Se sei donna, fotografa e cilena non è facile farsi conoscere nel mondo dell’arte. In America Latina le artiste continuano a essere sottovalutate, e devono avere una grande forza di volontà per produrre un’opera e difenderla. Zaida González Ríos è stata capace di sviluppare un’estetica originale, visibilmente provocatoria, ma radicata nei problemi più profondi del Cile, e nella sua stessa vita.
Si sa poco della fotografia cilena contemporanea. Come nel resto del continente, i primi ad affermarsi sono stati degli artisti europei. Il paese non ha una grande tradizione fotografica. Alcuni artisti cileni lavoravano per gli studi fotografici, per i mezzi d’informazione o facevano fotografia documentaria. Tra questi il più importante è Sergio Larraín. A partire dagli anni sessanta, Larraín fotografò i marinai, le prostitute e le scalinate di Valparaíso in modo unico, poetico e descrittivo allo stesso tempo. Vedendo il suo primo libro _El rectángulo en la mano _(uscito nel 1963 e appena ripubblicato dall’editore francese Xavier Barral) si capisce perché Henri Cartier-Bresson gli propose di entrare nell’agenzia Magnum.
Dal 1973, quando cominciò la sanguinosa dittatura di Augusto Pinochet, con le migliaia di persone torturate, uccise e i desaparecidos, vari fotografi entrarono a far parte della resistenza e cominciarono a raccontare quello che succedeva nel paese. Quando cadde la dittatura si sentirono spaesati: cosa avrebbero fotografato e perché? L’uscita dalla crisi è spesso delicata, talvolta impossibile. Alcuni di questi fotografi dopo la fine della dittatura non hanno più scattato, altri hanno cominciato a documentare zone meno conosciute del paese.
Reinterpretare la tradizione
Poi è apparsa una nuova generazione, diversa, curiosa, influenzata dai contributi di chi durante la dittatura era fuggito in Europa o negli Stati Uniti. Questa nuova generazione è protagonista del Festival internacional de fotografía en Valparaíso, che quest’anno si svolge dal 27 ottobre al 3 novembre. Creato e animato da Rodrigo Gómez Rovira, il festival espone solo opere prodotte appositamente per la manifestazione.
González Ríos, nata a San Miguel nel 1977, in piena dittatura, ha scelto di rimanere in Cile. La sua opera è influenzata dall’esperienza traumatica delle scuole religiose che ha frequentato, e ancora oggi conserva un odio feroce per la chiesa cilena, che scese a patti con la dittatura. Studente difficile, fin da piccola faceva disegni o graffiti osceni. Dopo la scuola di belle arti, ha studiato fotografia all’istituto Alpes di Santiago, dove oggi insegna. E lì, al corso di fotografia pubblicitaria, ha fatto una scoperta fondamentale: “Ho capito che potevo reinterpretare i concetti usati dalla pubblicità e costruire un’estetica opposta”. In questo modo l’artista offre un messaggio diretto, che attacca la religione, valorizza gli aspetti più mostruosi, i corpi deformi, rifiuta i canoni di bellezza classica, mescola in modo aggressivo i riferimenti alla chiesa e al sesso. Un approccio che si potrebbe definire punk e che rimanda al fratello di Zaida, Jorge, leader del gruppo punk rock Los prisioneros, che sotto Pinochet aveva trasmesso molta energia alla gioventù cilena.
Nelle immagini di González Ríos, anche se si fa riferimento a elementi della cultura latinoamericana (come gli angelitos, i piccoli angeli che rappresentano gli spiriti dei bambini morti), si notano soprattutto i tratti bizzarri, che mettono in discussione l’idea di normalità. La grande forza del lavoro dell’artista viene dal modo in cui sono elaborate le foto: sono scattate in bianco e nero e poi colorate con tonalità al tempo stesso dolci e accese, che ricordano sia le iconografie dei messali e dei santini sia la tradizione antica di colorare le stampe.
“Uso una tavolozza molto limitata: celeste, rosa, giallo, verde, rosso e viola. Non amo i colori troppo scuri e legati alla natura. Mi piace far sembrare tutto di plastica, artificiale. Come i fiori finti nei cimiteri, che lasci per non doverci andare spesso e per non spendere troppo in fiori freschi. Ma che danno l’impressione che il defunto sia accudito. I colori che uso sono come quelli dei santini, dove il santo è crocifisso e la vergine ha sempre il volto addolorato o in estasi, ma dove intorno tutto è bello”.
González Ríos non vuole che i suoi libri siano protetti da copyright e invita a copiarli e a riprodurli liberamente. A volte posa nelle sue immagini: “Il mio lavoro è un autoritratto, nel senso che parla di me, ma non vuol dire che io debba per forza apparire nelle foto. Quando in un progetto riflettiamo su noi stessi e su quello che ci circonda, quando il pensiero individuale diventa collettivo, come nella nostra società, significa che parliamo di quello che ci commuove, ci irrita, ci eccita, ci fa violenza. Questo vuol dire assumersi le proprie responsabilità, senza tabù né pretese. Le mie serie nascono sempre da qualcosa che mi disturba, che genera in me delle domande”. ◆ _adr _
◆ Le foto di **Zaida González Ríos **sono esposte fino al 28 ottobre al Landskrona foto: view Chile, la rassegna fotografica del festival della città svedese, dedicata quest’anno al Cile. La rassegna include anche alcuni lavori di Sergio Larraín e di altri sei fotografi.
Le foto delle pagine 72-73 sono tratte dalla serie El juicio final: tarot trans, 2017.
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati