Sembra un déjà-vu, anzi lo è, ma il dovere di cronaca impone di riportare la seguente notizia: a giorni il Belgio dovrebbe avere un governo. Per riassumere gli ultimi episodi della saga:

• A metà novembre le negoziazioni si incagliano sul capitolo “bilancio”

• Elio Di Rupo cede a un moto (calcolato?) di esasperazione e annuncia al re che intende rinunciare al suo incarico di formatore

• Alberto II invita tutti a riflettere e avvia un giro di consultazioni tra i partiti

• Intanto un giornalista fiammingo dà a Di Rupo della “drama queen”

• I francofoni, indignati, invocano il rispetto della vita privata dei politici (Di Rupo è omosessuale)

• Alcuni francofoni - i più indignati - sono convinti che “drama queen” sia sinonimo di “drag queen”

• Di Rupo fa marcia indietro e il 25 sera le negoziazioni riprendono a un ritmo sfrenato

• Il weekend scorso il capitolo bilancio viene chiuso dopo diciassette ore ininterrotte di discussioni

• Il 28 il capitolo immigrazione - mai affrontato finora - viene chiuso in poche ore (un punto su cui tornare)

• Ieri, nuovi accordi su sanità, impiego, pari opportunità, politica estera, difesa…

Uno sprint che spiega l’ottimismo generale, anche sel frattempo è spuntato un nuovo problema: Di Rupo è davvero idoneo alla carica di primo ministro? La costituzione prevede che il governo federale sia formato da un massimo di quindici persone: un numero pari di ministri francofoni e neerlandofoni e un primo ministro “neutro”. L’articolo 99 a dire il vero è più ambiguo: “Con l’eventuale eccezione del primo ministro, il consiglio dei ministri è formato da un numero pari di ministri francofoni e neerlandofoni”. Quindi, anche se in teoria non è un obbligo, per rispettare la parità il primo ministro dev’essere linguisticamente “asessuato” (dicono proprio così).

Finora tutti avevano dato per scontato che la carica sarebbe andata a Di Rupo, non tanto per le sue qualità umane e politiche (che comunque, cosa rara, lo rendono popolare da entrambi i lati della frontiera linguistica), quanto per il suo ruolo provvidenziale nella risoluzione della crisi. Ora che il traguardo sembra vicino, o forse proprio perché è così vicino, i fiamminghi tirano fuori una nuova obiezione: Di Rupo non è abbastanza asessuato, perché parla neerlandese come… be’, non proprio come La Russa parla inglese, ma insomma, nonostante i mesi di lezioni private, il suo livello sarebbe ancora troppo scarso.

Dopo l’ultima conferenza stampa i suoi errori sono stati impietosamente sviscerati, il primo ministro ad interim Yves Leterme ha ammesso che questa lacuna potrebbe essere “problematica”, Bart De Wever ha sentenziato che la sua donna delle pulizie nigeriana “parla neerlandese meglio di Di Rupo”, e quest’ultimo non ha potuto far altro che promettere d’impegnarsi di più.

I fiamminghi hanno proposto di formare un governo a quattordici, con sette ministri neerlandofoni, sei francofoni e un premier francofono (Di Rupo), mentre questa mattina Le Soir riportava una “voce”: qualcuno avrebbe suggerito di tagliare la testa al toro e nominare un primo ministro… germanofono (terzo gruppo linguistico del paese, i germanofoni sono meno dell’1 per cento della popolazione belga).

Provocazioni a parte, il rischio è che il futuro governo belga, quasi certamente guidato da Di Rupo, parta indebolito da queste polemiche. Dopo 535 giorni di crisi, è difficile capire se convenga o meno tentare il colpo.

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