono uccisi più di mille civili e 250mila furono costretti a lasciare le loro case. Fu Tueni a portare la voce del Libano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: “Lasciate vivere il mio popolo!”, esclamò. La risoluzione 425 dell’Onu prevedeva il ritiro di Israele e il dispiegamento di una forza internazionale, la Forza di interposizione in Libano delle Nazioni Unite (Unifil). Ma presto la frustrazione prevalse su questo “inizio di pace”. Israele si ritirò, lasciando la striscia di confine alla milizia di Haddad, sotto lo sguardo impotente dei caschi blu dell’Onu.
Nel 1979 Haddad proclamò un “Libano libero e indipendente” sulla striscia di confine, evento celebrato con lanci di razzi sulla base Unifil di Naqura. Dichiarato traditore della patria, il maggiore (che Israele presentava come un “amico fedele”) dipendeva ormai solo dal sostegno di Tel Aviv. Il sud del Libano diventò un banco di prova: Israele lo usò per testare una strategia di controllo tramite una minoranza alleata, un metodo riproposto oggi con i drusi del Golan siriano.
Nasceva così la “zona di sicurezza”, che avrebbe dovuto fungere da cuscinetto tra lo stato ebraico e i suoi nemici in Libano. L’invasione del 1982, guidata dal ministro della difesa Ariel Sharon, aprì una nuova fase dell’occupazione che si sarebbe conclusa solo diciotto anni dopo.
Fondatore e volto del movimento israeliano Gush shalom (Blocco per la pace), Uri Avnery racconta che al quarto giorno dell’offensiva del 1982 oltrepassò come giornalista il confine a Metula per poi attraversare una decina di villaggi sciiti. Gli abitanti accolsero i soldati israeliani “con una grande gioia”, coprendoli di riso per ringraziarli di aver cacciato l’Olp che aveva trasformato la loro regione in una zona di guerra. Quella gratitudine non tardò a trasformarsi in ostilità.
La resistenza si organizzò innanzitutto tra le file della sinistra e del movimento sciita Amal, poi negli anni ottanta sotto una nuova bandiera. L’11 novembre 1982 Ahmad Kassir, 17 anni, che aveva avuto diversi familiari uccisi nell’offensiva del 1978, si lanciò al volante di una Peugeot imbottita di esplosivo contro il quartier generale israeliano a Tiro, uccidendo 75 militari israeliani e 15 detenuti libanesi e palestinesi. Il nome “Hezbollah” era ancora solo una voce; da quel momento sarebbe diventato imprescindibile: fu l’atto fondativo del “Partito di Dio” e il primo attentato suicida nella storia del Medio Oriente moderno.
Una cappa di piombo
La lotta contro l’occupante cambiava volto: ordigni esplosivi per strada, collaborazionisti uccisi in pieno giorno, anche nei caffè. Nei villaggi sciiti giovani, famiglie e imam si raccoglievano intorno a questo soggetto intransigente, imbevuto dei precetti della Repubblica islamica d’Iran, appena nata. L’organizzazione si affermò in campo sociale e religioso tanto quanto nell’arte della guerriglia. Lo stato libanese, al collasso a causa della guerra civile, aveva abbandonato la regione.
A Beirut l’omicidio di Bashir Gemayel, leader maronita messo al potere da Israele, mandò in fumo la scommessa di Sharon di un “Libano cristiano”. Nella striscia di confine l’esercito israeliano non aveva più il monopolio della forza, trovandosi di fronte a combattenti pronti a sacrificare la vita. Alla morte di Haddad nel 1984, Antoine Lahad assunse la guida dell’Esercito del Libano del sud (Els), senza però il sostegno popolare del predecessore.
Di fronte alle difficoltà, Israele condusse un’occupazione brutale: raid, perquisizioni, case rase al suolo, moschee vandalizzate. La fine della guerra civile nel 1990 non cambiò la situazione. Mentre Beirut si dava da fare a ricostruire e a ridistribuire il potere, come se a sud del Litani non stesse succedendo niente, la resistenza a Israele diventò una prerogativa esclusiva di Hezbollah, con la benedizione della Siria – il cui esercito occupava il resto del paese dal 1976 –, felice di combattere Israele per procura.
Quell’epoca, sepolta sotto una cappa di piombo come tante altre in Libano, lasciò tracce indelebili. Nel sud del paese tutti sapevano chi aveva collaborato, chi aveva resistito o chi semplicemente era sopravvissuto. L’occupazione la rese un’enclave quasi ermetica, dove l’accesso era filtrato dai posti di blocco dell’Els, a cui Israele delegava il lavoro sporco. Il carcere di Khiam ne fu il simbolo più sinistro: dal 1985 al 2000 cinquemila libanesi, di cui cinquecento donne, vi furono torturati sotto la supervisione di ufficiali israeliani.
Il villaggio maronita di Qlayaa era uno dei bacini di reclutamento dell’Els: nel 2000 più di quattromila abitanti fuggirono in Israele dopo il ritiro delle truppe di Tel Aviv dalla zona per timore di rappresaglie che in realtà non ci furono. La memoria dell’esodo pesa ancora oggi.
A marzo Maria (un’abitante che ha chiesto di restare anonima) ha rifiutato di andarsene nonostante la violenza: “Se gli israeliani continueranno l’invasione fino a Qlayaa resterò qui. Non sono contro nessuno, sono dalla parte di chi ci consentirà di restare a casa nostra”.
Poco lontano, Marjayoun teme di restare coinvolta negli scontri in corso sulla collina opposta, a Khiam, snodo strategico tra Israele e Hezbollah. In città i vecchi rancori sono tenaci. Per Richard, insegnante, gli abitanti sciiti di Khiam sono senza distinzione “terroristi di Hezbollah”. “Questa guerra”, dice, “non ci riguarda né come libanesi né come cristiani”.
Raghda Awada, originaria di Khiam, si è rifugiata a Beirut dopo la distruzione di casa sua e non è d’accordo: “Siamo stanchi della guerra, ma qual è l’alternativa? Lasciare la nostra terra agli israeliani?”. Tra chi ripete che si tratta ancora di “una guerra per gli altri” e chi considera Hezbollah un baluardo, la frattura è abissale.
Queste memorie dividono ancora oggi il sud del paese, più di un quarto di secolo dopo il ritiro israeliano del 25 maggio 2000. Quella partenza segnò una storica novità: combattenti arabi avevano fatto arretrare Israele, una “vittoria” che conferì a Hezbollah un’aura eccezionale in tutto il Medio Oriente. Il primo ministro Ehud Barak annunciò la fine del “pantano libanese”, con grande sollievo di un’opinione pubblica stanca di quel “Vietnam israeliano”, che aveva fatto settecento morti in diciotto anni.
Per giustificare il mantenimento del suo arsenale, Hezbollah teorizzò la “resistenza difensiva”: cacciare Israele non bastava, bisognava impedirgli di tornare. Il capo del partito-milizia, Hassan Nasrallah, promise di lottare fino alla liberazione dei prigionieri libanesi in Israele e alla riconquista delle Fattorie di Shebaa, la cui sovranità è contesa: la “linea blu” tracciata dall’Onu, che dal 2000 funge da confine, le fa ricadere sotto controllo israeliano. Il minuscolo territorio è diventato una sorta di ring in cui le due parti si sono affrontate per anni, in un gioco di rappresaglie calibrate per testare l’avversario senza superare la soglia della guerra aperta.
Lo stato libanese, al collasso a causa della guerra civile, aveva abbandonato la zona
Hezbollah consolidò la sua presenza militare nel sud scavando reti sotterranee nelle colline calcaree. Si adoperò per tenere sotto controllo i villaggi frontalieri, fulcro della sua strategia di disturbo, che si traduceva in lanci di razzi e colpi di mortaio, oltre che nel rapimento di tre soldati israeliani. La relazione con Damasco si trasformò: dopo l’arrivo al potere di Bashar al Assad, succeduto al padre nell’estate del 2000, la Siria diventò un importante fornitore di armi e missili, mentre un’unità speciale di Hezbollah coordinava l’aiuto ai palestinesi per conto dell’Iran.
Ogni razzo lasciato senza risposta allarmava lo stato maggiore israeliano, che temeva un indebolimento della sua capacità di deterrenza, e chiedeva attacchi più duri, anche in Siria. Quando Sharon entrò in coma nel gennaio 2006, lo sostituì un governo senza esperienza militare, mentre Hezbollah, sicuro della sua forza, era convinto di poter di nuovo rapire dei soldati al confine. La situazione precipitò il 12 luglio, quando due soldati israeliani furono catturati, otto uccisi e Israele rispose con un’offensiva a tutto campo. La “guerra dei trentatré giorni” devastò ancora una volta il sud del Libano.
Furono distrutti i ponti sul Litani, le strade e le infrastrutture. Bint Jbeil, bastione di Hezbollah, fu ridotta a un cumulo di macerie. Ma i combattenti sciiti continuarono a resistere, uscendo da tunnel di cui nessuno aveva mai capito l’estensione e arrivando perfino ad accerchiare una postazione israeliana. I lanci di razzi si intensificarono e aumentarono la profondità, fino a raggiungere Haifa, poi Tiberiade, Nazareth, Afula e i margini di Hadera.
Quando si aprirono i colloqui per il cessate il fuoco, firmato il 14 agosto 2006, il primo ministro israeliano Ehud Olmert pretese il disarmo di Hezbollah e il dispiegamento esclusivo dell’esercito libanese e dell’Unifil a sud del Litani. Sul campo questi obiettivi erano irraggiungibili: la risoluzione 1701 dell’Onu li scolpiva nel marmo, ma fu Nasrallah, dopo aver costretto alla ritirata il principale esercito del Medio Oriente, a proclamare una “vittoria divina”. Il conflitto costò la vita a 1.200 libanesi, in maggioranza civili (di cui un terzo bambini), e causò un milione di sfollati.
Dal lato israeliano la guerra fece circa 160 morti, per lo più soldati, e costrinse centinaia di migliaia di abitanti del nord del paese a fuggire a causa dei razzi. Ehud Olmert aveva visto in questa offensiva “un’occasione storica” per smantellare Hezbollah prima che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare. Nel 2008 le dure conclusioni di una commissione d’inchiesta parlavano invece di “un’occasione mancata”, segnalando il divario tra obiettivi dichiarati e risultati ottenuti.
La risoluzione 1701 rimase lettera morta, inaugurando però il periodo più tranquillo dal 1968, con entrambe le parti impegnate a contenere le tensioni. Mentre il sud del Libano entrava in una pace relativa, Hezbollah diventava l’anello più potente dell’“asse della resistenza” iraniano, la rete che collegava Teheran a Beirut, passando per la Siria e l’Iraq.
Nasrallah non era più un semplice cliente dell’Iran, ma un partner con un’autorità morale e relazioni tentacolari. Accolse più volte in Libano Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas. Nel 2010 il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad fu acclamato nelle città libanesi di Bint Jbeil e Qana dalle folle radunate da Hezbollah.
A Maroun al Ras fu inaugurato un “giardino iraniano” su un promontorio che affaccia sul nord di Israele, la “Palestina occupata” nel lessico del gruppo sciita. Hezbollah non si presentava più solo come il difensore del sud, ma come la prima linea di un fronte regionale il cui orizzonte rimaneva la scomparsa di Israele. Vista da Tel Aviv, la minaccia non veniva tanto dai villaggi di frontiera quanto dal braccio ideologico e militare dell’Iran collocato alle sue porte.
Sul campo gli attacchi israeliani hanno riacceso odio e divisioni
Dal 2011 Hezbollah intraprese una svolta inedita, impegnandosi apertamente in Siria al fianco del regime di Assad contro un’insurrezione popolare araba. L’intervento costò la vita a centinaia di giovani sciiti e suscitò un certo disagio tra chi non capiva questa battaglia contro i siriani, da sempre presentati come fratelli.
Dopo il ritiro dell’esercito siriano dal Libano nel 2005, il paradigma era cambiato: Beirut non era più agli ordini di Damasco e non aveva più scuse per lasciare il sud in mano a Hezbollah. Il movimento sciita s’impose allora come un soggetto politico centrale, temuto e al tempo stesso contestato.
Anche se il suo credo era di “non rivolgere mai le armi contro i libanesi”, nel 2008 realizzò un colpo di mano a Beirut e fu accusato dalla giustizia internazionale di aver partecipato ad alcuni omicidi politici. Nel febbraio 2021 il corpo dell’intellettuale sciita Lokman Slim, critico nei confronti di Hezbollah, fu trovato crivellato di colpi nella sua auto su una strada del sud del Libano, vicino Nabatieh, una delle roccaforti del movimento.
L’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 ha mandato in frantumi l’equilibrio precario della regione. Il giorno dopo Hezbollah ha aperto un fronte di “solidarietà” con Gaza lungo la frontiera meridionale del Libano, moltiplicando i lanci di razzi e gli attacchi con i droni. Diviso tra la sua immagine di paladino della causa palestinese e il timore di trascinare il Libano in una guerra, il movimento si è accertato di non superare la soglia dello scontro totale. Israele da parte sua ha ampliato la portata degli attacchi.
Agli occhi dei leader dello stato ebraico, esponenti di una coalizione di destra ed estrema destra, Hezbollah avrebbe potuto riaprire in qualsiasi momento un fronte importante nel nord. E la striscia di confine libanese è più che mai uno spazio in cui la “prevenzione” serve da giustificazione alla forza.
L’anticamera dell’inferno
Il 27 luglio 2024 un razzo lanciato da Hezbollah oltre il confine ha colpito un campo di calcio a Majdal Shams, territorio annesso da Israele, uccidendo dodici adolescenti. Nelle settimane successive Israele ha scatenato una grande offensiva nel sud del Libano. Con più di cinquecento morti in poche ore, il 23 settembre è stata la giornata più sanguinosa dalla fine della guerra civile. Il 27 novembre 2024 è stato concordato un cessate il fuoco. Sulla carta avrebbe dovuto aprire una fase di “disarmo” di Hezbollah e di normalizzazione lungo la frontiera. Ma il testo era vago, le parti stremate e nessuno ha creduto che la guerra fosse finita.
Tuttavia, neanche i più pessimisti immaginavano quello che sarebbe successo. Tra la fine del novembre 2024 e il 1 marzo 2026, con il “cessate il fuoco” ufficialmente in vigore, gli attacchi israeliani hanno ucciso quasi quattrocento persone e ne hanno ferite più di mille, principalmente nel sud del Libano. Nel territorio già devastato non è stata avviata nessuna iniziativa di ricostruzione. Contrariamente a quanto accaduto nel 2006, quando l’Iran e il Qatar versarono centinaia di milioni di dollari per il ripristino dei quartieri distrutti, stavolta gli abitanti hanno avuto la sensazione di essere stati abbandonati nell’anticamera dell’inferno.
Sul campo gli attacchi israeliani hanno riacceso odio e divisioni. Mentre in molti villaggi cristiani della regione di Marjayoun si organizzavano ronde di autodifesa per impedire infiltrazioni di combattenti di Hezbollah, l’esercito israeliano faceva pressioni sui municipi cristiani e drusi perché scacciassero le famiglie sciite. In molti hanno obbedito. Per molti sciiti la guerra ha assunto una dimensione esistenziale. Nel 2024 una stele in omaggio ai martiri di Houla è stata vandalizzata con una scritta in ebraico: “L’unico sciita buono è uno sciita morto”.
Al termine di questa guerra, segnata dall’omicidio di Hassan Nasrallah e di parte dell’alto comando del partito-milizia, il movimento ha perso la sua spina dorsale. Il premier Benjamin Netanyahu ha detto di aver “riportato Hezbollah indietro di dieci anni”, rivendicando per Israele la completa libertà d’azione militare in Libano. Le sue truppe si sono spinte sempre più all’interno del territorio libanese.
Sulla scia degli attacchi israelo-statunitensi contro l’Iran, il 2 marzo sono riprese le ostilità. Israele ha moltiplicato gli ordini di evacuazione imponendo alla popolazione di sgomberare tutto il territorio a sud del Litani. L’esercito libanese è indietreggiato: dipendente da scarsi aiuti esteri, è incapace di tenere testa a un avversario equipaggiato infinitamente meglio. Dove mantiene una presenza, è solo l’ultimo simbolo di uno stato che non ha molto da offrire al sud.
Se da un lato le autorità libanesi non si sono mai mostrate collaborative sul disarmo di Hezbollah, le costanti violazioni israeliane del cessate il fuoco hanno completamente screditato il governo. Nessun dirigente politico libanese è andato a sud del Litani dopo la ripresa della guerra.
Nella sua ultima visita a febbraio, il primo ministro Nawaf Salam era stato costretto a una serie di improbabili deviazioni a causa di un contingente israeliano dispiegato sulle colline libanesi, dove ha creato una “zona di fuoco” in cui chiunque ci si avventuri rischia di essere colpito dal fuoco incrociato. Il giorno successivo i luoghi attraversati da Salam sono stati bombardati, come a dimostrare il disprezzo di Israele per il suo slogan “Lo stato è tornato!”.
Nel campo di battaglia che è di nuovo il Libano meridionale, l’esercito israeliano riconosce di aver sottovalutato le capacità di Hezbollah. Il movimento sciita usa la tattica che l’ha aiutato in passato: la guerriglia. “Invece di essere sorpresi, siamo noi a sorprenderli. Prendiamo l’iniziativa, attacchiamo e operiamo in profondità nel loro territorio. Avevo detto che avremmo trasformato il volto del Medio Oriente, e l’abbiamo fatto”, afferma ancora Netanyahu. Nel sud questa “profondità” ha un nome: il Litani, destinato a diventare il “confine” che gli strateghi israeliani sognano da un secolo e, per il Libano meridionale, una linea di non ritorno. ◆ fdl
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