◆ In genere mi trovo d’accordo con gli editoriali di Giovanni De Mauro, ma non è così per l’ultimo (Internazionale 1220). Polarizzare il discorso relativo alle migrazioni su due posizioni estreme, assumendone una sola come eticamente accettabile, mi pare il modo migliore per allontanarsi dalla stretta via che porta a politiche al contempo aperte e sostenibili. Inoltre il riferimento al passaporto (e al conto in banca) e, implicitamente, al Passport Index racconta una verità molto parziale: per fare un esempio, per un cittadino italiano la possibilità di recarsi in viaggio in Giappone è del tutto differente da quella di insediarsi stabilmente in Giappone. L’attuale dibattito in Italia e in Europa è caratterizzato da una miopia criminogena, concentrato com’è sulle ultime tappe di una rotta che lascia vittime lungo tutto il suo tragitto. Dovremmo invece stabilire canali sicuri di arrivo per chi ha il diritto di richiedere protezione internazionale, e anche per un numero ampio, ma non illimitato, di quelli che cercano di migliorare la propria condizione sociale, avendo a entrambi i capi del percorso la piena consapevolezza di ciò che la migrazione comporta. Allo stesso tempo dovremmo iniziare a rendere meno pressante la necessità di migrare, riducendo lo sfruttamento delle risorse di altri paesi e preoccupandoci della ridistribuzione degli introiti da esse generati, a partire dalle imprese, come l’Eni, le cui scelte saremmo in grado di modificare come collettività. Anche senza abbattere d’un tratto tutte le frontiere (e stare a guardare cosa succede), mi pare resti molto da fare per “rendere il mondo un posto migliore e più giusto”.
_Massimiliano Rubbi _
Un nuovo linguaggio
per difendere la natura
◆ Ho trovato molto interessante l’analisi di George Monbiot (Internazionale 1220) sul linguaggio, che credo sia il vero problema della comunicazione sul clima. La catastrofe che ci viene narrata attorno al riscaldamento globale, una coscienza ambientale che nasconde motivazioni economiche e giornalisti che amano il sensazionalismo hanno permesso di raccogliere attorno al problema solo estremismi e poca cultura.
_Giovanni Mazzitelli _
Errata corrige
◆ Su Internazionale 1219 a pagina 46 si parla di camicie marroni di Hitler invece che di camicie brune. Su Internazionale 1220, a pagina 72 e a pagina 75, la parola inglese library _è stata tradotta con libreria invece che con biblioteca; nella foto a pagina 24 le persone ritratte non sono profughi rohingya ma abitanti dello stato birmano del Rakhine.
Errori da segnalare?
correzioni@internazionale.it_
Tentare ◆ In genere mi trovo d’accordo con gli editoriali di Giovanni De Mauro, ma non è così per l’ultimo (Internazionale 1220). Polarizzare il discorso relativo alle migrazioni su due posizioni estreme, assumendone una sola come eticamente accettabile, mi pare il modo migliore per allontanarsi dalla stretta via che porta a politiche al contempo aperte e sostenibili. Inoltre il riferimento al passaporto (e al conto in banca) e, implicitamente, al Passport Index racconta una verità molto parziale: per fare un esempio, per un cittadino italiano la possibilità di recarsi in viaggio in Giappone è del tutto differente da quella di insediarsi stabilmente in Giappone. L’attuale dibattito in Italia e in Europa è caratterizzato da una miopia criminogena, concentrato com’è sulle ultime tappe di una rotta che lascia vittime lungo tutto il suo tragitto. Dovremmo invece stabilire canali sicuri di arrivo per chi ha il diritto di richiedere protezione internazionale, e anche per un numero ampio, ma non illimitato, di quelli che cercano di migliorare la propria condizione sociale, avendo a entrambi i capi del percorso la piena consapevolezza di ciò che la migrazione comporta. Allo stesso tempo dovremmo iniziare a rendere meno pressante la necessità di migrare, riducendo lo sfruttamento delle risorse di altri paesi e preoccupandoci della ridistribuzione degli introiti da esse generati, a partire dalle imprese, come l’Eni, le cui scelte saremmo in grado di modificare come collettività. Anche senza abbattere d’un tratto tutte le frontiere (e stare a guardare cosa succede), mi pare resti molto da fare per “rendere il mondo un posto migliore e più giusto”. Massimiliano Rubbi Un nuovo linguaggio per difendere la natura ◆ Ho trovato molto interessante l’analisi di George Monbiot (Internazionale 1220) sul linguaggio, che credo sia il vero problema della comunicazione sul clima. La catastrofe che ci viene narrata attorno al riscaldamento globale, una coscienza ambientale che nasconde motivazioni economiche e giornalisti che amano il sensazionalismo hanno permesso di raccogliere attorno al problema solo estremismi e poca cultura. Giovanni Mazzitelli Errata corrige ◆ Su Internazionale 1219 a pagina 46 si parla di camicie marroni di Hitler invece che di camicie brune. Su Internazionale 1220, a pagina 72 e a pagina 75, la parola inglese library è stata tradotta con libreria invece che con biblioteca; nella foto a pagina 24 le persone ritratte non sono profughi rohingya ma abitanti dello stato birmano del Rakhine. Errori da segnalare? correzioni@internazionale.it
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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati