È Mumbai a novembre. Cioè fa caldo. Mi sono trovata dove mi trovo ora molte volte in passato, in ogni fase della mia vita: da bambina, quando a malapena mi reggevo sulle gambe; poi quando ero una ragazzina occhialuta con le ginocchia sbucciate; poi da adolescente impacciata che si tirava giù la gonna per non attirare troppo l’attenzione; poi da giovane donna con lo zaino in spalla, dopo l’università; infine da novella sposa, in viaggio con mio marito.

Stavolta sono qui come scrittrice, moglie e madre. Sono a poche decine di metri da un parco gremito di camminatori mattutini, nel quartiere immerso nel verde di Vile Parle, sulla strada dove i miei nonni, e poi mia zia, abitavano in un palazzo che si chiamava Nav Samaj. Ne ricordo ogni dettaglio: l’odore minerale della scala; il divano letto dove da bambina passavo ore a leggere pile di Reader’s Digest; le mattonelle fresche del pavimento dove mi stendevo quando il caldo era insopportabile; la cucina buia dove sono stati sfornati i pasti più spettacolari della mia vita. E poi l’almirah in camera da letto dov’erano appesi i sari di mia nonna, inamidati e odorosi di naftalina.

Ogni città ha un universo al suo interno, soprattutto Mumbai. Ci sono innumerevoli percorsi che la attraversano, ma non c’è più nessuno a farmi da guida

Ora la visuale è cambiata: il Nav Samaj non c’è più. Al suo posto sarà costruito un nuovo palazzo, il Navasamaj: il nome è in bella mostra a grandi lettere d’oro sulla falsa facciata dell’edificio, con l’immagine di un complesso mastodontico tre volte più grande dell’originale. Lo indico per farlo vedere a mia figlia Kavi, di quattro anni, cercando di spiegarle la spaccatura nel mio sguardo. Lei non è mai stata in India: è troppo piccola per vedere questo fantasma.

Per me non esiste una città più bella e più ricca di storia personale di Mumbai, dove i miei genitori sono cresciuti e si sono innamorati prima di trasferirsi negli Stati Uniti a vent’anni. Ma non c’è neanche una città che mi faccia sentire più estranea. Negli anni sono venuta qui tante volte, ma di Mumbai non ho visto quasi nulla. Scaricata come un pacco postale tra i miei familiari, senza spendere un soldo, non uscivo mai da sola e passavo buona parte del tempo nelle stanze dei miei parenti. È stata la cognata di mia madre (la mia Mami, in gujarātī) a farmi conoscere la sua Mumbai. Ila Mami aveva capito qualcosa della sua città, e forse anche di me.

Una volta, quando ero adolescente, comprammo un cd piratato di musica hindi da un tizio per la strada. A casa, nell’appartamento che oggi non esiste più, Ila Mami si alzò di scatto per ballare e mi diede il tormento finché, alla fine, cominciai a ballare anch’io. Un’altra volta, davanti al mercato dov’eravamo andate a fare la spesa, si fermò a un carretto di guava: li vuoi? Ovviamente sì, li volevo sempre. Lei li strofinò con il fazzoletto per pulirli e me li porse. E poi, eccola mercanteggiare alle bancarelle per prendermi un paio di pantaloni; oppure ferma al carretto dei gelati per comprarmi un kulfi, il tipico dessert freddo tagliato a fette prima di essere servito con il coltello. Una volta, sorprese dalla pioggia, siamo scoppiate a ridere, zuppe e felici, sotto uno di quegli acquazzoni che arrivano e se ne vanno in un attimo. Con Ila Mami non ho condiviso solo gioia e divertimento: è come se avesse illuminato la città per me. Adesso però siamo nel 2023, e mia zia, esuberante e innamorata della vita, non c’è più, se n’è andata prima del tempo. Quasi tutti i miei parenti si sono trasferiti altrove, e alcuni hanno addirittura lasciato l’India.

Ogni città ha un universo al suo interno, soprattutto Mumbai. Ci sono innumerevoli percorsi che la attraversano, ma non c’è più nessuno a farmi da guida. A sette anni dalla mia ultima visita, sono a Mumbai con mio marito, bianco, e mia figlia, di origini miste, per cercare di scoprire la città di oggi. Lo so, da queste parti saremo sempre stranieri. Ma ci sarà pure un momento, un pasto, uno scambio che ci renderà Mumbai leggibile? E riuscirò a trovarlo, come mia zia riusciva sempre a trovarlo per me?

L’indomani prendiamo un risciò per andare a Juhu beach, la lingua di sabbia più lunga e più frequentata di Mumbai. Lungo il litorale ammiriamo i volti segnati dal mare delle case in stile déco di Bombay affacciate sull’oceano, un tempo splendide, le tinte sbiadite e le finestre sbarrate da assi di legno. Le trovo ancora bellissime. Mi ritornano in mente le passeggiate a pagamento in sella ai pony e perfino agli elefanti, i venditori di palloncini, i banchi di bhel puri, riso soffiato croccante avvolto in coni di carta da giornale. Ma quando ero bambina andavamo anche a Girgaon Chowpatty beach, nella zona sud di Mumbai, e i ricordi con il tempo si sono talmente confusi che non riesco a distinguere tra una spiaggia e l’altra. Oggi Juhu beach è piena di donne giovani o mature in scarpe da jogging, famiglie che fanno picnic e bambini e uomini di tutte le età che giocano a cricket. Il litorale fa una curva, scomparendo nello smog e nella foschia marina a nord di Versova, dove la gente pesca su barche con gli occhi dipinti sugli scafi.

Arriviamo a piedi fino alla fine della spiaggia e poi torniamo indietro, accaldati e un po’ affamati. Compriamo una noce di cocco a mia figlia ma non riusciamo a spiegare al venditore che la vorremmo spaccata per poter scavare la polpa con il cucchiaio: è una piccola incomprensione che io e mio marito supereremmo con una risata, ma per mia figlia è una tragedia. C’inginocchiamo sulla sabbia, da bravi genitori statunitensi, con i nostri “ti ascolto” e “sembri molto frustrata”, sotto gli occhi di venditori e passanti perplessi che evidentemente non hanno mai assistito a capricci del genere o a due genitori tanto incapaci. “Avevate promesso”, piagnucola, ed effettivamente è vero. Sconfitti, la prendiamo in braccio e ce ne torniamo a casa. Sul risciò, il conducente sbaglia l’indirizzo che gli ho dato con il mio accento americano e va nella direzione opposta a Vile Parle: alla fine, una corsa che all’andata è durata quindici minuti al ritorno dura tre volte tanto, con il conducente che prima c’interroga in hindi con aria esasperata e poi scuote la testa di fronte alla nostra stupidità. Tornati finalmente nel nostro appartamento, provati ed esausti, ci arrendiamo troppo presto al jet lag.

La notte rimango sveglia nel letto, irrequieta per la frustrazione. L’incapacità di farmi capire a Mumbai, come quando non sono riuscita a comunicare nel risciò, mi ha fatto vedere la faccia chiusa della città. Mi rendo conto che nessun posto mi fa sentire lo stesso senso di fallimento. È un sentimento doloroso che si collega al privilegio di essere americana: la mia faccia dice che sono di qui, ma la mia voce e la mia postura sono quelle di una straniera. Come farò a trovare la mia strada?

Beatrice Bandiera

Il parco nazionale Sanjay Gandhi è adagiato come uno smeraldo nella città sterminata e in continua espansione. Per me è una tabula rasa, priva di ricordi. Anche se sono stata a Mumbai decine di volte non ho mai visitato questo parco, che ha aperto un paio di anni prima che i miei genitori lasciassero l’India. È un posto che ha più o meno la mia età. È il nostro terzo giorno a Mumbai: prendiamo il treno (scendiamo alla stazione sbagliata, poi risaliamo) e affittiamo un risciò a un prezzo che si rivela assurdo quando scopriamo che il viaggio si poteva fare comodamente a piedi.

Il parco si estende per un centinaio di chilometri quadrati: i numerosi campi da gioco e i terreni usati per il cricket e il badminton senza rete lasciano spazio ad aree più selvagge man mano che ci si sposta verso l’interno. Vaghiamo per il paesaggio alberato ammirando le fantastiche farfalle a macchioline e altre, grandi come il palmo di una mano, con le ali di un impossibile azzurro iridescente. Troviamo un’area giochi e mia figlia si arrampica su un albero, impressionando un bambino più piccolo. Una bambina si avvicina a Kavi tentando di fare amicizia: mia figlia, presa da un attacco di timidezza, si porta le mani al petto e comincia a saltellare come un coniglietto. La bambina la copia. Quando ci mettiamo a chiacchierare con i genitori la sensazione è la stessa di quando parliamo con la gente a casa, come se per la prima volta ci vedessero per quelli che siamo.

Vicino al lago navigabile del parco i venditori ambulanti spazzano via la polvere e stendono lenzuoli per esporre le loro merci: carambole acerbe e spolverate di spezie dolci-salate, succo di canna da zucchero e bibite gassate al lime. Prendiamo dell’acqua di cocco per mia figlia e vediamo il suo viso arrossato che si distende mentre beve. Senza bisogno di chiederglielo, il venditore spacca in due la noce di cocco e le porge una scheggia da usare come cuc­chiaio per la polpa. È una di quelle cose che Ila Mami avrebbe fatto per me e che finalmente posso condividere con mia figlia: un piccolo successo da contrapporre ai tanti piccoli fallimenti, fraintendimenti e capricci.

Kavi ha la pelle chiara e i capelli ramati, ma qui al parco porta con orgoglio il suo nome sanscrito. Ha il visto striato di sporcizia e le scarpe impolverate di terra rossa, gli occhi indagatori aperti ai movimenti delle farfalle e degli alberi scossi dal vento, alla minaccia vagante di scimmie fin troppo socievoli e al fiume gioioso dei volti. Ho pochissimi ricordi dei miei primi viaggi in India. Cosa ricorderà lei di tutto questo?

Sul treno per il ritorno siamo stanchi ma felici. Mia figlia si rannicchia sulle mie ginocchia e dorme mentre attraversiamo questa città in continuo cambiamento, con le torri scintillanti di appartamenti di lusso che svettano nei quartieri periferici e dove prima c’erano boschi e ora ci sono strade ad alto scorrimento. Dentro di me si fa largo una sensazione diversa – non di padronanza, ma di giocosità, di apertura al nuovo. Mumbai è una città che ricompensa la flessibilità, credo che mia zia lo sapesse molto bene.

Nei giorni seguenti ci delizieremo davanti a piccole coppe di terracotta di chai ricco di cardamomo e ciotole di sabudana khichdi, piccante fino al limite della sopportazione, la tapioca morbida e gommosa che contrasta con il croccante delle arachidi e l’asprezza del lime. La mattina l’aria è mielosa e fresca e Mumbai sembra la città più bella del mondo, rigogliosa e gentile, con i suoi guava, la sua crema di mele e i suoi frutti del drago, che faccio assaggiare per la prima volta a mia figlia. Andrò a vedere una mostra di artigianato molto simile a quella che ho visto l’ultima volta con Ila Mami e guarderò Umar, il venditore, che srotolerà delicatamente i suoi lucenti foulard, uno dopo l’altro, ricordandomi l’immenso piacere di fare shopping in India. Mio marito si tufferà in un involtino di lifafa e ci metteremo quasi a gridare per la deliziosa commistione di menta e grasso, mentre il peperoncino piccante emerge poco a poco: come addentare un’opera d’arte. Una piccola banda di ottoni ci farà fermare in mezzo alla strada: la festa che stanno celebrando rimane un mistero, ma i nostri corpi esplodono comunque di gioia. Vedrò mia figlia ridere mentre si lancia dallo scivolo più alto della scuola vicino al nostro appartamento di Vile Parle. Guarderò mio marito, che porta con allegria il suo essere fuori posto e ha al dito l’anello che abbiamo comprato insieme con Ila Mami. Un momento dopo l’altro, questa città m’insegnerà a stare sveglia nel presente, a prestare attenzione, a seguire il filo della connessione umana, a trarre il piacere ovunque si trovi. Non sarà mai la Mumbai di Ila Mami quella che potrò offrire alla mia famiglia o a me stessa. Ma il suo ricordo ci ha aiutato a trovare una città tutta nostra. ◆ fas

Shruti Swamy è una scrittrice indiana. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Una casa è un corpo (Racconti 2022). Questo articolo è uscito sul bimestrale statunitense Afar, che si occupa soprattutto di esperienze di viaggio, con il titolo Meeting Mumbai again after a life-changing loss.

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Questo articolo è uscito sul numero 1534 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati