Il nuovo disco dei Blur, il nono della loro carriera, si appoggia con forza alla ballata che dà il titolo all’album. E stavolta il gruppo guidato da Damon Albarn ha un approccio più gentile, tirando fuori un album con ritornelli orecchiabili e strofe più ambigue. C’è un’atmosfera alt-pop anni settanta simile ai lavori solisti di Lou Reed o John Cale, specialmente negli arrangiamenti degli archi di The ballad, nei versi di Avalon e nella melodia di Russian strings. La familiarità con lo stile classico dei Blur si ritrova in The heights, con il suo intreccio tra distorsioni fragorose e chitarre acustiche che sottolineano la voce vulnerabile di Albarn. Anche se stavolta è meno rumoroso, il chitarrista Graham Coxon lascia comunque la sua impronta sul disco. Nel singolo St. Charles square, per esempio, le sue sei corde sembrano pescare da Scary monsters (and super creeps) di David Bowie, regalando un’anomalia croccante e ad alta energia. Il sentimento dominante è la malinconia, l’introspezione come resa dei conti, una riflessione sulle perdite personali lungo la strada. L’apice di tutto questo è The narcissist, che s’interroga sull’emozione che si prova a esibirsi sul palco e, in definitiva, è un’ode a quello che continua a far tornare insieme la band britannica a distanza di anni. The ballad of Darren è uno slancio esistenzialista ma soffre il peso dei cambiamenti. È la fotografia di dove si trovano i Blur in questo momento.
Amanda Farah, The Quietus

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Questo articolo è uscito sul numero 1521 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati