L a crisi politica legata al funzionamento e alle nomine nella corte costituzionale polacca è nata nel 2015, quando il partito nazional-conservatore Diritto e giustizia (Pis) arrivò al potere, subentrando alla liberale ed europeista Piattaforma civica (Po). L’8 ottobre 2015, poco prima delle elezioni, la maggioranza liberale uscente nominò cinque giudici costituzionali: tre destinati a sostituire magistrati il cui mandato scadeva a novembre e due per incarichi che sarebbero diventati vacanti a dicembre, dopo il voto. L’opposizione contestò le nomine e il presidente Andrzej Duda, sempre del Pis, si rifiutò di ricevere il giuramento dei nuovi giudici.
Dopo la vittoria del Pis, il 25 ottobre, il nuovo parlamento annullò le cinque nomine e scelse altri cinque giudici. Il presidente Duda accettò il loro giuramento, nonostante la corte avesse stabilito che tre delle cinque nomine fatte dalla vecchia maggioranza fossero valide. Quindi tre giudici nominati dal Pis occuparono posti che erano già stati assegnati legalmente ad altri. Furono definiti “giudici doppioni”. Negli anni successivi il conflitto si aggravò ancora. Il governo del Pis modificò ripetutamente le regole di funzionamento della corte. Quest’ultima dichiarò incostituzionali le nuove disposizioni, ma il governo si rifiutò di pubblicare le sentenze sulla gazzetta ufficiale, sostenendo che erano state emesse in violazione delle nuove norme. Alla fine del 2016 la presidenza della corte passò a Julia Przyłębska, vicina al Pis, che consentì ai “giudici doppioni” di partecipare alle decisioni. Anche la procedura della sua nomina fu oggetto di pesanti contestazioni.
Negli anni seguenti la corte emise sentenze molto controverse, tra cui quella che nel 2020 inasprì la legislazione sull’aborto e quella del 2021 sulla superiorità della costituzione polacca rispetto al diritto europeo. Le istituzioni internazionali, tra cui la Commissione europea, criticarono ripetutamente queste scelte.
Il conflitto è entrato in una nuova fase nel 2023, dopo la sconfitta del Pis e il cambio di governo. La coalizione guidata dai centristi di Po ha cercato di restituire legittimità alla corte con interventi in parlamento e nuove leggi, arrivando anche a sospendere la pubblicazione delle sentenze. Infine la situazione è precipitata nella primavera del 2026, quando sono scaduti i mandati di diversi giudici. A quel punto il parlamento, controllato da Po, ha eletto sei nuovi giudici, ma il presidente della repubblica Karol Nawrocki, del Pis, ha accettato il giuramento solo di due di loro. Il nodo giuridico riguarda la validità di un giuramento fatto senza la presenza del capo dello stato e il diritto del presidente di rifiutarlo. Considerando illegittimo il giuramento prestato solo in parlamento, il presidente della corte costituzionale, Bogdan Święczkowski, allineato alle posizioni del Pis, ha impedito ai quattro giudici di partecipare alle sedute, accusando il governo di “colpo di stato”.
Nessun accordo
Nella notte tra il 30 e il 31 ottobre la crisi è culminata in uno scontro davanti alla sede della corte. Anna Korwin-Piotrowska, facendo valere la sua autorità di giudice più anziana in servizio, ha disposto la sospensione di Święczkowski e del vicepresidente Bartłomiej Sochański.
Quando i nuovi giudici hanno tentato di assumere le proprie funzioni, la situazione è degenerata. Un gruppo di sette giudici già in carica si è barricato all’interno, mentre davanti alla sede si sono radunati esponenti dell’opposizione. Un cordone di agenti ha impedito a Święczkowski di entrare. Nawrocki ha annullato una visita diplomatica in Senegal ed è andato subito in tribunale, dove ci sono stati accesi confronti, con grida e spintoni. Święczkowski ha emanato un provvedimento, dando tre giorni di riposo al personale, mentre Nawrocki ha avviato consultazioni con i leader parlamentari.
La Polonia si trova così in uno stallo costituzionale. La maggioranza sostiene di voler ripristinare lo stato di diritto e cancellare gli effetti delle decisioni prese tra il 2015 e il 2023, ricorrendo anche a procedure eccezionali. Il presidente della repubblica e l’attuale dirigenza della corte considerano queste iniziative illegittime e ne bloccano l’attuazione.
Il conflitto non riguarda solo le nomine dei giudici, ma tutto il funzionamento delle istituzioni. Il fatto che non ci sia una soluzione condivisa mette in discussione la certezza del diritto, indebolisce la fiducia nello stato e rischia di danneggiare la credibilità internazionale del paese.
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati