Il cielo sopra una palude salmastra nella parte settentrionale dell’isola danese di Fanø sembra più azzurro che sulla terraferma, come se la luce si riflettesse in modo diverso. Il terreno è disseminato di bunker tedeschi che facevano parte del vallo atlantico, un sistema di fortificazioni costiere costruito durante la seconda guerra mondiale. Oggi il cemento è ricoperto da licheni gialli e da ciuffi di ammofila arenaria. In cima alla duna più alta c’è uno spiazzo dal quale si vede la città di Esbjerg sulla riva opposta. A sinistra, dalla ciminiera più alta di tutta la Scandinavia, si levano nuvole scure di fumo di carbone; a destra si stagliano le turbine eoliche bianche, talmente grandi che se ne distinguono i contorni a cinque chilometri dalla costa.

Dietro il fumo, dove il terreno industriale lascia il posto a una linea costiera sabbiosa, c’è un gruppo di sculture che rappresenta quattro uomini bianchi come il gesso seduti a scrutare il mare. Con un po’ di fantasia, sembrano operai delle vicine fabbriche che mangiano un panino in spiaggia durante la pausa pranzo. D’estate le statue sono l’attrazione principale di Esbjerg. Nelle altre stagioni l’atmosfera è molto tranquilla, al massimo si sente il rumore delle auto sulle strade bagnate.

In Danimarca i treni non si spingono più a ovest di Esbjerg, così come nella punta della regione dell’Olanda Settentrionale, nei Paesi Bassi, i binari si fermano a Den Helder. Le due località hanno più o meno la stessa dimensione e si trovano entrambe nel punto in cui il mare del Nord e quello dei Wadden s’incontrano. Delle isole Frisone abitate, Fanø è quella più a nord e Texel quella più a sud, anche se la prima è quasi dieci volte più piccola. A Esbjerg e a Den Helder si respira un’atmosfera che si trova solo in posti simili: desolati, efficienti in maniera quasi fastidiosa, tradizionalmente floridi, pieni di freddi edifici industriali, abitati da operai infaticabili. E tira vento, sempre. Ma, a differenza di Den Helder, Esbjerg è una città di straordinarie metamorfosi, il cuore pulsante del green deal, la strategia europea che deve condurre il continente alla neutralità climatica entro il 2050.

Un mondo diverso

In danese æs significa “esca”, bjerg “montagna”, spiega Søren Byskov in una fredda e limpida mattina di febbraio nel museo locale dedicato alla pesca e alla navigazione. Fino a tre anni fa Byskov era il curatore del museo. Poco prima di andarsene, ha allestito una mostra sulla storia di Esbjerg. Il porto fu aperto nel 1868, quattro anni dopo che la Danimarca aveva perso tutti i porti importanti sul mare del Nord nella seconda guerra tedesco-danese.

Allora nel brullo territorio dello Jutland occidentale vivevano venti persone in fattorie arroccate su una falesia. All’inizio del novecento gli abitanti erano tredicimila. L’ampio porto ospitava un centinaio di pescherecci, un terzo in più dell’attuale flotta di Urk, nei Paesi Bassi. La rapida crescita della città oggi è visibile dall’alto, nel reticolo di strade dritte.

Byskov è in una sala in cui sono esposti i ritratti in bianco e nero di vecchi pescatori. Quando il museo ha aperto, nel 1968, con le sue seicento barche Esbjerg era il porto peschereccio più grande della Danimarca, ma oggi quelle imbarcazioni sono tutte a terra e i loro motori diventano pezzi da museo. Una foto ritrae un pescatore con un caschetto in testa e stivali sopra il ginocchio immerso in un mucchio di anguille della sabbia. È stata scattata nel 1972, racconta Byskov, un anno da record, in cui la flotta di Esbjerg pescò 33mila tonnellate di pesce e un terzo degli abitanti della città dipendeva dalla pesca industriale.

Nessuno prevedeva che, nel giro di poco, il mondo sarebbe molto cambiato. Il pescato cominciò a diminuire nonostante le nuove imbarcazioni, più grandi e dotate di apparecchiature più avanzate. Bruxelles assisteva a questi sviluppi con preoccupazione e, dopo anni di battibecchi, introdusse una politica comune per evitare di lasciare il mare senza pesci. Furono imposti controlli per i pescatori, quote da rispettare e modifiche tecniche da apportare alle imbarcazioni. “Il nuovo corso assestò un duro colpo alla pesca di Esbjerg”, continua Byskov. Il settore, che triturava diverse specie di pesci riducendoli a farina e olio, resistette, ma tutte le aziende più piccole scomparvero.

Intanto duecento chilometri a ovest di Esbjerg erano stati scoperti dei giacimenti sottomarini di petrolio e di gas. Perforare era troppo costoso. Ma, considerata la crisi petrolifera, il governo danese era deciso a raggiungere l’indipendenza energetica e negli anni successivi fu posata sul fondo marino una rete di condutture che raggiungeva la terraferma a Esbjerg. Due rappresentanti di un gruppo petrolifero si stabilirono in un ufficio nei pressi del porto e da quel momento cambiò tutto, ricorda Byskov: “L’industria fossile offriva guadagni sicuri e salari generosi. La pesca era una lotteria. I ragazzi preferivano qualsiasi mestiere a quello del pescatore”.

Jakob Lykke, un politico socialdemocratico di cinquant’anni, presidente del sindacato portuale, da ragazzo aveva un lavoretto notturno. “Scaricare il pesce dalle barche, cose così”, dice indicando i moli con i rimorchiatori. Ci troviamo in una stanzetta degli uffici del porto, in cima alla collina, in uno degli edifici più vecchi della città. “Il lavoro era duro e sporco, ma pagato molto bene”, racconta.

Materiali per la costruzione di un parco eolico a Esbjerg, in Danimarca, il 20 marzo 2015 (Paul Langrock, Zenit/Laif/Contrasto)

All’inizio Lykke non fece caso al fatto che i pescherecci stavano scomparendo finché nel porto non ne rimase più neanche uno e l’azienda per cui lavorava chiuse. I terreni rimasti liberi a ovest di Esbjerg furono occupati dall’industria fossile. “Il petrolio e il gas hanno fatto fuori la pesca”, dice Lykke, passandosi una mano tra i capelli biondo cenere. La città cambiò radicalmente. I pescatori rimasti senza lavoro si affrettarono a riqualificarsi per una nuova esistenza offshore. Lykke finì su una delle piattaforme più lontane dalla costa, che trivellava per raggiungere le riserve di gas appena scoperte sotto il mare del Nord. L’unica cosa che ricorda il passato di Esbjerg è una puzza indefinita, come se l’odore del pesce fosse penetrato nei mattoni.

Il tempo è passato, Lykke ha avuto dei figli, ha cercato lavoro sulla terraferma e ora rappresenta i lavoratori portuali, la maggior parte dei quali è ancora impiegata nell’industria fossile. Ma Esbjerg è come una costa: in trasformazione, sempre sul punto di morire, come l’ha definita la scrittrice danese Dorthe Nors. Tra poco gli abitanti di Lykke – “i compagni”, li chiama lui – torneranno tra i banchi di scuola: davanti alla costa, oltre Fanø, tra una decina d’anni sorgerà un’isola energetica che dovrà rifornire l’intera Europa nordoccidentale di energia rinnovabile a buon mercato, e allora tutto dovrà cambiare di nuovo. “Noi cavalchiamo le onde delle evoluzioni, dal pesce ai combustibili fossili, alle energie rinnovabili, con il porto come arteria vitale della città, la ragione della nostra esistenza. Siamo pronti alla prossima trasformazione, ce l’abbiamo nel sangue. Se sei nato qui, sai che tutto cambia.”

Turbine e isole

Appoggiato all’antico motore di una nave, Byskov racconta che la produzione danese di petrolio e gas ha raggiunto il culmine nel 2004. Da allora è diminuita gradualmente, mentre la quota delle rinnovabili è aumentata. Nel 2021 più del 70 per cento dell’elettricità danese è stata generata da fonti rinnovabili, soprattutto da turbine eoliche nello Jutland occidentale, con Esbjerg al centro. Nel frattempo, otto turbine europee su dieci partiranno da questo porto verso un parco eolico offshore.

La Danimarca è la guida verde d’Europa, un ruolo che ricopre dalla fine dell’ottocento. Dopo aver girato l’Europa, l’inventore Poul la Cour si stabilì ad Askov, un paese tra Esbjerg e Copenaghen. La lampadina a incandescenza non era ancora molto diffusa nelle campagne danesi e nella scuola in cui La Cour insegnava matematica e fisica la corrente saltava spesso. Nei Paesi Bassi aveva sentito parlare di esperimenti per generare elettricità con turbine eoliche, ma ogni tentativo si scontrava con l’imperfezione tecnica.

Nel 1891 La Cour costruì una piccola turbina eolica vicino alla scuola e la collegò a un ingegnoso sistema che, in presenza di un eccesso di elettricità, avrebbe usato l’energia per l’elettrolisi: l’acqua era scissa in ossigeno e idrogeno. Nei giorni in cui non c’era abbastanza vento, l’idrogeno era rilasciato in un sistema di tubi per alimentare speciali lampade a gas sul soffitto. L’idea di La Cour per generare e immagazzinare l’energia elettrica fu una rivoluzione nelle campagne: da quel momento ci fu elettricità a sufficienza per tutti.

L’ex ministra danese per l’ambiente Ida Auken racconta questa storia nel libro Tro på det (Credici), in cui parla del suo lavoro e delle conseguenze del cambiamento climatico. Oggi è una deputata eletta con i socialdemocratici. Mi riceve nel suo studio nell’imponente edificio del parlamento a Copenaghen. Apre due bottiglie d’acqua frizzante e mi chiede: “Conosce la storia di Per Hækkerup? Negli anni sessanta, quando era ministro degli esteri, si accordò con i norvegesi per la spartizione del mare del Nord. Oslo finì per avere tutti i giacimenti petroliferi e per arricchirsi a dismisura, per cui si è diffusa la leggenda che durante i negoziati Hækkerup fosse ubriaco. Nel mio libro scrivo che in realtà è stato un visionario, perché alla Danimarca furono assegnate tutte le parti poco profonde del mare del Nord, quelle da cui proverrà la nostra energia futura. Infatti le acque poco profonde sono più adatte alla costruzione di isole energetiche”.

Sette anni fa Auken ha letto un articolo su una rivista specializzata. Parlava di un’idea dell’operatore di rete TenneT: isole energetiche sul Dogger bank, un banco di sabbia al largo del mare del Nord, tra Regno Unito e Danimarca. All’epoca era un’idea folle: isole costruite in una delle acque più trafficate del mondo che avrebbero fornito energia a milioni di famiglie. “Ma continuava a girarmi per la testa”, dice Auken, “alla fine ho pensato: è questo che dovremmo fare”. Così l’ha raccontato ai colleghi danesi e al senato del Massachusetts, negli Stati Uniti. “Ho mostrato le immagini di un progetto e ho spiegato che l’isola avrebbe generato una potenza tra i dieci e i diciassette gigawatt, sufficiente per dieci o diciassette milioni di famiglie. Pensarono tutti che fossi impazzita”.

Tre anni dopo, nel 2019, in Danimarca si votava. L’Europa si era appena lasciata alle spalle una delle estati più aride di sempre, in Danimarca erano stati battuti vari record di calore, le acque dei fiumi erano scese sotto ogni livello storico, Greta Thunberg scioperava da mesi davanti al parlamento svedese. “Per la prima volta le persone sperimentavano direttamente gli effetti del cambiamento climatico”, dice Auken. “Si manifestava, i danesi volevano una legge che riducesse le emissioni di gas serra del 70 per cento entro il 2030. Il cambiamento climatico è stato al centro delle elezioni”.

Auken fu rieletta e sfruttò il suo momento. Continuò a parlare di isole energetiche e alla fine furono stanziati i fondi per uno studio sulla fattibilità del progetto. Nel 2020 un’ampia maggioranza del parlamento accettò di sviluppare il piano infrastrutturale più costoso della storia danese: circa 31 miliardi di euro per due isole energetiche. Una nel mar Baltico, l’altra al largo della costa di Esbjerg.

Jacob Østergaard, professore di sistemi di energia rinnovabile, non poteva credere alle sue orecchie. Lo racconta lui stesso nel campus dell’Università tecnica della Danimarca, a nord di Copenaghen. Ci troviamo in una sala di controllo con otto computer e cinque enormi schermi. Ci sono luci lampeggianti rosse, gialle e verdi, e tabelle con cifre che cambiano rapidamente. Lo schermo più grande mostra una mappa della Danimarca attraversata da linee: è la rete energetica. Si vedono tre turbine eoliche che girano al largo della costa di Esbjerg, una linea tratteggiata blu scuro esce dallo schermo in basso a sinistra. In questo momento settecento megawatt arrivano da Esbjerg al porto di Eemshaven, a nord di Groningen, nei Paesi Bassi, una minima parte di quello che passerà attraverso quei cavi in futuro.

Quando il parlamento decise di sviluppare le isole energetiche, Østergaard lavorava da anni con un gruppo di dottorandi a una ricerca sperimentale sulle possibilità d’integrare in modo economicamente vantaggioso l’energia proveniente da diversi parchi eolici offshore nella rete energetica danese. “Non ci aspettavamo che la nostra ricerca sarebbe stata messa in pratica così presto. La facoltà ha dovuto mettere il turbo per scoprire se e come queste isole energetiche fossero possibili. È stato pazzesco”, si entusiasma.

Nel 2021, un anno dopo il voto del parlamento danese, Østergaard e alcuni dottorandi hanno pubblicato una ricerca intitolata The energy islands: a Mars mission for the energy system (Le isole energetiche: una missione su Marte per il sistema energetico), in cui descrivono quello che è tecnicamente necessario e quello che è possibile al momento. Non tutte le tecnologie necessarie per costruire un’isola energetica sono già disponibili. “Se dovessimo costruire un nuovo sistema usando le conoscenze che abbiamo sull’attuale sistema energetico basato sul fossile, la rete elettrica diventerebbe inaffidabile e in futuro si verificherebbero frequenti blackout”, spiega. “Per inserire le isole energetiche nella rete elettrica sarà necessario un cambio di paradigma, una trasformazione totale del modo di pensare”.

“Dobbiamo inventare un sistema nuovo, ma non siamo ancora a questo punto”

Un’isola energetica è come una presa elettrica. I progetti dell’agenzia danese per l’energia mostrano un’isola tonda con barriere a gradini sul mare contro le inondazioni. L’isola è collegata tramite enormi cavi d’acciaio tirati sul fondale a vari parchi eolici, cosa che consente d’immagazzinare l’energia in maniera centrale e poi distribuirla. In caso di eccedenza, l’acqua è convertita in idrogeno attraverso l’elettrolisi, come faceva La Cour alla fine dell’ottocento. Insieme, le due isole energetiche produrranno più energia di quanta ne serva alla Danimarca, consentendo di fornire elettricità anche ai paesi vicini e rendendo lentamente ma inesorabilmente più sostenibile la rete energetica europea. L’isola davanti alla costa di Esbjerg fornirà elettricità a Germania, Belgio e Paesi Bassi.

“Questo avrà conseguenze importanti per tutti i sistemi energetici dell’Europa nordoccidentale”, dice Østergaard. “La rete elettrica europea si basa sui principi dell’industria fossile: quando c’è più domanda, la centrale a carbone lavora di più. Ma ovviamente non possiamo far soffiare il vento più forte, quindi c’è tutta una serie d’implicazioni da considerare: il modo in cui proteggiamo la rete, la controlliamo, ne assicuriamo la stabilità, è diverso da quello che conosciamo. Dobbiamo inventare un sistema nuovo, ma non siamo ancora a questo punto. Sappiamo cosa dovremmo adattare, ma non ancora come farlo”.

Il prossimo passo

Le prime isole energetiche dovrebbero essere operative tra dieci anni. Quella al largo di Esbjerg avrà inizialmente una capacità di tre gigawatt – sufficiente per circa tre milioni di famiglie – che nel 2040 sarà ampliata a dieci gigawatt. Ma Østergaard e i suoi colleghi stimano il potenziale eolico totale del mare del Nord intorno ai 180 gigawatt, abbastanza per tutti gli abitanti di Germania, Francia, Danimarca, Paesi Bassi e Belgio. “A volte mi chiedo se riusciremo a trovare tutte le soluzioni in tempo, ma credo di sì”, dice Østergaard. “Questo è il prossimo passo dell’industria eolica danese. Abbiamo costruito le prime turbine sulla terraferma, poi abbiamo installato il primo parco eolico offshore e ora stiamo realizzando delle isole energetiche. È un progetto pionieristico, un laboratorio su scala continentale. Se avremo successo, potremo contribuire alla transizione energetica globale”.

Torniamo a Esbjerg. Jakob Lykke indica dalla finestra dell’edificio del porto un jackup, un’imbarcazione con quattro gambe che le permettono di sollevarsi sull’acqua per una maggiore stabilità durante i lavori in mare aperto. I rappresentanti del sindacato lavorano sempre più spesso su navi di questo tipo, spiega Lykke. Esbjerg cambia ogni quarant’anni. Prima il pesce, poi l’industria fossile, ora le isole energetiche. “Qui non ci si limita a parlare di transizione energetica, la si mette in pratica. Stiamo vivendo il futuro”, ribadisce.

Tre mesi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il premier olandese Mark Rutte, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il primo ministro belga Alexander De Croo, la prima ministra danese Mette Frederiksen e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si sono riuniti al porto di Esbjerg per un vertice sul ruolo dell’energia eolica del mare del Nord nella transizione energetica europea. Una foto li mostra con le turbine eoliche sullo sfondo. Hanno appena firmato il patto di Esbjerg, un accordo per trasformare il mare del Nord in una centrale di energia verde, creando varie isole energetiche nelle aree di mare meno profonde. L’aumento dei prezzi dell’energia e la dipendenza dalla Russia hanno accelerato il progetto: tutti vogliono liberarsi del gas ed essere in grado di garantirsi l’indipendenza energetica. Secondo l’accordo, entro il 2030 la capacità eolica offshore dovrebbe quadruplicare per Paesi Bassi, Danimarca, Germania e Belgio. Entro il 2050 l’eolico del mare del Nord porterà energia a 150 milioni di famiglie: un traguardo importante nel piano di sostenibilità europeo. Anche altri paesi cominciano a riconoscere che le isole energetiche potrebbero essere l’unico modo per vivere in modo sostenibile dal punto di vista climatico. Al vertice che si è svolto alla fine di aprile a Oostende, in Belgio, si sono uniti ai lavori anche Norvegia, Regno Unito, Irlanda, Francia e Lussemburgo.

Se da uno dei bunker tedeschi sull’isola di Fanø si guarda a destra, si scorgono le turbine che hanno fatto da sfondo alla foto dei leader europei. Le dune sono più silenziose rispetto all’altra riva. Di tanto in tanto risuona il verso di un uccello, ma il rumore di fondo è quello incessante di tre turbine eoliche, a poche centinaia di metri di distanza, le cui pale svettano sopra le conifere. L’industria fossile sulla sinistra, dove il fumo esce dalla ciminiera più alta, perderà terreno. Di certo ci sarà una mostra al museo locale della pesca e della navigazione, con le foto di chi un tempo trivellava il mare e poi si è riqualificato per lavorare su un’isola energetica. E intanto a Esbjerg avrà luogo una nuova miracolosa trasformazione che sconvolgerà completamente la vita della cittadina. Qui è sempre così. L’unica costante è il vento. ◆ vf

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Questo articolo è uscito sul numero 1527 di Internazionale, a pagina 57. Compra questo numero | Abbonati