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Cosa spinge Israele verso l’escalation con l’Iran

L’attacco dell’Iran visto da Ashkelon, Israele, 14 aprile 2024. (Amir Cohen, Reuters/Contrasto)

La parola chiave delle guerre (al plurale) a cui assistiamo in Medio Oriente è deterrenza. Dal 7 ottobre scorso Israele cerca di ristabilire con la forza il proprio potere di deterrenza nei confronti dei palestinesi, conducendo una guerra senza fine e sproporzionata che ha devastato la Striscia di Gaza e ha fatto decine di migliaia di vittime. Eppure, oggi, questa guerra sembra lontana dall’aver ristabilito la capacità di deterrenza perduta dallo stato ebraico.

Con l’Iran la posta in gioco è ancora più complessa, ma il principio di deterrenza si ripropone. Israele, infatti, vuole mostrare ai suoi nemici – l’Iran e la sua rete di alleati, a cominciare da Hezbollah in Libano – che il prezzo da pagare per qualsiasi minaccia al suo territorio è estremamente alto. Il problema è che il costo della deterrenza continua ad aumentare.

Gli eventi tra Israele e Iran di queste settimane hanno prodotto una serie di novità, dal primo attacco diretto di uno stato contro Israele negli ultimi 33 anni (ovvero dai missili lanciati da Saddam Hussein durante la guerra del Golfo) al primo scontro diretto tra Iran e Israele (due paesi che distano duemila chilometri l’uno dall’altro), fino all’emergere della prima alleanza tra Israele, gli occidentali e diversi paesi arabi per reagire a un attacco iraniano. A questo punto tutto lascia pensare che ci saranno altri sviluppi inediti.

Prima di tutto bisogna capire cos’ha provocato questa improvvisa escalation. Parallelamente alla sua guerra a Gaza, da sei mesi Israele porta avanti uno scontro indiretto con l’Iran, attraverso le schermaglie con Hezbollah o le operazioni in Siria, dove Teheran ha solidi appoggi. Non si tratta di un’ostilità nuova, ma il 7 ottobre ha cambiato le carte in tavola.

Lo stato maggiore israeliano ha aumentato la pressione sugli avversari, prendendo di mira alcuni dirigenti di Hamas in un feudo di Hezbollah a Beirut, in Libano, e moltiplicando i raid aerei in territorio siriano, fino all’operazione condotta il 1 aprile contro una struttura del consolato iraniano a Damasco, che ha provocato la morte di un importante generale dei Guardiani della rivoluzione. La vicenda solleva diversi interrogativi.

Israele ha sottovalutato le conseguenze di un attacco in territorio iraniano? O forse ha voluto tendere una trappola all’Iran, che ha creduto di poter salvare la faccia con una risposta sicuramente massiccia ma anche abbastanza preannunciata da poter essere neutralizzata da Israele e dai suoi alleati? In entrambi i casi, ormai l’ingranaggio è stato attivato.

Nel suo tentativo di ristabilire la deterrenza nei confronti dell’Iran, Israele non può evitare di reagire a quello che è stato un tentativo senza precedenti di colpire il suo territorio attraverso centinaia di droni e missili. Ma dobbiamo anche tenere presente la vecchia tentazione israeliana di distruggere i siti del programma nucleare iraniano, perché lo stato ebraico sa che il giorno in cui Teheran diventerà una potenza nucleare cambierà radicalmente le regole del gioco nella regione.

Esiste un’altra opzione? Certo, senza dubbio. Ma è complicata e riguarda la diplomazia, che dovrebbe guardare all’alleanza con parte del mondo arabo per opporsi all’Iran. Questa via passa inevitabilmente da una soluzione al dramma palestinese e alla guerra in corso a Gaza. Il problema è che Benjamin Netanyahu, ossessionato dalla deterrenza, potrebbe essere spinto a favorire un’escalation, con tutti i rischi che questo comporta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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