Il brano più affascinante di ARIRANG è composto quasi interamente da silenzio. Intitolato No. 29, in riferimento al ventinovesimo tesoro nazionale della Corea del Sud, consiste in una registrazione della campana sacra del re Seongdeok. La leggenda racconta che la campana non suonava finché un bambino non venne sacrificato nel bronzo, e che il suo rintocco somiglia a un’antica parola che significa madre. In questo senso, i BTS ricordano simbolicamente quel sacrificio, offrendo se stessi alla propria nazione. Più concretamente, rappresentano una forza centrale del soft power coreano, capaci di esportare cultura e immagine del paese nel mondo. ARIRANG, primo album dopo quattro anni segnati dalla leva obbligatoria, coincide con un grande concerto trasmesso su Netflix e sostenuto anche dal presidente Lee Jae-myung. Sul piano musicale, però, il disco risulta spesso generico: un pop globale influenzato dall’occidente e costruito con numerosi collaboratori internazionali, tra cui Diplo. Le tracce mescolano rap e pop senza grande convinzione, con produzioni poco incisive e un uso pesante dell’autotune. Alcuni momenti funzionano – come Hooligan o piccoli dettagli sonori – ma prevale una sensazione di meccanicità. La seconda parte è più accessibile ma altrettanto piatta. Ballate come NORMAL e Like animals mancano di autentico trasporto emotivo. Solo Body to body affronta davvero il tema dell’identità coreana, citando il tradizionale Arirang, una canzone folk spesso considerata l’inno non ufficiale del paese. Tuttavia, anche questo richiamo appare del tutto svuotato: più che orgoglio, emerge un senso di vuoto. Con aspettative enormi e pressioni globali, ARIRANG suona più come un segnale di crisi che come un vero trionfo.
Joshua Minsoo Kim, Pitchfork
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati