Poco prima che si cominciasse a morire anche a Rio de Janeiro, il quotidiano brasiliano O Globo ha messo in prima pagina una foto che sembrava una visione apocalittica del futuro. Raffigurava un groviglio di baracche inerpicate su per un pendio, tutte sbilenche e affastellate una sull’altra. Non se ne vedevano gli abitanti, stretti gomito a gomito nelle stanze buie e umide, lungo i vicoli che puzzano d’immondizia e di fogna. Ma era possibile immaginarseli: a Rocinha, una delle più grandi favelas dell’America Latina, vivono circa centomila persone. Quella foto esprimeva una paura che non prova solo il Brasile, ma che si percepisce anche in Venezuela, dove i quartieri poveri si chiamano barrios, in Sudafrica, nelle township, e poi negli slum di Lagos, Bangkok e Delhi. Cosa succederà quando il virus si diffonderà in posti come questi, quando attaccherà il sottoproletariato globale, quando aggredirà paesi con sistemi sanitari che erano vicini al collasso già prima della pandemia?
Finora il Sars-cov-2 sembrava il virus dei ricchi. Il sud del mondo osservava sconvolto e incredulo i drammi dell’Italia e della Spagna. L’epidemia sembrava lontana, perché nei paesi poveri il virus arrivava solo con gli stranieri o gli esponenti delle élite. Ma ora quest’idea che il contagio sia un problema degli altri non sta più in piedi. Nelle favelas sono in aumento i casi, con un andamento che nel primo mese ricorda quello italiano. Il ministro della salute brasiliano ha detto che, sotto il peso dei contagi, alla fine di aprile gli ospedali potrebbero collassare. Il 2 aprile il governo dichiarava più di settemila casi e 252 morti. Paesi come la Nigeria, la Thailandia e il Sudafrica sono indietro di pochi giorni. I pellegrini sciiti di ritorno dall’Iran stanno seminando il virus in Medio Oriente, mentre in India lo trasportano i migranti interni, che dalle città in quarantena scappano verso i villaggi di provenienza.
I ricercatori dell’università di Princeton, negli Stati Uniti, calcolano che, senza contromisure, il virus potrebbe contagiare fino a 400 milioni di indiani entro luglio, ma in realtà molti governi non sanno neanche dare un numero approssimativo delle persone infettate, perché nei paesi più popolosi i test a tappeto sono impossibili sia dal punto di vista logistico sia da quello economico.
In assenza di dati affidabili, molti esperti ricorrono alle metafore. Non a caso in questi giorni, mentre le curve dei contagi di decine di paesi stanno per entrare nella fase di crescita esponenziale, si fa spesso riferimento a uno “tsunami” che sta per colpire i paesi poveri. Miliardi di persone si chiedono chi li aiuterà in una crisi che li ha messi all’angolo, perché gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa li hanno preceduti nella pandemia.
Alcuni paesi, come l’India e il Brasile, sono grandi come un continente e sono delle potenze economiche, mentre altri, come Haiti, sono piccoli ed erano già molto poveri prima del covid-19. Alcuni sono retti da sistemi democratici, mentre altri sono governati da dittatori, populisti o signori della guerra (da settimane i loro conflitti sono scomparsi dai mezzi d’informazione). Ma tutte queste realtà sono accomunate da alcuni elementi: le disuguaglianze sociali, l’alto tasso di malattie pregresse, le piccole élite, a volte formate da poche famiglie o clan, che conducono una vita separata dagli altri.
Inoltre alcuni paesi equatoriali si illudevano di essere al sicuro: si diceva che i tropici, con il loro clima caldo, costituissero un ambiente ostile per il virus. E le immagini dalla Cina e dall’Europa sembravano suggerire che l’infezione uccidesse soprattutto gli anziani, un punto importante per società giovani. La ricetta di alcuni capi di governo di limitarsi ad aspettare che il virus passasse da sé probabilmente è costata tempo prezioso. “Ignoriamo come si comporti il Sars-cov-2 in Africa”, spiega David Heymann, della London school of hygiene and tropical medicine. “Ma niente fa pensare che le cose andranno in modo diverso rispetto al resto del mondo”.
Sistema immunitario
Di questi tempi essere fiduciosi è davvero difficile. In molti paesi le condizioni di vita precarie fanno da contraltare a una bassa età media. Gli abitanti di Rocinha spesso non hanno abbastanza acqua per lavarsi bene le mani. In India tre milioni di persone soffrono di tubercolosi e ottanta milioni di diabete. Il sistema immunitario di molti africani, invece, è indebolito dalla malnutrizione, dall’hiv, dalla malaria e dalla febbre di Lassa.
Anche la povertà è un fattore di rischio, che per di più tiene molte persone all’oscuro di informazioni importanti. Per esempio gli impedisce di sapere che John Magufuli, il presidente della Tanzania, lanciando appelli a riunirsi nelle chiese gioca con la salute della popolazione. Magufuli è convinto che il nuovo coronavirus sia il demonio, incapace di sopravvivere nel corpo di Cristo. Intanto nella capitale Dar es Salaam i letti in terapia intensiva sono appena sei. L’Uganda non è messa molto meglio. In Malawi, dove più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, i letti in terapia intensiva sono 25. In questi paesi c’è un medico ogni cinquemila abitanti, mentre in Europa ce n’è uno ogni trecento. In Mali e in Mozambico i respiratori sono uno ogni milione di abitanti.
Le ong riferiscono che già ora i limiti agli spostamenti rendono praticamente impossibile l’impiego di personale e materiali. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro non lascia entrare nel paese gli operatori umanitari stranieri. Ai pochi medici che dopo tanti anni di crisi ancora resistono negli ospedali mancano sapone, disinfettanti, guanti e mascherine. In India servirebbero un milione di respiratori e fino a quattro milioni di posti in terapia intensiva.
Sono numeri mostruosi ma aiutano a capire perché un governo come quello della Sierra Leone abbia chiuso i confini prima che si registrasse un solo caso, perché il governo indiano minacci punizioni brutali per chi viola le restrizioni o perché il Brasile voglia trasferire centinaia di abitanti di Rocinha negli hotel turistici vuoti. Si tratta di rimandare il collasso. Il problema è che nei paesi poveri le misure di contenimento pesano tremendamente di più. Lo ha spiegato Imran Khan, il primo ministro del Pakistan, dove cinquanta milioni di persone, un quarto della popolazione, può permettersi un solo pasto al giorno. “Se chiudiamo le nostre città”, ha detto Khan, “salviamo le persone dal virus. Ma le condanniamo a morire di fame”.
Le persone da salvare sono miliardi: autisti di taxi a Rio de Janeiro, Città del Capo e New Delhi; lavoratori di cantieri che hanno chiuso; ambulanti che non trovano più clienti in strada o sulle spiagge. Secondo la Banca mondiale, nel continente africano l’85 per cento della popolazione attiva lavora nell’economia informale, mentre in India il 75 per cento. Il Brasile, invece, conta più di 61 milioni di persone impiegate così. Queste persone sono prive di una rete sociale che possa sostenerle.
In molti paesi si temono saccheggi. Per imporre le misure di contenimento, in Pakistan l’esercito pattuglia le strade. In Sudafrica i poliziotti sono stati estremamente brutali. Ma cosa succederà quando gli ospedali dovranno mandare via le persone? John Nkengasong, direttore dell’Africa centres for disease control and prevention, prevede per molti paesi una “crisi della sicurezza, una crisi economica e una crisi sanitaria, in quest’ordine”. I governi hanno possibilità limitate.
La maggior parte dei paesi del sud del mondo non ha soldi. Secondo l’Economist, da gennaio i paesi emergenti hanno perso investimenti per diversi miliardi. In più, senza i turisti e con il calo dei prezzi delle materie prime, mancano entrate importanti. Senza le rimesse degli emigrati, anche loro in difficoltà, l’economia di un paese come il Lesotho ha subìto un calo del 23 per cento. E se i prestiti sui mercati finanziari diventano proibitivi, cosa faranno i governi nei prossimi mesi?
Molte economie dei paesi poveri sono vulnerabili perché dipendono da una o poche attività. Ken Ofori-Atta, il ministro delle finanze del Ghana, parla di un
break-the-glass moment, uno di quei momenti di pericolo in cui bisogna infrangere il vetro che protegge la manichetta antincendio. Per evitare al continente africano una catastrofe economica e umanitaria serve molto di più dei 50 miliardi di dollari previsti dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale (Fmi). Abebe Selassie, il referente per l’Africa dell’Fmi, chiede che i creditori dei paesi ricchi cancellino con effetto immediato i debiti dei paesi più poveri. Ma la comunità internazionale ascolterà questi appelli? Gli Stati Uniti, la Germania e la Francia riusciranno a guardare oltre i propri confini? Per il momento un occidente avvitato su se stesso sta provocando un vuoto di solidarietà che la Cina si affretta a riempire.
Fino a poco tempo fa sembrava impossibile che il paese asiatico uscisse vincitore da questa crisi. Il numero di vittime era troppo alto, il dolore a Wuhan troppo grande, troppo debole la rabbia di alcuni contro uno stato che cercava di censurare verità scomode. Ma dopo appena due mesi il vento è cambiato. La strategia del momento è la diplomazia delle mascherine.
La Cina ha offerto aiuti per l’emergenza a 83 paesi. In Iraq ha inviato medici esperti, in Indonesia kit per fare tamponi. Mentre la fondazione di Jack Ma, il creatore del colosso del commercio online Alibaba, invia aiuti materiali a tutti gli stati dell’Africa, il governo di Pechino tratta con il Perù per mandargli uno dei suoi ospedali prefabbricati diventati famosi a Wuhan. Le autorità di Pechino dicono che la Cina non ha mai fornito tanti aiuti umanitari. I rapporti di forza nel mondo potrebbero essere cambiati.
Infine, chi spera in segreto che le immagini degli ospedali italiani abbiano un effetto deterrente su profughi e migranti si sbaglia. Oggi i poveri sono bloccati, ma presto le ripercussioni politiche, economiche e sociali della pandemia li spingeranno di nuovo a emigrare. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1353 di Internazionale, a pagina 21. Compra questo numero | Abbonati