Di fronte al rimprovero di perseguire esclusivamente i propri interessi, una voce americana rilancia l’accusa: è l’Europa che, ancorata alla sua antica centralità, si chiude al nuovo.
Molti europei sono stati colti di sorpresa quando il segretario di Stato americano, Warren Christopher, ha affermato che la politica estera americana è stata troppo eurocentrica, e che l’Europa “non è più l’area dominante del mondo”.
A proposito di questa dichiarazione, va ricordato innanzitutto che proviene dallo staff addetto alla politica estera di Clinton. Oggi i componenti di questo staff snobbano l’Europa, ma domani potrebbero tornare a dire che essa riveste un ruolo centrale. Una volta i clintoniani proclamano che la Bosnia rappresenta una questione di vitale importanza per gli Stati Uniti, e la volta successiva sembrano invece considerarla un Paese lontano che non può in alcun modo influire sugli interessi americani.
Dichiarazioni come quella relativa all’Europa mirano a soddisfare le esigenze del momento. Non rappresentano una linea politica, perché lo staff di Clinton non è ancora riuscito a manifestarne una. E visto che procedono a tentoni, vi saranno altre occasioni in cui i clintoniani esprimeranno la loro frustrazione, ma speriamo che gli europei sappiano porle nella giusta prospettiva.
Ma la nebulosità di Clinton e dei suoi uomini non deve farci desistere dall’occuparci di politica estera. La stampa ha dato grande risalto agli articoli sulla rinascita dell’isolazionismo americano. In effetti, si avvertono, in questo senso, dei segni premonitori. Ma si è dato minor rilievo all’aumento dell’isolazionismo europeo. Negli ultimi anni, si è andato formando un muro che separa l’Europa dal resto del mondo.
A costruirlo hanno contribuito soprattutto le leggi contro l’immigrazione. Una dopo l’altra, le nazioni europee hanno introdotto misure volte a rallentare il flusso di immigrati non provenienti dall’Europa occidentale. Il danno economico provocato da queste leggi è di per sé già abbastanza grave, ma lo è ancor di più l’impulso che ne è alla base. Evidentemente, molti europei cercano un ordine politico che favorisca l’omogeneità. Si tratta di un atteggiamento restio ad uno stretto contatto con il resto del mondo. Chi può dire che questo atteggiamento non abbia influito anche su altre politiche europee? Vi sono senz’altro molte buone ragioni per cui l’Inghilterra e la Francia non si sono precipitate in Bosnia, ma nei dibattiti sulla questione si è percepita la sensazione che la Bosnia fosse lontana, che non appartenesse davvero all’Europa, ma si trovasse al di là di un confine psicologico.
È ormai da parecchi anni che i leader europei sono ossessionati dalle istituzioni comunitarie. Si è trattato di un processo introspettivo che ha fatto perder tempo a coloro che avrebbero dovuto occuparsi di politica estera. Frattanto, a farne le spese sono stati i rapporti col mondo esterno.
Persino la Svizzera, che si trova nel bel mezzo dell’Europa, si è sentita così estraniata dall’impulso tecnocratico dell’unificazione europea che i suoi elettori hanno rifiutato di stringere un accordo Eea (European Economic Area) con la Ce, e tantomeno di entrarne a far parte a tutti gli effetti. Intanto in Svezia, la stragrande maggioranza si oppone all’ingresso nella Comunità. In Norvegia, durante le ultime elezioni, il partito contrario alla Ce è stato quello che ha guadagnato il maggior numero di voti.
I diplomatici svizzeri che hanno negoziato il trattato Eea dicono di essere rimasti colpiti dalla condiscendenza dei negoziatori della Ce. Le nazioni appartenenti alla Cee non trattavano alla pari gli altri Paesi europei. Non c’è da stupirsi, dunque, se molte altre nazioni hanno reagito in maniera ostile alla comunità europea. Ancor peggiori sono i rapporti con l’Europa orientale. Negli ultimi anni, i leader dei Paesi dell’Est hanno reagito male alle barriere commerciali comunitarie. Come ha rilevato su queste pagine il presidente del Gatt, Peter Sutherland, gli sforzi compiuti dalla Ce per migliorare la situazione sono stati insufficienti. Aggiungendo al danno la beffa, la Ce (e gli Usa) mantengono politiche incivili per la concessione dei visti. Qualsiasi cittadino dell’Europa orientale che desideri recarsi in Occidente (e, per forza di cose, chi viaggia fa opinione, è progressista e ha un orientamento commerciale) deve perder tempo con una serie di umilianti barriere burocratiche. Ne risultano rabbia e risentimento.
Ogni settimana si possono cogliere nuovi segni di una xenofobia latente. I leader parlano della minaccia costituita dagli agenti di cambio anglosassoni, come se i mercati finanziari fossero degli invasori esterni. Jacques Delors ed Edouard Balladur parlano di introdurre controlli sul capitale, di costituire una roccaforte finanziaria europea. Ormai si parla dell’import-export dell’arte e delle idee in termini solitamente riservati agli scontri missilistici. E poi c’è il Gatt. William Pfaff, che ha dei buoni informatori a Parigi, sostiene che il signor Balladur sta forse cercando di distruggere l’intero sistema del Gatt, convinto com’è che si tratti di uno strumento della politica estera americana. In realtà, soprattutto in Francia, la liberalizzazione viene assimilata all’America, divenendo così qualcosa di estraneo all’Europa. Non riusciamo proprio a capire come delle idee che furono propugnate da personaggi quali Hayek, Erhard e Tocqueville possano essere considerate estranee all’Europa.
Niente di tutto ciò vale per le imprese europee, che hanno concluso un gran numero di alleanze e di accordi internazionali, giungendo ad impiantare stabilimenti industriali in mezzo ad altre “culture”. Ciononostante, chi di noi ritiene che il resto del mondo beneficerebbe dello stretto contatto con l’Europa e i suoi ideali, non può non rimanere turbato dalle avvisaglie di un euro-isolazionismo politico. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 13. Compra questo numero | Abbonati