Il divieto dei social media ai minori di 15 anni può sembrare una risposta inevitabile. Protettiva. Responsabile. Ma lo è solo in apparenza. Perché dietro questa misura si nasconde un pericoloso trasferimento di responsabilità: si affida alle famiglie il compito di rimediare a quello che industrie del valore di migliaia di miliardi di dollari hanno deliberatamente progettato per risultare irresistibili. Si chiede ai genitori di fare il “lavoro sporco” che lo stato non vuole imporre ai giganti del digitale. In tutti i settori che hanno un impatto sulla salute pubblica il principio è chiaro: spetta al produttore dimostrare che i suoi articoli non sono pericolosi. Per autorizzare un farmaco servono studi clinici rigorosi. Per gli additivi alimentari, test tossicologici indipendenti. Per le auto, crash test secondo precisi standard. E quando il prodotto è destinato ai bambini, i controlli sono ancora più severi.
Perché le piattaforme digitali dovrebbero sfuggire a questo principio? Si tratta di servizi usati per diverse ore al giorno da milioni di adolescenti e bambini. Perché la Meta, Snapchat o TikTok possono funzionare senza dover dimostrare di non essere pericolosi per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale degli utenti, in particolare dei più giovani? Il divieto ai minorenni non risolve il problema. Lo aggira. Peggio ancora, lo consolida: visto che il prodotto è vietato ai giovani, non è più necessario dimostrarne l’inoffensività. Le piattaforme continuano a funzionare come scatole nere, a testare nuove funzionalità senza controllo, a ottimizzare i propri algoritmi in totale opacità.
Vietare i social media ai minorenni senza imporre trasparenza alle piattaforme significa affrontare i sintomi ma non le cause del problema. Significa chiedere alle famiglie di riparare quello che le industrie hanno rotto. Gli adolescenti e la famiglie meritano di meglio. I poteri pubblici devono smettere di far ricadere sui genitori il peso di una regolamentazione che spetta alle industrie, e devono imporre alle piattaforme digitali quello che da tempo richiedono a tutte le altre industrie: l’onere della prova.
Thibaud Dumas, Le Monde, Francia
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati