Da due anni l’edificio è vuoto e il chiasso degli studenti non riempie più i corridoi. Per decenni qui c’è stata una scuola rurale, un istituto preuniversitario che cercava di unire lo studio e il lavoro, e dove i ragazzi vivevano.
Ma dall’anno scolastico 2009-2010, davanti all’evidenza del loro fallimento pedagogico e produttivo, molti di questi centri hanno chiuso i battenti. Invece d’imparare a lavorare nei campi, gli studenti si esercitavano nell’arte della simulazione del lavoro, e nei dormitori fiorivano promiscuità e bullismo.
Il presidente Raúl Castro ha annunciato la chiusura delle scuole rurali nell’ambito di un programma di riduzione dei costi. I blocchi di cemento che ospitavano gli studenti sono stati riconvertiti in case o istituti. Altri sono stati abbandonati. Sono nuove rovine, esempi di architettura dismessa di un’epoca recente ma ormai giunta al termine.
Dopo aver giocherellato con l’alchimia dell’insegnamento, oggi il ministero dell’istruzione cerca di rimediare ai danni inferti. Sono aumentati per esempio gli anni di studio per i professori della scuola primaria e secondaria, dopo quasi dieci anni in cui la formazione è stata frettolosa e ha sfornato “maestri emergenti”.
La disattivazione di molte scuole con lo studentato è stata accolta con un sospiro di sollievo anche dai genitori. Il trofeo della nostra piccola vittoria è un enorme edificio di cemento abbandonato nel mezzo del nulla: un esperimento educativo che ci siamo lasciati alle spalle.
*Traduzione di Sara Bani.
Internazionale, numero 916, 23 settembre 2011*
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