L’esordio dell’iracheno Hasan Hadi s’inserisce nella vitale tradizione del neorealismo italiano. Come alcuni capolavori del genere (Paisà, Sciuscià), si concentra sulla povertà derivante dalla guerra, sulle difficoltà dei bambini sradicati da famiglie sopraffatte o assenti, sulla devastazione pratica ed emotiva causata da un dittatore spietato. Il film è ambientato nell’arco di pochi giorni, nell’aprile del 1990, un periodo trattato come un insieme composito, che include anche le conseguenze dell’invasione del Kuwait, cioè le sanzioni imposte dall’Onu e i bombardamenti guidati dagli Stati Uniti. Lamia, a nove anni, vive con la nonna, bracciante agricola. Lo stesso giorno in cui la nonna perde il lavoro, scivolando così dalla povertà alla miseria più nera, Lamia, la migliore alunna della sua classe, è selezionata per preparare una torta di compleanno per Saddam Hussein, come si fa in tutte le scuole del paese. Non può permettersi neanche gli ingredienti di base, ma non preparare la torta sarebbe considerato un grave reato politico. Come i migliori maestri del neorealismo, Hadi racconta una storia avvincente, dà vita a personaggi complessi e sorprendenti, conferisce ai luoghi un’iconografia estetica e rende l’identità personale inestricabilmente legata alle forze della storia che l’hanno plasmata o deformata. Ciò che eleva il dramma verso il sublime è il rapporto di Hadi con il mondo fisico e il posto che i personaggi occupano al suo interno. Richard Brody, The New Yorker

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati