Le guide turistiche a volte mentono, come sa chi, sbarcato di recente a Lanzarote con il suo Petit fûté Canaries 2012-2013, si è inerpicato in cima alla ventosa montagna di Guanapay convinto di trovare il Museo del migrante canario (“Il museo evoca, attraverso documenti e fotografie commoventi, la storia di chi è emigrato negli Stati Uniti e in America Latina, in particolare gli abitanti di Lanzarote che alla fine del settecento fondarono la città di San Antonio in Texas”). Dal febbraio del 2011, però, la cima della montagna di Guanapay è occupata dal Museo della pirateria, come mi ha spiegato il ragazzo della biglietteria, deluso nel vedermi fare un immediato dietrofront. “Con il tempo il tema dell’emigrazione ha perso interesse per i nostri visitatori”, aveva scritto in un comunicato la direttrice del luogo. Più brutale il commento di un lettore di La voz de Lanzarote: “Finalmente hanno chiuso il Museo della miseria insulare… Quanto gli piaceva ricordarci che ottant’anni fa abbiamo fatto la fame!”.

Lanzarote non è un’eccezione: gli europei da tempo preferiscono dimenticare il loro passato di migranti. Meno se ne parla, più è facile criminalizzare chi, oggi, fa come noi ieri. E se nell’operazione capita di contraddirsi, poco male. Il Parlamento europeo, per esempio, va molto fiero del suo Premio Sakharov per la libertà di pensiero, in occasione del quale ho scoperto questa frase del celebre dissidente sovietico: “Sono convinto che la fiducia internazionale, la comprensione reciproca, il disarmo e la sicurezza internazionali siano inconcepibili senza una società aperta, la libertà di informazione, la libertà di coscienza, la glasnost’, il diritto di viaggiare e di scegliere il paese di residenza”. Al tempo stesso il Parlamento sostiene il rafforzamento della sorveglianza delle frontiere europee attraverso l’agenzia Frontex e, presto, il sistema Eurosur (European border surveillance system), al momento all’esame degli eurodeputati. Va detto che non tutti appoggiano quest’ultima proposta della Commissione. Proprio ieri Franziska Keller (Verdi) spiegava in un comunicato le ragioni della sua opposizione e invitava i cittadini a mandarle commenti e domande sull’argomento.

Del crescente potere di Frontex e del ruolo, in questa espansione, delle lobby delle armi si è parlato anche in un colloquio organizzato il 16 marzo a Bruxelles dal Progress Lawyers Network, un gruppo di avvocati belgi uniti dall’impegno per i diritti umani. Il titolo dell’evento - “Essere straniero è un crimine?” - rimandava a un caso noto tra chi si occupa di diritto degli stranieri, “Saadi contro Regno Unito”. Nel 2008 la Corte europea dei diritti dell’uomo si è infatti espressa per la prima volta sulla legittimità della detenzione di una persona in soggiorno irregolare - in quel caso un richiedente asilo, il dottore iracheno Shayan Baram Saadi, trattenuto per sette giorni dalle autorità britanniche dopo il suo arrivo a Heathrow. Il mancato possesso di certi documenti può giustificare la privazione di libertà? La sentenza definitiva propendeva verso il sì, ma sei giudici pubblicarono un parere “parzialmente dissidente”, che si concludeva con queste parole: “Essere straniero è un crimine? Noi non lo pensiamo”.

Il colloquio del 16 marzo ha presentato i vari aspetti di questo graduale processo di criminalizzazione: i matrimoni sono sospetti, se uno dei due futuri sposi è “illegale”; sono sospetti i giornalisti, se chiedono di entrare nei centri di identificazione ed espulsione (a questo proposito è importante segnalare la campagna Open Access Now); e sono sospetti i tutori che pretendono di accogliere i minori stranieri non accompagnati quando arrivano, per esempio, al porto di Anversa - molto meglio ricacciare subito quei piccoli indesiderati. L’intervento più singolare è stato quello di un commissario di polizia che ha parlato dell’obbligo, per i funzionari pubblici, di segnalare le persone in soggiorno irregolare, con un tono tra il cinico e il rassegnato che ricordava un personaggio da film noir.

E mentre la moda della delazione degli “illegali” prende piede (dopo il partito di estrema destra neerlandese Pvv, anche i fiamminghi del Vlaams Belang hanno creato un sito ad hoc), la Corte di giustizia dell’Unione europea approva il ricorso a sanzioni penali contro chi favorisce l’immigrazione illegale nel caso in cui la persona entrata nel territorio dell’Unione abbia “un visto ottenuto fraudolentemente ma non ancora annullato”. Il problema è che per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” non s’intende solo traffico di essere umani, ma, sempre più spesso, impegno per i diritti degli immigrati in soggiorno irregolare. È il cosiddetto delitto di solidarietà, per il quale in Francia si rischiano fino a cinque anni di carcere. E anche in Belgio, come spiega questo video, le autorità non scherzano.

http://vimeo.com/20911178

Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles, collabora con Internazionale e scrive di cultura e immigrazione, anche su Twitter (@ettaspin).

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