Kim Gordon fa musica da quasi sessant’anni e per molti questo potrebbe significare che ormai è arrivata al capolinea. Invece ha appena pubblicato un disco sperimentale e d’avanguardia, crudo e fuori fase, capace d’incarnare il delirio del mondo che rappresenta. Prodotto da Justin Raisen – già collaboratore di Charlie XCX, Sky Ferreira e Yves Tumor – , Play me ha una strumentazione essenziale, con vari campionamenti, salti e suoni fragorosi che danno una personalità specifica a ogni brano. Dall’hip-hop del singolo che dà il nome all’album, i beat trap di Dirty tech e le reminiscenze dream pop di Not today, si resta sorpresi in diverse occasioni da questo lavoro dell’ex bassista dei Sonic Youth. Play me è una sfida continua per l’ascoltatore. Il significato delle parole, se si riesce a decifrarlo, è una decostruzione stimolante della nostra epoca: l’intelligenza artificiale e le ansie della società capitalistica sono scandagliate senza paura, sottolineandone gli aspetti più assurdi. Questo flusso frammentario di appena mezz’ora funziona bene, nonostante la ricerca continua di elementi distorti e disturbati. Gordon sa ancora esprimere la sua visione del mondo attraverso una sperimentazione instancabile.
Seth White, Clash

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati