A prima vista può sembrare soltanto un’altra lite in famiglia. Il presidente degli Stati Uniti, tormentato dalle critiche dei suoi connazionali nei confronti della sua politica estera stuzzica pubblicamente i fragili amici europei dell’America, compreso John Major. E il segretario di Stato americano, altrettanto tormentato e forse in procinto di levare le tende prima del tempo, va addirittura oltre. Rapporti particolari? “L’Europa occidentale non è più l’area dominante del mondo”. Una diatriba ben orchestrata. All’improvviso, i diplomatici ufficiali si trovano impegnati ad indorare la pillola. Ai commentatori ufficiosi, invece, è venuto un travaso di bile: “Clinton ha fatto confusione su tutto il fronte della politica estera”. Ma vediamo qual’è la verità che si nasconde dietro i fatti.

Da quando è finita la guerra fredda e gli americani si sono resi conto che ciò che accade in Europa non mette più in allarme missilistico i loro sistemi di difesa è cambiato quasi tutto. I vincoli dell’interesse personale si sono allentati. È venuta finalmente a galla una stizza a lungo repressa. Il primo a farne le spese è stato l’ingenuo sogno degli inglesi di ricoprire un ruolo particolare in qualità di interlocutori privilegiati al di là dell’Atlantico. Pertanto, può darsi che, d’ora in avanti, lo Studio Ovale attacchi con aperta ferocia le piccole difficoltà del signor Major coi membri del suo parlamento.

Senza dubbio, alcune di queste esternazioni sono inquinate dal risentimento e dalle attuali umiliazioni. Ma noi non le prendiamo troppo sul serio, a nostro rischio e pericolo. Ha ragione Warren Christopher. Adesso, per gli Stati Uniti, è più importante l’Asia, con i suoi spietati sistemi economici, che le più deboli sorelle europee. Aveva ragione, qualche settimana fa, Douglas Hurd. Il nuovo ordine mondiale di George Bush è sempre stato una frottola. E secondo le sue previsioni, anche Boris Eltsin è sulla pista giusta. Si becca il sostegno dell’Occidente perché è l’uomo che abbiamo segretamente scelto per dirimere le controversie che ancora turbano il vecchio impero sovietico. Nessuno dei giocatori più importanti ha intenzione di puntare una grossa somma su un rafforzamento dell’Onu. L’America non intende più assumersi la responsabilità di tutto, devastata com’è dalle ondate debilitanti dell’opinione pubblica. E Clinton non ne può più degli europei, i rattoppatori della Bosnia, che ora si lamentano dell’inerzia degli Stati Uniti.

Tristi sviluppi. Tendono a dividere ulteriormente un mondo che ha bisogno di una parvenza di ordine. E non tengono conto di come le orribili immagini televisive di morte e distruzione scuotano momentaneamente l’America dal suo isolazionismo. Bill Clinton non può chiudere le finestre sul mondo ma, quando i cadaveri tornano in patria, non può neppure avere una reazione adeguata. Perciò le forze reali continueranno a determinare gli eventi. Una di tali forze è rappresentata dal rapido sviluppo dell’Asia, un’altra – segnalata oggi dall’ulteriore disperazione del Gatt – è l’incompatibilità tra la rivalità nel campo commerciale e la solidarietà in quello della difesa. Come potenza commerciale, l’Europa è un avversario, non un alleato. Dovremmo rassegnarci al fatto che i litigi di questo tipo diverranno sempre più frequenti e clamorosi.

Niente di tutto questo sta a significare che le ostilità increspano le acque da una sponda all’altra dell’Oceano Atlantico. Ma ciò segna certamente la morte ufficiale della vecchia società. C’è materia per una profonda riflessione, soprattutto in un’Inghilterra che si è guadagnata prestigio in Europa bisbigliando all’orecchio degli americani. Il fatto che a Bill Clinton sia balenata all’improvviso la debolezza di John Major ha messo fine a questa situazione. È evidente che ci hanno lasciato senza un ruolo, e ci tengono fuori dal ring quando si tratta di dar forma all’Europa cui non ci resta altro che appartenere. La risposta, naturalmente, consiste nel prendere saldamente in mano il nostro futuro europeo. Ma questo, tra pretesti e sarcasmi, è proprio ciò che il governo ha deciso di non fare. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati