D a settimane ormai José (non è il suo vero nome) pulisce la spiaggia di Cavero, nel distretto peruviano di Ventanilla, la zona più colpita dal disastro ambientale del 15 gennaio. Quel giorno le onde anomale provocate dall’eruzione di un vulcano sottomarino a Tonga hanno causato una fuoriuscita di petrolio dalla raffineria più grande del paese, di proprietà dell’azienda spagnola Repsol.

Da quando ha cominciato a lavorare, José non si è mai riposato. “So che è un rischio per la mia salute, ma ho le bollette da pagare”, spiega. Lo incontriamo al pozo, una zona della spiaggia a forma di ferro di cavallo dove l’odore è insopportabile.

Qui José e altri lavoratori prelevano il petrolio dal mare, lo versano nei barili e lo trasportano su un’altura usando un rudimentale sistema di corde. Con indosso una tuta bianca, stivali di gomma, guanti e mascherina, José s’immerge nell’acqua fino alla vita. Così ogni giorno si espone ai rischi per la salute causati dal contatto con la miscela di idrocarburi: nonostante alcune misure di sicurezza, il petrolio penetra sotto la tuta. E il suo odore è reso ancora più forte dal sole. “È un lavoro difficile. Fa caldo e il petrolio ti brucia le narici. Ma cosa devo fare? Non ho alternative”, dice José. Alla fine di ogni giornata, quando arriva a casa, si deve lavare almeno tre volte per riuscire a eliminare quell’odore.

Senza sosta

La Repsol, responsabile del disastro ecologico, non ha assunto direttamente le persone incaricate di togliere gli 11.900 barili di petrolio finiti nell’oceano Pacifico. L’azienda si è limitata ad appaltare il servizio a otto aziende, tra cui Ambipar, Sea, Coam, Mecor e Cime Ingenieros.

José, per esempio, lavora per la Sea: lo pagano 80 sol al giorno (18 euro) in base a un accordo verbale, ma per ora non ha firmato niente. Alcuni suoi colleghi che hanno firmato un contratto hanno confermato a Sudaca la retribuzione offerta dalla Sea. I turni di lavoro cominciano alle otto di mattina e finiscono alle cinque del pomeriggio, con qualche pausa per bere e riposarsi. Al momento dell’incidente alla raffineria José era disoccupato, così si è presentato come volontario alla spiaggia di Cavero e ha scoperto che avrebbe potuto guadagnare qualcosa. “Mi hanno offerto un contratto di un mese e un’assicurazione sulla vita, ma non ho firmato niente. Magari lo farò nei prossimi giorni”, dice.

Chi ha già il contratto non sa che tipo di assicurazione gli è stata offerta. Secondo l’avvocato del lavoro Jorge Toyama, anche se il servizio di pulizia delle spiagge è appaltato ad aziende terze, l’assicurazione dev’essere garantita al lavoratore dal primo giorno o al massimo da quello seguente. Inoltre, sostiene Toyama, “più che un’assicurazione sulla vita, che si attiva solo in caso di morte, servirebbe un’assicurazione sanitaria che copre qualsiasi necessità medica. Se domani un lavoratore s’intossicasse o avesse un danno permettente l’assicurazione non gli pagherebbe nulla”.

I turni cominciano alle otto di mattina e finiscono alle cinque del pomeriggio

Sudaca ha contattato la Sea per conoscere i dettagli dei contratti, ma l’azienda non ha risposto. In ogni caso, anche se ha appaltato il servizio di pulizia, la compagnia spagnola deve garantire condizioni di lavoro adeguate. “Se le aziende appaltatrici non pagano un’assicurazione ne risponde chi gli ha affidato il lavoro”, spiega Toyama.

Secondo Elizabeth Rojas, a capo della direzione per la promozione della salute al ministero della sanità del Perù, “quando le persone sono esposte a un agente tossico – come il petrolio – possono sviluppare disturbi gravi come irritazioni alla pelle, avere danni al sistema respiratorio e problemi di digestione”.

José lavora da più di una settimana senza sosta. Non si riposa neanche la domenica, perché è pagato il doppio. Chi lavora di più viene “premiato”, ma ci rimette in salute. Da quando sono cominciate le operazioni di recupero del greggio, ogni giorno tre o quattro persone hanno bisogno di assistenza medica, dice il personale della protezione civile presente nella spiaggia di Cavero. “Soccorriamo persone che si sentono male per il contatto con il petrolio. Ci sono anche casi d’insolazione, svenimenti, mal di testa”, spiega Meza Barriga, coordinatore dei soccorsi.

Alcuni problemi di salute si manifestano immediatamente, ma come ricorda Judith Falero, della Dirección de redes integradas de salud di Lima, altri problemi possono manifestarsi dopo sei mesi o anche un anno. Ci sono disturbi che rischiano di essere permanenti, molto dipende dalle condizioni di salute del lavoratore e dal tempo di esposizione agli agenti tossici. “Il contatto prolungato con il petrolio può provocare alcuni tipi di tumore”, afferma Rojas.

Sudaca ha inviato alcune domande alla Repsol per capire come verifica che le aziende appaltatrici rispettino le disposizioni di sicurezza sul lavoro e proteggano la salute dei lavoratori. Ma la Repsol non ha risposto.

Da sapere
Emergenza ambientale

◆ Il 15 gennaio 2022 l’eruzione di un vulcano sottomarino a Tonga, nell’oceano Pacifico, ha provocato un grave disastro ambientale in Perù. Le onde anomale causate dall’eruzione hanno fatto fuoriuscire una grossa quantità di petrolio dalla raffineria La Pampilla, nel distretto di Ventanilla, a nord di Lima. Il greggio ha contaminato diciottomila chilometri quadrati di aree protette e ucciso uccelli e animali marini. La raffineria appartiene all’azienda spagnola Repsol, contro cui le autorità peruviane hanno aperto un’indagine. Il 28 gennaio il ministro dell’ambiente peruviano Rubén Ramírez ha detto che il danno è più grave di quanto si pensasse: i barili di petrolio che si sono riversati in mare sono dodicimila, non seimila. Bbc


La Superintendencia nacional de fiscalización laboral, l’ente del governo che si occupa della sicurezza sul lavoro, ha chiesto che “i lavoratori operino in condizioni adeguate”, e fino a oggi ha ordinato otto ispezioni. Se ci fossero violazioni delle misure di sicurezza, le aziende potrebbero ricevere fino a 56mila euro di multa.

L’attesa inutile

“Abbiamo fame. Abbiamo figli. Vogliamo un indennizzo”, gridano i componenti dell’associazione di pescatori e marinai di Ventanilla. Dal 23 gennaio si presentano tutti i giorni sulla spiaggia di Cavero per chiedere lavoro. Non possono più pescare e non hanno più da mangiare. Sostengono che i responsabili delle aziende incaricate dalla Repsol di pulire la spiaggia gli hanno promesso un impiego. Avrebbero perfino partecipato a degli incontri di formazione e comunicato il loro numero di scarpe per avere gli stivali di gomma della misura giusta.

“Ci stanno prendendo in giro”, afferma Janampa Quispe, pescatrice e madre di cinque figli che non sa come sfamare. Luz Pacaya Tamani, sessant’anni, è nella sua stessa condizione. Prima dell’incidente alla raffineria, guadagnava fino a 500 sol (113 euro) alla settimana sfilettando il pesce, e le bastavano per mantenersi e comprare le medicine per il figlio affetto da schizofrenia cronica. “Ora, senza le medicine, ho paura che mio figlio cominci ad avere le allucinazioni e si faccia del male da solo”, dice. Anche lei fa parte dell’associazione dei pescatori.

Dal 15 gennaio pulire la costa è un modo per guadagnare qualcosa. Per vari giorni Pacaya è uscita di casa all’alba e ha percorso il sentiero isolato che in un’ora porta alla spiaggia di Cavero. “Andavo insieme a un’amica”, dice. Ma alla fine si è rassegnata: invece di perdere tempo aspettando un lavoro che non arrivava, ha deciso di occuparsi del riciclo. “Oggi non sono andata, ho preferito cercare delle bottiglie. Le ho vendute e ho guadagnato quasi quattro sol. Con questi soldi ho comprato fegato, carote e cipolle da mangiare insieme a mio figlio”, racconta.

Il 20 gennaio la Repsol ha assicurato che offrirà un contratto ai pescatori più colpiti dal disastro ambientale per affidargli l’opera di bonifica. Ha poi promesso che riceveranno aiuti alimentari e ha precisato che è in corso “un dialogo approfondito con i pescatori di Santa Rosa e del distretto di Ancón”. Secondo l’azienda, “più di duemila persone stanno pulendo la zona”. Ma molte altre, danneggiate dalla fuoriuscita del petrolio, non hanno ancora ricevuto notizie, spiega Lucila Janampa, che fa parte dell’associazione di pescatori. “La Repsol non ci ha contattati. Non ci ha dato niente, neanche una briciola. Per l’azienda siamo solo spazzatura”, dice.

Janampa e gli altri pescatori sanno che non dovrebbero essere loro a pulire le coste contaminate. Ma lo fanno perché hanno bisogno di lavorare. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati