Da mesi Nhlanhla “Lux” Mohlauhi (conosciuto anche con il cognome Dlamini) alimenta i sentimenti xenofobi del Sudafrica ed entra nelle case delle persone presentandosi come un giustiziere, instillando la paura e il panico tra i profughi e gli immigrati.

Ha avuto i suoi primi quindici minuti di fama il 13 luglio 2021. Quel giorno le violenze e i saccheggi dei grandi centri commerciali in alcune province del Sudafrica si stavano diffondendo anche a Soweto, vicino a Johannesburg. Lui ha postato su Facebook un video in cui diceva: “Difendiamo l’economia della township e il suo centro commerciale. I saccheggiatori non entreranno mai, dovranno passare sul mio cadavere”.

Il video è diventato molto popolare su internet. Mohlauhi si presentava come un guerriero, un giovane guardiano pronto a impegnarsi contro i ladri e i delinquenti. Un mese prima aveva già fatto nascere forti tensioni a causa di un’iniziativa di “pulizia” a Soweto con cui voleva far chiudere tutti i negozi gestiti da stranieri, da lui considerati illegali. L’aveva chiamata operazione Dudula (che vuol dire “respingere” in lingua zulu). Da quel momento Mohlauhi è sotto i riflettori. Grazie alle interviste alla tv e alla radio il numero dei suoi follower su Facebook, Instagram e Twitter continua a crescere.

L’8 aprile gli attacchi contro gli stranieri in Sudafrica hanno causato una vittima: Elvis Nyathi, un giardiniere zimbabweano di 43 anni, padre di quattro figli. È stato ucciso a Diepsloot, un’affollata township tra Johannesburg e Pretoria, linciato da una folla che andava di casa in casa chiedendo a tutti di mostrare il permesso di soggiorno. Nyathi è stato trascinato fuori dal posto in cui si era nascosto e picchiato a morte, e il suo cadavere è stato dato alle fiamme.

L’operazione Dudula consiste in un grande gruppo di persone che va in giro a chiedere alla gente di esibire i loro documenti. Chi non è in regola viene catturato, in teoria per essere consegnato alla polizia e deportato. Negli ultimi dieci mesi il movimento ha conosciuto una rapida crescita: è arrivato anche a Johannesburg e spesso i sostenitori vanno in giro per il paese con dei pullman. Si autodefiniscono cittadini con una missione: “Prima i sudafricani. Solo immigrati legali in Sudafrica”.

Capri espiatori

L’operazione Dudula non è ben organizzata e non è chiaro chi ne faccia parte, ma le sue iniziative hanno una grande visibilità, soprattutto sui social network, e questo porta a tanti casi di emulazione. L’organizzazione ha tratto forza dalla campagna Put South Africa first (Prima il Sudafrica), alla quale hanno aderito anche la All truck drivers foundation – un’associazione di camionisti – e l’Associazione dei veterani dell’uMkhonto we Sizwe, il braccio armato del partito African national congress (Anc) ai tempi della lotta contro l’apartheid.

Tutti i sostenitori del movimento sottolineano i fallimenti del governo dell’Anc e incolpano gli stranieri irregolari per la disoccupazione dilagante nel paese, la scarsità delle risorse pubbliche disponibili, l’aumento della criminalità e della dipendenza da droghe.

L’ascesa dell’operazione Dudula, che tratta gli stranieri come capri espiatori, può essere considerata anche una conseguenza della pandemia, in un paese che ha registrato molti decessi a causa del covid-19 e gli effetti disastrosi dei lockdown. A febbraio il Social economic rights institute (Istituto per i diritti socio-economici, Seri) osservava: “L’impatto devastante della pandemia negli ultimi due anni ha spinto verso la povertà persone di tutte le classi sociali. Il settore informale continua a patire difficoltà politiche ed economiche”. Con slogan come “adesso tocca ai sudafricani mangiare”, l’operazione Dudula raccoglie i suoi sostenitori su Face­book. Qui i suoi gruppi pubblici contano poche centinaia d’iscritti, ma le vere discussioni avvengono nei gruppi privati, che contano decine di migliaia di partecipanti. Quando si chiede di entrare in uno di questi gruppi, Facebook avverte che i contenuti violano i suoi standard di comunità.

In un video girato in una palestra casalinga lo si vede correre su un tapis roulant mentre punta un fucile verso un immaginario campo di battaglia

In pubblico Mohlauhi si affanna a ripetere che il suo movimento “si batte contro la criminalità e opera nei limiti della legalità”. Avremmo voluto chiedergli perché i contenuti pubblicati dai gruppi su Face­book dell’operazione Dudula sono stati segnalati come offensivi. Ma, dopo aver accettato di rilasciare un’intervista al Daily Maverick il 29 marzo, Mohlauhi si è tirato indietro. Pochi giorni prima era stato arrestato ed era uscito su cauzione. Intanto, man mano che i mezzi d’informazione raccontavano la sua storia ripetendo quello che lui aveva detto nelle interviste, alcune cose non tornavano.

A marzo Mohlauhi è stato messo sotto accusa per violazione di domicilio e danni intenzionali alla proprietà. L’incidente era avvenuto durante una manifestazione a Soweto, nel corso della quale Mohlauhi e altri si erano staccati dal corteo scortato dalla polizia per prendere di mira l’abitazione di Victor Ramarafe, un uomo che secondo loro era uno spacciatore. Secondo l’accusa, avrebbero fatto irruzione nella casa di Ramarafe e l’avrebbero saccheggiata.

Ramarafe è un noto sostenitore del partito di sinistra Economic freedom fighters (Eff). La polizia ha confermato che non è stata trovata droga nel suo appartamento e ha precisato di non aver accompagnato gli esponenti dell’operazione Dudula durante l’irruzione. Mohlauhi è atteso di nuovo in tribunale il 27 maggio.

Fino alla convocazione in aula, Mohlauhi aveva usato il cognome Dlamini, senza preoccuparsi di correggere l’errore. Durante l’udienza ha chiesto di potersi rivolgere alla corte, ma solo per scusarsi del modo in cui era vestito. Indossava una felpa nera. Quando ci siamo sentiti al telefono ci aveva dato appuntamento al “parlamento di Soweto”, ma fisicamente quel posto non esiste.

A questo punto della storia, dobbiamo tornare indietro, all’infanzia e ai giorni da studente di Mohlauhi, quando le opportunità offerte dall’istruzione lo portarono sulla soglia di una terra promessa ricca di soldi e privilegi, lontano dallo squallore della township. Non apparteneva del tutto né a Soweto, dov’è cresciuto, né a Sandton, il quartiere più ricco di Johannesburg, dove aveva frequentato le scuole a partire dal 2005. In un’intervista radiofonica ha dichiarato: “Ero costretto tra quei due mondi, perciò mi sono dovuto adattare”.

In un certo senso, questa condizione l’ha reso un esperto camaleonte. Quando a gennaio è stato invitato in Etiopia, ha descritto l’operazione Dudula come una “lotta contro le forze coloniali”, sostenendo di battersi “per la nostra madrepatria Africa, perché non possiamo andarcene come hanno fatto altri”. Si è ingraziato la più giovane parlamentare namibiana, Patience Masua, e ha postato una foto con lei su Facebook, scrivendo che erano “giovani leader africani”.

Figlio di un gangster

Quando è nel suo paese, però, resta fedele allo slogan “prima il Sudafrica”. A chi gli fa notare l’incoerenza, lui replica dicendo che la sua non è una lotta contro gli stranieri, ma contro gli stranieri senza documenti. Naturalmente è una bugia. Un immigrato che viene aggredito da presunti giustizieri e folle inferocite non ha certo il tempo di mostrare i documenti.

Mohlauhi ha raccontato che suo padre era un eroe della lotta contro l’apartheid e anche un gangster, costretto a rapinare banche per finanziare la rivolta. Per il resto non lo nomina mai.

Da piccolo amava lo sport e, dopo aver frequentato le scuole pubbliche, nel 2005 vinse una borsa di studio per meriti sportivi che gli permise di entrare in una prestigiosa scuola privata cattolica maschile in un quartiere ricco di Johannesburg.

Un suo ex compagno di classe, che preferisce restare anonimo, non riesce a capire come “il ragazzo gentile che trascorreva tanto tempo in biblioteca” possa essere la stessa persona “che oggi diffonde la retorica xenofoba”. Secondo lui “Lux” è venuto fuori anni dopo la fine della scuola, quando in Sudafrica tutti hanno cominciato a usare Instagram. Nel suo primo post su Instagram, a marzo del 2015, Mohlauhi sfoggiava un orologio sfarzoso, occhiali sportivi scuri e un distintivo da pilota. Con i suoi hashtag promuoveva una compagnia aerea immaginaria, la Native Airways.

Nei post più recenti invece è in tuta mimetica, mentre sulla sua pagina Facebook ci sono assurdi messaggi a tema militare. Il più strano è un video girato in una palestra casalinga in cui si vede Mohlauhi correre su un tapis roulant mentre punta un fucile automatico verso un immaginario campo di battaglia.

Nel 2019 Mohlauhi faceva parte del Naturena community policing forum, un gruppo di volontari che pattugliano il quartiere di Naturena, a Johannesburg, per prevenire i furti e lo spaccio di droga. Il vicepresidente del gruppo, Nceba Ndube, ne ha parlato bene: “Lo abbiamo invitato e ci ha aiutato molto con le campagne di reclutamento. Ha anche finanziato con diecimila rand (circa 600 euro) il nostro progetto”.

La costruzione del personaggio di Mohlauhi però ha avuto dei costi e, a quanto pare, ha lasciato anche dei conti non pagati. Ad aprile la Vertex, un’azienda che promuove e organizza eventi, gli ha fatto causa, sostenendo che aveva un debito di 600mila rand (circa 36mila euro).

E negli stessi giorni è venuto fuori che “Lux” era stato condannato per non essersi presentato in tribunale per un caso di aggressione in cui era accusato di aver messo le mani addosso a un affittuario che non aveva pagato in tempo il canone a sua madre.

Biografia

1986 Nasce a Soweto, una township vicino a Johannesburg, in Sudafrica.

2005 Comincia a frequentare una scuola a Sandton, un quartiere ricco di Johannesburg.

2019 È accusato di aggressione dopo aver malmenato un affittuario della madre.

2021 Un suo video girato durante il saccheggio di un centro commerciale a Soweto diventa molto popolare su internet.

gennaio 2022 A Soweto e Johannesburg si svolgono le prime manifestazioni dell’operazione Dudula, un movimento da lui guidato che prende di mira gli stranieri.


Mohlauhi, tra l’altro, ha dieci società registrate a suo nome, ma nessuna risulta attualmente in attività.

Il suo ex compagno di classe aggiunge: “Per i ragazzi neri che frequentavano la nostra scuola grazie a delle borse di studio è stato difficile. Avevano compagni di classe molto ricchi, perciò di solito se ne stavano tra di loro. Non c’era razzismo, ma magari quell’ambiente ha spinto Mohlauhi a desiderare più soldi. Vedeva tutta quella ricchezza, e lui non aveva niente”.

Nel 2015, a 28 anni, Mohlauhi è stato intervistato dalla rivista sudafricana Bona. Ha dichiarato di essersi iscritto a scienze politiche all’università di Johannesburg e lì di essere diventato segretario della sezione giovanile dell’African national congress. Ma poi, ha detto, si annoiava. Ha aggiunto di aver convinto l’ambasciata cinese a Pretoria ad accettare la sua proposta di tenere un corso sulla teoria dello sport in cambio della possibilità di studiare in Cina. Nonostante avesse solo 19 anni e nessun titolo per insegnare quella materia, la sua proposta era stata accettata e lui era partito per la Cina.

L’anno dopo, però, era di nuovo in Sudafrica. A quel punto si è dedicato allo “studio” del golf. Ma nemmeno questa scelta di carriera doveva essere quella buona, visto che successivamente aveva registrato la Native Airways. In quell’intervista sosteneva di aver ottenuto un brevetto da pilota; in un’altra, concessa quest’anno, ha dichiarato che il suo brevetto è scaduto.

Nella storia strampalata di Mohlauhi ci sono molte false partenze e fallimenti. Per lui l’operazione Dudula rappresenta una ripartenza, forse anche una fonte di reddito. Magari un trampolino di lancio verso la carriera politica o semplicemente il tentativo di far durare i suoi quindici minuti di popolarità un po’ più a lungo.

Mohlauhi ha ribadito che il suo movimento non è finanziato da nessuno, solo da persone che contribuiscono con pochi rand al noleggio dei pullman per andare alle manifestazioni o altre iniziative. E poi c’è la vendita delle magliette.

Tuttavia il movimento è finito sui radar di molti partiti politici. È stato criticato dall’Eff. In pubblico Mohlauhi provoca sempre il suo leader, Julius Malema. Quando è stato arrestato a marzo, davanti alle telecamere che lo aspettavano fuori dal commissariato, ha dichiarato: “Julius vuole restare al potere. Quando un uomo forte parla e la gente lo ascolta, lui diventa geloso. Detesta i nostri progressi”.

Il contributo

Mohlauhi ha amici in partiti di destra come Action SA e la Patriotic alliance. Quando è stato arrestato, Herman Mashaba, leader di Action SA, ha dichiarato di ammirare l’operazione Dudula, ma ha chiesto ai gruppi che la compongono di non farsi giustizia da soli. “Mi ferisce vedere questo ragazzo in carcere mentre i veri criminali se ne stanno seduti in parlamento e al governo”, ha detto Mashaba, negando con una risata l’ipotesi che dietro il progetto ci fossero i suoi soldi.

Kenny Kunene, vicepresidente della Patriotic alliance, ha affermato: “Mi piacerebbe che Lux facesse parte del mio partito. Può essere decisivo per affron­tare al meglio il problema dell’immigrazione illegale”.

Kunene era in tribunale il 28 marzo, pronto a pagare la cauzione a Mohlauhi, ma alla fine se n’è occupata la madre, perché la cifra era bassa. Kunene ha rivelato di aver “dato un contributo”, senza specificare quanto. E ha commentato: “Non sono l’unico ad aiutare Mohlauhi. Ci sosteniamo a vicenda, perché abbiamo lo stesso obiettivo: mettere il Sudafrica al primo posto”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1460 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati