Catherine Lacey
A seconda del lato da cui lo si apre, il nuovo romanzo di Catherine Lacey può cominciare con due storie. Quella di Marie, che si ritrova a vivere in un appartamento squallido. È Natale e Marie è sola. Esce per andare a un telefono pubblico dal quale quasi chiama la sua cara amica K, ma poi decide di non farlo. Quando torna a casa, nota qualcosa che sembra sangue filtrare da sotto la porta dell’appartamento accanto. Entra rapidamente nel suo senza indagare oltre: “Non vuole iniziare la serata con la possibilità di un omicidio nella porta accanto”. Arriva la sua amica Edie con una borsa per passare la notte, appena uscita dall’ennesima relazione sbagliata, e Marie non menziona il sangue. Vuole sapere solo se Edie ha avuto notizie di K. Sono amiche da sempre, ma K ha tradito in modo imperdonabile la fiducia di Marie e ora le due non si parlano più. Se si capovolge il libro e lo si gira (chiamiamola la “manovra di Möbius”) ci si ritrova all’inizio di una narrazione completamente diversa, anche se alcuni elementi appaiono stranamente familiari. Qui la narratrice è la stessa Lacey (o un suo doppio) e rievoca la fine traumatica della relazione con la persona che credeva sarebbe stata il suo compagno di vita. Il libro di Möbius è un documento sulla perdita personale e una meditazione sulla fragilità dell’io.
Nina Allan, Times Literary Supplement
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati