Informazione manipolata
◆ L’inchiesta di Le Monde sui Monsanto papers (Internazionale 1227) rivela particolari agghiaccianti sulle tecniche con cui l’azienda avrebbe tentato di orientare l’opinione pubblica sugli effetti del glifosato, servendosi della firma di ricercatori esterni per pubblicare manoscritti redatti dal suo staff. La drammaticità di questo approccio sta tanto nell’azione della Monsanto quanto nella complicità dei prestanome. La ricerca scientifica si muove su sentieri nuovi, inesplorati, e l’onestà intellettuale di chi traccia questi sentieri è un presupposto inviolabile, senza il quale cadono le fondamenta su cui le società moderne costruiscono il loro progresso.
Massimo Pinto
Troppa carne al fuoco
◆ La visione di George Monbiot degli allevamenti (Internazionale 1228) è figlia di un certo ecologismo cresciuto in città e poco avvezzo a frequentare le campagne, che confonde gli allevamenti intensivi, in cui gli animali sono macchine da produzione, e quelli all’aria aperta, in cui gli animali fanno parte del paesaggio e aiutano a riprodurlo. Soprattutto nel Mediterraneo, la pastorizia fa parte della storia del territorio ed è una delle chiavi per mantenerlo e proteggerlo. Senza le greggi che pascolano nelle praterie e nel sottobosco, non avremmo la biodiversità e i paesaggi che gli animali domestici allevati all’aperto aiutano a formare. Non a caso i parchi naturali sorgono in aree di pastorizia, non certo in quelle di agricoltura intensiva dove cinesi e israeliani vorrebbero produrre le polpette del futuro. Negli ultimi decenni si assiste a un abbandono delle aree rurali, in particolare quelle marginali e montane, in cui capre, pecore, mucche e asini hanno un ruolo fondamentale. Questo abbandono del territorio si traduce in un aumento dei rischi idrogeologici e degli incendi, in una crescente presenza di predatori e, appunto, in una perdita della biodiversità. La filosofia distorta di Monbiot contribuisce a questo abbandono, sognando di lasciare ai nostri discendenti una natura selvaggia e pericolosa. Sarebbe semplice dare alle pecore la responsabilità dell’inquinamento e del cambiamento climatico, sicuramente più semplice che mettere in discussione la nostra civiltà urbana industriale, di automobili, scatolette e plastica. Il consiglio resta quello di mangiare prodotti animali in quantità modica e qualità eccellente, quindi quelli prodotti da pastori e allevamenti non intensivi, scegliendo di premiare la salute, anche dell’ambiente che ci circonda.
Michele Nori
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati