Nel 2020 la fotografa egiziana Lina Geoushy aveva postato sul suo profilo Instagram un annuncio in cui cercava donne che, come lei, avevano subìto violenze e molestie nel suo paese. Ne è nato il progetto Shame less, ancora in corso, che è anche una forma di attivismo e di protesta, spiega Geoushy: “Nel mondo una donna su tre ha avuto esperienze di violenza fisica o psicologica almeno una volta nella vita. La vergogna che provano gli impedisce di denunciare gli aggressori. Spesso le sopravvissute sono ritenute colpevoli di quello che è accaduto”.

Attraverso l’uso di luci naturali, Geoushy ha realizzato dei ritratti empatici senza spettacolarizzare la sofferenza. Sono donne di diverse età, ritratte in luoghi privati al Cairo, e che hanno in comune il coraggio di aver raccontato le loro storie. Geoushy le ha lasciate libere di decidere se mostrare il volto, e sulle foto di quelle che hanno scelto di non farlo ha steso delle pennellate di oro per coprire gli occhi. “Ho voluto proteggere le loro identità. Ma ho tenuto la bocca visibile come simbolo della loro voce”. L’oro, un elemento associato al potere nell’antico Egitto, è accostato alle testimonianze scritte a mano dalle protagoniste sul bordo delle immagini e al loro interno, per sottolineare il valore delle parole.

Secondo uno studio del 2013 delle Nazioni Unite il 99,3 per cento delle donne in Egitto subisce molestie o violenze sessuali nel corso della sua vita. Nel paese il movimento MeToo è apparso nel 2020 e ha incoraggiato un dibattito sulle disuguaglianze di genere, ma molte donne evitano ancora di parlare per paura di ritorsioni in pubblico e in privato. “Con questo lavoro vorrei combattere lo stigma che circonda la denuncia delle aggressioni”, ha spiegato Geoushy. ◆

“Ora ho 64 anni. Quando ero all’università vivevo in un ostello. Ogni fine settimana tornavo a casa dai miei nonni. Una volta sono salita su un autobus molto affollato. Un uomo è venuto verso di me e si è attaccato al mio corpo. Ho capito che stava succedendo qualcosa di strano. Mi sono sentita molto in imbarazzo per quello che è successo”.
“Ero a casa di un’amica. Mentre parlavamo in cucina con i suoi genitori, il padre ha cominciato a farmi il solletico intorno alla vita. Qualcuno potrebbe pensare che essendo un adulto stesse solo scherzando, ma per me si è trattato di molestia”.
“Avevo dieci o undici anni. Mio cugino ne aveva dieci di più e viveva con noi. Quando i miei genitori non c’erano mi toccava. Non mi sentivo più al sicuro a casa mia. Ero troppo giovane per elaborare quello che mi stava succedendo, ero arrabbiata e spaventata”.
“È impossibile pensare che un giorno qualunque donna in Egitto potrà camminare per la strada senza essere molestata in qualche modo. È difficile credere che luoghi un tempo sicuri ora spaventano le donne. Quindi ogni donna in Egitto vive una vita disperata e miserabile perché per lei non esistono diritti umani fondamentali. Io voglio vivere!”.
“È passato almeno un mese da quando un uomo ha avuto la bella idea di molestarmi. Per essere onesta non ci penso più, ho voltato pagina e sono tornata alla mia vita. Ma qualcosa è cambiato… Sto molto più allerta e mi fido meno delle persone. Mi ricordo mio padre che mi diceva ‘a pensar male non si sbaglia’. Non mi è mai piaciuta questa frase, ma ultimamente l’ho vista come un consiglio che posso seguire per prendermi cura di me stessa. La verità è che non vorrei vivere in allarme e non fidarmi delle persone, vorrei l’opposto. Vorrei solo fidarmi, fidarmi, fidarmi e sentirmi al sicuro, sentire che il mio corpo è un luogo sicuro e che posso proteggermi da sola, prendermi cura di me stessa. Merito sicurezza, pace e fiducia.”

Lina Geoushy è una fotografa e artista visiva egiziana.

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Questo articolo è uscito sul numero 1553 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati