Gregory Uhlmann è un chitarrista molto apprezzato che, oggi, poco oltre i trent’anni, scopre che la sua musica più vitale non dipende necessariamente dalla chitarra. Cresciuto a Chicago, ha cominciato come pianista, passando al basso per suonare rock con il fratello, fino ad approdare alla chitarra. Tra blues, hair metal e le scoperte fatte in un negozio della Tower Records vicino a casa, è arrivato fino al jazz. Al liceo ha incontrato Jeff Parker, mentore decisivo. Nella scena jazz di Los Angeles Uhlmann ha ampliato il proprio linguaggio oltre la chitarra, pur continuando a usarla. Extra stars è il suo lavoro più curioso e sicuro: 14 brani in cui usa diversi strumenti per evocare suoni, ricordi ed emozioni. Le sei corde restano centrali in alcuni momenti, ma sono solo uno degli elementi con cui costruisce un mosaico di scene sonore. Brani come Voice exchange, Like tea e Imprint catturano stati d’animo fugaci, mentre Days li riassume in una riflessione sospesa tra malinconia e quiete. Nella seconda metà interviene il quintetto degli SML, ampliando il paesaggio sonoro. Il risultato è un’esplorazione dell’identità fluida: Uhlmann attraversa strumenti, forme e stati emotivi, evitando definizioni rigide. Rimane un chitarrista, ma pronto a posare il suo strumento quando la musica richiede altro.
Grayson Haver Currin, Pitchfork

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati