“Fino a dieci anni fa l’idea che in Africa la cannabis potesse diventare legale era inimmaginabile”, scrive Stephen Kafeero su Quartz Africa. “Invece oggi questa tendenza si sta affermando tra i governi del continente, preoccupati di trovare nuove fonti di guadagno per arginare i gravi danni economici causati dalla pandemia di covid-19”.
Per generazioni alcuni rigidi divieti risalenti all’epoca coloniale hanno costretto i coltivatori e i venditori africani di cannabis a fare i conti con il carcere, a lavorare in clandestinità o a vedere le loro fonti di sussistenza regolarmente distrutte. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate e si sono aperti nuovi spazi: sull’esempio di quello che succede in occidente, alcuni paesi hanno adottato (o progettano di farlo) delle linee guida sulla produzione e la vendita di cannabis legale, con un’attenzione particolare al mercato estero.
Il giro d’affari della marijuana legale in Africa potrebbe raggiungere i 7,1 miliardi di dollari entro il 2023, sostiene Prohibition Partners, una società di consulenza, che si aspetta di veder crescere questo mercato in Sudafrica, Zimbabwe, Lesotho, Nigeria, Marocco, Malawi, Ghana, Eswatini e Zambia.
Il Lesotho nel 2017 è stato il primo nel continente a legalizzare la cannabis per scopi terapeutici e di recente l’azienda locale MG Health ha ricevuto l’autorizzazione a esportare i suoi prodotti nell’Unione europea. I paesi che hanno seguito l’esempio hanno legalizzato la cannabis unicamente per scopi medici – al massimo il Marocco ha incluso le finalità cosmetiche – mentre solo in Sudafrica è permesso anche il consumo per scopi ricreativi, in forma limitata.
In molti di questi stati i guadagni della cannabis potrebbero compensare un futuro calo della produzione e della vendita di tabacco, osserva il : “Secondo un rapporto di marzo del 2021 della società di consulenza Bdsa, le vendite globali di cannabis ammontavano nel 2020 a 21,3 miliardi di dollari, con un aumento del 48 per cento rispetto al 2019. Il rapporto prevede inoltre che il mercato crescerà del 17,7 per cento all’anno, per raggiungere i 55 miliardi di dollari nel 2026. Con numeri del genere, nessun paese africano vorrebbe perdere questa opportunità in termini d’investimenti stranieri, creazione di nuovi posti di lavoro, entrate fiscali e guadagni in valuta estera”.
Queste considerazioni e la pandemia di covid-19 hanno sorprendentemente spinto molti governi a mettere da parte gli atteggiamenti moralistici, continua Quartz Africa. “In Uganda Janet Museveni, la moglie del presidente, e alcuni ministri del governo si sono opposti alla legalizzazione definendo la cannabis un prodotto ‘satanico’ e una rovina ‘per il futuro dei figli’”. Eppure in questo paese più di novanta aziende, locali e straniere, hanno chiesto le licenze per coltivare marijuana per scopi commerciali.
“I politici e i difensori della morale pensano che concedere permessi per coltivare la marijuana spingerà i giovani a consumarne di più. Ma nessuno investe milioni di dollari per vendere delle canne ai ragazzi delle baraccopoli”, ha dichiarato Isaac Imaka, il direttore di Seven Blades, un’azienda interessata a investire nel mercato della cannabis in Uganda.
Sempre in Africa orientale, il Ruanda nell’ottobre del 2020 ha approvato la produzione di cannabis per scopi terapeutici, solo per l’esportazione, ricorda il settimanale The East African. Nel paese il consumo e la vendita restano illegali e sono punibili con pene rispettivamente fino a due e venti anni prigione.
Invece Kenya e Tanzania, dove si producono grandi quantità di marijuana che viene venduta illegalmente, fanno ancora resistenza alla legalizzazione anche se in entrambi i paesi sono presenti dei movimenti della società civile che spingono in questa direzione.
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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati